Bonetti / intervista

Coniugare al futuro: Bonetti racconta il nuovo album "Dopo la guerra"

Bonetti racconta il suo nuovo album "Dopo la guerra", nell'attesa di vederlo dal vivo il 25 maggio al MI AMI Festival.
09/05/2018 09:21

Bonetti è un cantautore che ha esordito nel 2015 con l’album “Camper”, e lo scorso marzo ha pubblicato il suo secondo lavoro “Dopo la guerra” per Labellascheggia/Costello’s Records. Il suo pop lieve dalle trame elettro-acustiche colorerà il palco Havaianas il 25 maggio al MI AMI Festival (consigliate le prevendite qui), e nell’attesa di vederlo dal vivo ci siamo fatti raccontare qualcosa in più su di lui e sul suo nuovo disco.

 

È da poco uscito il tuo nuovo disco, "Dopo la guerra", dimmi: chi è Bonetti?
Il progetto Bonetti è nato con il mio primo disco "Camper", quindi circa tre anni fa. All'epoca la musica non era il mio impegno principale: avevo un lavoro a tempo pieno, facevo il commesso in una libreria di Torino. La musica era un'attività che facevo part-time, ritagliando il tempo dal lavoro “ufficiale” che mi permetteva di pagare l'affitto. Oggi come allora scrivo di cose che tendenzialmente mi succedono o succedono a persone a me vicine. Non sono cambiati tanto l'approccio alla scrittura o il tipo di canzoni, quanto il contesto esterno: non lavoro più in libreria e ora la musica è finalmente al centro della mia vita, e questo ha sicuramente cambiato un po' le carte in tavola. Io rimango comunque sempre il Bonetti cantautore pop che fa canzoni di circa tre minuti e che scrive di cose che gli succedono.

Veniamo al disco. Mi sembra che il tema centrale sia la casa e, nella sua variante più ampia, la città, dove casa e città sono anche simboli di una relazione e di un modo di vivere. Una casa/città che non è vissuta come un luogo di pace, ma come un luogo da cui liberarsi e da cui allontanarsi. Infatti in molte canzoni il protagonista è alla ricerca di altre geografie.
Le canzoni in effetti sono state scritte in una casa e in una città che avrei abbandonato. Ora non abito più lì. Quando ho scritto alcuni brani, tipo "Correre forte", non avevo ancora programmato di andarmene, però a livello inconscio probabilmente questa separazione era già in atto. “Dopo la guerra” è la fotografia di circa un anno e mezzo in cui mi è successo un po' di tutto, e per la prima volta nella mia vita mi sono ritrovato a scrivere diversi testi in uno spazio temporale ristretto. Scrivendo in così poco tempo è normale che quello che stavo vivendo o il mio recente passato siano diventati i protagonisti delle mie storie.

Hai citato "Correre forte": questa canzone mi sembra molto eloquente per quanto riguarda il tema casa/città. Nelle strofe descrivi una relazione usando vocaboli che rimandano a un'idea di pesantezza e di chiusura: "Le cose che abbiam detto fino qui sono pietre giganti/ possiamo andare avanti/ farne dei monumenti da immolare al passato" o anche "Tu prendi le sconfitte e te ne fai una fortezza/ dove nasconderti a combattere il mondo". Ed è proprio da questa architettura sentimentale che il protagonista vuole andare oltre, come si intuisce dal ritornello.
"Correre forte" rappresenta forse più di altre canzoni del disco il concetto di dopo la guerra, cioè di quel momento esatto in cui si realizza che tutto è finito, che tutto è da ricostruire e da rimettere a fuoco. Questo, però, con la consapevolezza di essere comunque sopravvissuti, di essere ancora in piedi, e dell'inutilità di farsi troppi interrogativi a riguardo, perché è la vita stessa che è fatta da situazioni che cambiano ed evolvono più o meno felicemente. È un po' l'immagine di due sul divano che fanno il punto della situazione, e i monumenti e le pietre giganti sono il peso di un passato invadente. Da questa pesantezza nasce poi la voglia, senza grandi strumenti o certezze, di provare a correre forte, di provare quindi a vivere il nuovo con tutto quello che comporta, cioè il piangere e il ridere, di provare, insomma, a tornare ad essere protagonisti attivi della propria vita. Fabio Grande (produttore già al lavoro con Colombre, I Quartieri, Maria Antonietta ndr) qui ha fatto un lavoro magnifico. Per esempio, l'arpeggiatore nel ritornello non solo crea una rottura con la strofa che è in pratica la rottura tra passato e presente, ma sottolinea anche la volontà di reimparare a coniugare i verbi.

Passiamo a “Cosa mettono nei muri”.
Questa canzone vuole essere una riflessione più ampia sulla vita stessa che non si può programmare in toto; anche quelle certezze che portiamo avanti nel tempo, alla fine sono fatte di una sostanza che non controlliamo. Spesso si è convinti che i muri intorno a noi siano stabili, poi però le cose possono cambiare, e ci si rende conto che quei muri, che sono assolutamente stati reali e concreti, a volte non reggono. Ed è per questo che dico chissà cosa mettono nei muri, chissà con quale materiale sono costruiti. Dobbiamo prendere atto del fatto che a volte i muri cadono, ma che poi si possono ricostruire.

Provo ad aggiungere altro: anche qui mi sembra che il protagonista della canzone abbia deciso di lasciare alle spalle una casa/città. Per esempio quando scrivi "il cuore è una periferia" (che sembra un verso di Lucio Dalla) mi stai dando un'immagine molto forte, in cui il soggetto della canzone sta al di fuori del centro ed è tirato da una forza non più centripeta ma centrifuga.
Mi dai da pensare: in effetti quello che dici è vero, anche se nel momento in cui ho scritto questo brano non ne ero pienamente consapevole. Arrivavo da un lungo periodo in cui la città era una protagonista assoluta della mia vita: vivevo e avevo un lavoro piuttosto in centro a Torino, situazioni più o meno impegnative e aggressive, e poi a un certo punto ho avuto la necessità di ritornare nella mia amata provincia e vivere da solo, per conto mio. La periferia in effetti per me ha rappresentato prendere la distanza da tutto quello che stavo vivendo in città per andare in un posto sicuramente pieno di incognite, ma silenzioso e lontano da tutto, per fare veramente i conti con il mio percorso di ricostruzione.

In una canzone come "È guerra" approfondisci un aspetto della casa differente, perché qui la casa non è il luogo da cui fuggire, ma una specie di regno in cui non valgono le leggi gravitazionali del mondo esterno: "Raccoglievamo fiori dal pavimento/ e nuotavamo nella vasca da bagno". "È guerra" mi sembra la fine di un regno, il tramonto di una fase della vita: "Ci hanno scavato le trincee giù in giardino/ ci hanno armato fino ai denti/ li abbiamo lasciati fare".
È molto bella l'immagine del regno e in effetti è un po' così, perché quando uno si impegna in una relazione seria e importante ha un po' l'obiettivo del regno, che per certi versi dipende dal credersi più forti di quelli che armano e scavano trincee. Col tempo si può capire se si ha davvero quella forza o se invece il mondo esterno e la sua influenza possono dire la loro e decidere il destino delle cose. Questa canzone è molto diretta, è tutto piuttosto esplicito. L'immagine della guerra è l'immagine di un evento che nel giro di poco sconquassa certezze conquistate negli anni. Certezze che nel mio caso non hanno riguardato solo la fine di una relazione: nel giro di quei pochi mesi, come ho già detto, ho perso il lavoro ed è mancato mio nonno. Sono cose che fanno parte della vita, però in pochissimo tempo sono crollati punti fermi che per me duravano da anni.

Parlami adesso di "Dobbiamo tirar fuori qualcosa", che per me è la canzone migliore del disco. Se "È guerra" è una canzone che mi ricorda in qualche modo De Gregori, soprattutto a livello lessicale, in questa ci sento la metrica e il fraseggio di Fiumani.
Fiumani, De Gregori e Dalla sono per me i maestri, quindi è verissimo quello che dici. Per quanto riguarda la canzone, se si usassero ancora le cassette, questa sarebbe la classica prima canzone del lato B. Siccome io questo disco l'ho pensato come un discorso narrativo e non come un contenitore di brani slegati tra loro, la tracklist non è ovviamente casuale. Per spiegarmi meglio, potrei usare come esempio l'immagine di una collina: dopo la salita che culmina con "È guerra", "Dobbiamo tirar fuori qualcosa" è la prima canzone della discesa, è la ripartenza, è la voglia di coniugare tutto al presente e al futuro. Nella canzone parlo di Bologna, di quando ci sono andato per vedere il concerto dei Teenage Fanclub. Ecco, in quel momento mi sono reso conto che effettivamente la mia vita aveva fatto qualche passo avanti. In quel periodo stavo lasciando casa, era un momento delicato, ma vissuto in funzione di una nuova voglia di presente. È il brano del disco a cui sono più legato perché lo vedo come il primo di una nuova fase, e sono contento di com'è venuto. E poi, a livello personale, fotografa un momento importante e più positivo.

Provo in parte a contraddirti. Perché, sì, musicalmente questa canzone mi trasmette questa positività di cui parli, questa sorta di leggerezza, ma una leggerezza conquistata col sangue, e l'odore del sangue è ancora ben presente nell'aria. Nella frase "Dobbiamo tirar fuori qualcosa" ci sento tanta voglia di speranza. Mi sembra che il personaggio della canzone sia su una soglia, stia vivendo un passaggio di stato, in mezzo alle cose, non ne è davvero uscito: "Oggi ho pulito casa/ questa casa che tra un po' non è più casa mia/ Le case si cambiano, le cose si cambiano/ ma non è facile per me/ Però mi porto dietro i dischi, e la luce dei pomeriggi/ e le cose che servono per non sentirsi soli".
"Dobbiamo tirar fuori qualcosa" lo dico a me stesso, in quella casa che stavo pulendo con il dramma del trasloco alle porte, quindi con la necessità di tirare fuori tutte le cose. In questa canzone c'è una sorta di tenerezza verso me stesso, in cui finalmente metto a tacere i sensi di colpa e la smetto di accusarmi per le mie mancanze e i miei errori. Quello sguardo tenero, pieno di pietas, lo rivolgo a me dopo tanti mesi di situazioni impegnative. In quel momento mi sono detto che anche se da quella casa stavo andando via, mi sarei portato dietro le cose a cui fondamentalmente ero legato. Per esempio la fotografia di certi pomeriggi che ho passato a scrivere e a suonare, e poi i dischi, perché per me casa è dove ci sono i dischi. Tante altre cose le potevo lasciare, perché non le volevo più o perché volevo mettere la giusta distanza tra me e loro. Insomma, è stata l'occasione in cui ho fatto una selezione portando con me quello che mi avrebbe aiutato a stare meglio. Sarebbe stato inutile far finta che quella casa non fosse da lasciare, far finta che andasse tutto bene. Ho guardato il futuro portando il passato, ma un passato un po' più leggero.

Parlami adesso di come hai lavorato alle canzoni di questo disco.
Di base sono quasi sempre partito dal testo, anche se, passando interi pomeriggi e intere serate a suonare, alcuni importanti spunti sono arrivati dalla musica e dalla melodia. Non tutte le canzoni sono nate con la chitarra, ma per la prima volta ho scritto molto con il sintetizzatore. Nell'appartamento in cui vivevo era l'unico strumento che, grazie alle cuffie, potevo suonare di sera: avessi usato la chitarra mi avrebbero sparato! Una volta finiti i brani, ho registrato in casa i provini.

Come li hai registrati? Solo sintetizzatore e voce, o no?
C'era già un po' di tutto, ma gli arrangiamenti erano abbozzati per dare solo un'idea di quello che avevo in mente. Il risultato finale è poi chiaramente diverso da quelle versioni. Una cosa tengo a precisare: sono fermamente convinto che ognuno debba fare quello che sa fare. Io storco il naso di fronte agli artisti a tutto tondo, secondo me ben venga quando la canzone non è l'opera di un singolo ma il lavoro di più persone. Nel mio caso è stato decisivo Fabio Grande. Io ho cercato di fare il massimo per quanto riguarda i testi e di dare un'idea chiara di quello che volevo per la musica e gli arrangiamenti, poi però è stato fondamentale l'intervento degli altri musicisti. Le canzoni di questo disco partono da me, ma Fabio in primis e gli altri musicisti, Pietro Paroletti e Francesco Aprili, hanno dato un enorme contributo.

Da come parli di Fabio Grande mi sembra che tu sia molto soddisfatto della produzione del disco.
Fabio Grande è stato prezioso sia dal punto di vista tecnico che per la sua passione. Abbiamo passato intere giornate in studio, e poi ci siamo sentiti tantissimo anche a distanza. Lui ha avuto la sensibilità e l'intelligenza di trovare soluzioni senza mai tradire le intenzioni originali, e questo secondo me è il massimo che si possa chiedere a un produttore. Quella di poter lavorare con lui è stata una grossa fortuna che spero di poter replicare.

Domanda impossibile: che cos'è per te una canzone?
Questa domanda me la sono fatta milioni di volte, essendo da anni un grande consumatore di canzoni. Non so, forse è una specie di fotografia. Quando ascolto un brano cerco degli stimoli che mi consentano di vedere la realtà che mi sta intorno da un punto di vista diverso. Chiaramente la canzone non è solo questo, ma la canzone che io vorrei scrivere, che poi è anche quella che mi piace ascoltare, è quella che mi parla delle cose che conosco, ma che, senza facili escamotage, si sforza di cercare un significato più profondo all'apparenza. Prendiamo come esempio Fiumani, ecco, lui ha la grande capacità di cogliere il poetico nel quotidiano.

Come sei finito a fare canzoni e non altro?
Guarda, io la prima canzone l'ho scritta a sette anni, non sapevo nemmeno suonare uno strumento, e non so dirti perché. I miei ascoltavano musica ma in maniera assolutamente moderata, non sono né musicisti né grandi ascoltatori. Però scrivere canzoni è un'esigenza che ho sempre avuto, tant'è che uno dei miei giochi preferiti con un mio compagno delle elementari e delle medie era un gruppo in cui cantavamo imitando con la voce gli strumenti: ci chiamavamo i 994. In quegli anni c'erano gli 883 a cui ci ispiravamo, e ti lascio immaginare il tono delle canzoni. Io poi da ragazzino giocavo a calcio e se mi avessero chiesto quale fosse il mio sogno avrei sicuramente risposto quello di fare il calciatore. Però nel mentre continuavo a scrivere le mie cose, e quando ho smesso di giocare è stato assolutamente normale per me chiedere ai miei di comprarmi una chitarra e di mandarmi da un maestro, e dai quattordici anni in poi la musica è diventata la protagonista assoluta delle mie giornate. Non mi sono mai posto il problema di esplorare altri mondi, preferisco concentrarmi sulle cose su cui ho la necessità di dire la mia. Siamo pieni di artisti che fanno mille cose, un giorno pubblicano un disco e il giorno dopo magari un romanzo. Insomma, non mi va, c'è già troppa robaccia.

Parlami della musica di oggi e dove stiamo andando secondo te.
Io ho una sorta di piccolo comandamento non scritto: tendenzialmente ascolto quello che mi piace, anche se poi è chiaro che bisogna esser aggiornati se si ha la volontà di entrare in una scena. Ovviamente non so dove andremo a finire e questo è il bello della musica, altrimenti avremmo tutti in tasca la hit dell'estate 2019, e per fortuna non è così. È evidente che questo mondo indie esploso con Calcutta, e in cui oggi tutti noi che scriviamo canzoni pop in italiano ci ritroviamo, ha raggiunto delle dimensioni che nessuno poteva prevedere qualche anno fa. Ora, giustamente, si sta evolvendo con nuove contaminazioni. Secondo me i nomi interessanti in tal senso sono Coma Cose e Frah Quintale, bravissimi nel fondere una certa autorialità dei testi con il mondo hip hop. Solo una cosa è certa: non c'è niente di più sbagliato che dire che non si fanno più le canzoni di una volta. Non è vero! Ogni epoca partorisce dei genietti, ogni epoca ci regala delle opere d'arte che sopravvivono, così come ogni epoca regala dei casi umani e delle porcherie che invadono le radio. Uno non può apprezzare tutti i generi, l'importante però è, secondo me, criticare fermamente le cose fasulle perché hanno trovato già troppo spazio. Io non posso parlare di trap, perché è un mondo troppo distante dal mio, ma probabilmente anche lì dentro ci sono cose interessanti. Proprio per questo sarebbe stupido dare fuoco a tutta la scena trap solo perché il mainstream è Sfera Ebbasta. Bisogna fare uno sforzo di ricerca, c'è del buono ovunque, l'importante è riconoscere le cose sensate, le cose fatte bene, con consapevolezza, mestiere, sincerità e ispirazione.

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L'articolo Coniugare al futuro: Bonetti racconta il nuovo album "Dopo la guerra" di Francesco Sgro è apparso su Rockit.it il 09/05/2018 09:21

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