Le Capre a Sonagli - Il suono cannibale Intervista

Foto di Ivan Bignami - Foto di Ivan Bignami -
31/03/2017 di

Giungle intricate e pagliacci cannibali, città in fiamme e treni per il Tibet, in un'inafferrabile e folle mistura di stoner, garage e folk: in occasione del loro live a Padova abbiamo fatto quattro chiacchiere con Le Capre A Sonagli, quartetto bergamasco che nel 2015 ci aveva colpiti con l'assurdo "Il Fauno" e che ha da poco pubblicato su Woodworm il nuovo viaggio sonoro "Cannibale".

Come è nato “Cannibale” e perché avete scelto di intitolarlo così?
È un disco nato in saletta, con già in fase di scrittura l’intenzione di scrivere un disco garage. Garage per noi significa impatto. Qualcosa di crudo e diretto. Per “Cannibale” abbiamo cambiato modo di scrittura, partendo da una fase ritmica attraverso una scrittura a quattro mani sulla batteria, poi inserita in una matrice di canzone da Stefano e conclusa infine insieme in saletta. Abbiamo iniziato scrivendo cinque brani, che abbiamo fatto ascoltare ad altri e ascoltato noi stessi: erano veramente una manata in faccia, i cinque brani più violenti del disco. Era uscito qualcosa di immediato, senza fronzoli. Però forse era un po’ troppo, anche perché dentro di noi abbiamo anche altre sfumature. Volevamo realizzare un disco unitario e in questo siamo stati aiutati da Tommaso (Colliva, produttore del disco. Nda), che ci ha dato una gran mano dal punto di vista delle sonorità. È sicuramente un disco molto compatto.

Com’è nato il rapporto con Tommaso Colliva e in che modo ha inciso sul vostro lavoro? Siete una band abituata ad autoproduzioni, quanto è stato un potenziale e quanto invece difficile rapportarsi a controllo esterno?
Giuseppe: Durante lo scorso tour abbiamo aperto un paio di date dei Calibro 35. Ci siamo conosciuti all’Hiroshima di Torino e si è subito creata una sinergia super, era come se fossero i nostri fratelli maggiori. Noi stavamo già lavorando all’album e verso giugno abbiamo pensato di contattare Tommaso, spinti in questo anche da Max Martellotta (chitarrista e tastierista dei Calibro 35, nda) che si era preso proprio bene con il progetto e con il quale ci stavamo sentendo in quel periodo. Persona squisita, molto disponibile a collaborare e ad aiutarci.
Stefano: Penso che, nella tipologia di brani in cui ci siamo trovati, con Tommaso ci siamo incontrati al momento più adatto. Anche se lui ha lavorato anche a progetti davvero stramatti, mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe potuto succedere se gli fosse finito in mano “Il Fauno”, un album totalmente assurdo e antitutto. Sicuramente in questo nuovo disco, dove la ritmica è centrale, c’erano alcuni elementi da valorizzare anche sul piano tecnico. Tommaso si è interessato parecchio all’aspetto compositivo dei brani: durante la stesura gli inviavamo i pezzi e in seguito abbiamo lavorato insieme sia sulla struttura dei brani che sull’identità della voce, intesa come strumento da utilizzare per comunicare qualcosa. La parte vocale è rimasta nell’insieme minima, però ciò che vogliamo esprimere ora ha una struttura. Siamo molto contenti del risultato, però è stato anche faticoso. Non capivamo esattamente che cosa ci chiedesse, abbiamo addirittura tentato un approccio cantautorale e ci siamo spaventati, non ci specchiavamo. Al che abbiamo detto: teniamoci i soliti immaginari che abbiamo avuto fino ad adesso...
Matteo: Cercando di essere più espliciti. A noi piaceva l’idea di donare l’opera a chi ascolta e il non essere chiari era funzionale a questa cosa. Nel non-sense ognuno vedeva quello che voleva e poteva creare le proprie interpretazioni, sia attraverso l’ambientazione musicale che nelle parole. In questo disco ci siamo sforzati invece di comunicare un immaginario uguale a “Il Fauno” e ai primi dischi, ma attraverso una diversa forma di comunicazione.

Per la prima volta, la voce sembra ora al livello degli altri strumenti.
Stefano: Assolutamente. Pensa che noi credevamo di usare già prima la voce come siamo invece arrivati a fare solo da questo disco. E invece è come hai detto tu: prima era assurda, ora è al livello degli strumenti.
Giuseppe: C’è anche un’altra cosa da dire su Tommaso: non ha stravolto nulla. Ha solo enfatizzato. Quando c’è di mezzo un produttore non è scontato, anche se un po' sapevamo di andare a botta sicura perché tutti ci parlavano di lui come della persona giusta. Tommaso non è solo un grande professionista, è una gran persona. Ha un’enorme sensibilità ed è questa che ci ha portati a fare determinati ragionamenti. E poi è riuscito a condensare nell’album tutte le nostre quattro essenze, è quello il risultato spettacolare.

Avete usato anche seghe circolari, shaker contenenti chiodi e altri strumenti piuttosto inediti: è stato Tommaso a spingervi in questa direzione?
Stefano: No, quelli li abbiamo portati noi. Lui però ci incitava a fare questo. È molto innovativo.
Matteo: Per quanto riguarda le seghe circolari c’era un falegname, che è nostro fan e a cui piacciono i suoni degli oggetti. Un giorno siamo al bar dove lavoro e mi chiede: “Hai mai sentito le seghe circolari?”. E io: “No Mario, mai sentite”. “Ma dai, te ne porto un paio così le provi!”. E ci siamo messi lì in saletta a provarle. “La iella” è nata proprio su questo elemento. Tra l’altro ne abbiamo messe due, perché la sega circolare è un pezzo di metallo, mettendone due una sopra l’altra si genera un doppio colpo. Trin trin trin trin! Ci è piaciuto un sacco quando lo abbiamo sentito, così ci abbiamo costruito sopra un pezzo.
Enrico: Quando ci siamo confrontati con Tommaso a questo proposito, mi ha chiesto:”Ma tu cosa suoni là sopra? Perché io sento un sacco di colpi... Sei tu che suoni tante cose?”. L’idea gli è piaciuta moltissimo, infatti mi ha fatto registrare tutto il pezzo con le seghe circolari. Lo stesso per lo shaker con dentro i chiodi: gli shaker di una data marca suonano tutti uguali, a lui piacciono i suoni più personali. 
Stefano: Chiedevi degli aneddoti: un giorno Tommaso ci fa: “Domani mattina facciamo le seghe”. Noi scoppiamo a ridere, non riusciamo a contenerci. Lui serissimo. Humor inglese (ridono).

Dalla mitologia al rito sacrificale, dal tempio alla folla della domenica, fino a Roma che brucia in un rituale sinistro: la religione, rigorosamente pagana, sembra un tema di collegamento fra tutte le tracce del disco.
Matteo: Quando nel 2011 uscì il nostro primo disco autoprodotto, di cui nessuno sa niente, noi chiamavamo la nostra musica Religious Rock. Ci è sempre piaciuto giocare con la religione. In questo disco entra poi in maniera molto forte la tribalità. Religione e tribalità sono un po’ il focus. Dentro c’è comunque anche molto altro: nel Pennywise di “It” che avevamo nella nostra memoria siamo riusciti a trovare un personaggio per una canzone a cui non riuscivamo a mettere un testo ("Ride il pagliaccio").
Stefano: La magia di molti brani è che il testo è nato dopo la musica, dandole secondo noi un valore aggiunto. Sembra quasi ci fosse prima il testo, invece è l’esatto contrario. Quando succede questo i brani funzionano, altrimenti spariscono.
Matteo: Matematico. Rimangono congelati.
Enrico: Sotterrati.

Un altro elemento estremamente presente all’interno dell’album è il fuoco, il calore. Con l'unica esclusione di "Rito Azteco" si tratta di un disco caldissimo e molto caustico. Perché?
Matteo: Be’, il disco è rosso. Non per niente avevamo in testa... Cioè il garage, figa! Il garage è rosso! Come il fuoco. Anche se inconsciamente e a livello inconsapevole. L’immaginario finiva sempre lì ed è legato alla sonorità, che è rossa. Come delle fiamme, se vuoi.

Avete scelto di concludere il disco con “Nerone”, quasi il rallenty mentale dei pensieri dell’imperatore mentre vede bruciare Roma per sua stessa mano.  
Matteo: Le diciamo la roba vera o...? (ridono) La verità è che lì ci sarebbe dovuto essere un cameo di Francesco Motta. Lo abbiamo conosciuto al SotAlaZopa. Lui era molto empatico, molto contento per quanto riguarda il nostro lavoro. Aveva ascoltato i provini ed è nata la proposta di realizzare un brano insieme. Avevamo composto una parte di chitarra a conclusione di una sorta di coda noise, cui sarebbe seguita un’apertura su un giro di chitarra etereo per il quale lui aveva carta bianca. Fino a due o tre settimane prima delle registrazioni eravamo pronti. E poi... Lui è diventato Francesco Motta! (ridono) Era fine novembre e lui ha iniziato a fare incetta di premi, disco dell’anno per questo, disco dell’anno per quello... L’esplosione l’ha avuta in quelle tre settimane. Gli sono venute sotto un sacco di robe e noi abbiamo capito. Ma è un arrivederci.
Giuseppe: C’è da dire anche che noi le scalette ce le ragioniamo veramente tanto, quindi quella che senti per noi è la scaletta perfetta. Anche per questi motivi poi, dopo varie prove questa è la scaletta definitiva.

Com’è nata e come state vivendo la collaborazione con Woodworm?
Matteo: Beppe almeno due mesi prima che saltasse fuori la storia di Woodworm ci fa: "Ragazzi, noi dobbiamo puntare a Woodworm, il nostro disco deve uscire per loro". Due mesi dopo, quelli di Woodworm si sono interessati al nostro progetto.
Giuseppe: Ci siamo conosciuti al MI AMI, per poi scoprire che Marco Gallorini, uno dei due capi di Woodworm, ci conosceva già da Arezzo Wave. Aveva conosciuto Le Capre A Sonagli nel 2013 e ci aveva seguiti. E poi ci siamo appunto conosciuti in occasione del MI AMI, in cui presenziare è sempre importante perché conosci tantissime persone e moltissimi addetti ai lavori. Loro hanno voluto sentire i provini e ci hanno ospitato ad Arezzo, ci siamo fatti una mangiatona e siamo diventati subito amici anche lì. Quando li abbiamo conosciuti ci hanno ricordato noi quando ci facciamo le cose: sono delle persone che lavorano e che si sporcano le mani. Testa bassa e pedalare. E davvero, sporcarsi le mani, tanto. Per noi come avrai capito conta molto il rapporto umano, a pelle. È stato così con Tommaso, coi Calibro, con Lorenzo di Antenna.
Matteo: Poi secondo me non è facile trovare gente che creda in questo progetto. Mi sembra che abbiamo trovato i migliori (ride).
Stefano: Anche perché non basta. Quando ti sposti per suonare in terre non tue e vedi che la gente arriva, è quello che serve.
Giuseppe: E ovviamente non è automatico. Noi abbiamo Woodworm, abbiamo Antenna, abbiamo Tommaso... Però non è che uno, più uno, più uno faccia tre. Ci sentiamo comunque in piena gavetta e vogliamo suonare il più possibile. In qualsiasi posto. Col palco basso, col palto alto tre metri, senza palco. Ce le ritagliamo le occasioni, l’importante è suonare. Non è un iter matematico. E proprio perché siamo convinti che non lo sia, ci diamo dentro ancora di più.

C’è qualche ascolto in particolare, italiano e non, che vi sembra abbia influito sul nuovo disco?
Abbiamo due o tre persone che ci consigliano alcuni ascolti e tra questi talvolta troviamo alcuni progetti molto importanti. Uno di questi è Lanfranco Brioschi, un grande ascoltatore: la band che ci ha suggerito si chiama Thinking Fellers Union Local 282 e per la prima fase è stato piuttosto importante, non tanto per la parte ritmica ma per i colori dopo. E poi i Sycamore Age, un grande gruppo italiano che si filano in pochi, ma che veramente... Li abbiamo conosciuti il giorno che siamo andati a Woodworm, ci hanno dato il loro disco del 2015 (Perfect Laughter, Woodworm 2015. Nda). Noi ce lo siamo presi, lo abbiamo messo in macchina ed è veramente un disco che ti consiglio. Ci piacerebbe conoscerli un giorno.

"Il Fauno" era un disco legato a un cortometraggio a puntate. Anche "Cannibale" ha questo tipo di ambizione? Nella scorsa intervista, ci avevate raccontato che si era trattato di un progetto veramente lungo e laborioso.
Enrico: Quello di “Gallo da combattimento” l’ho realizzato io, ma meno tocco Final Cut e meglio è. Che brutti ricordi, in saletta lì...
Stefano: Con tre persone che gli dicono “Oh, potresti fare così, potresti fare colà...”. Dove fare così o colà significa un quarto d’ora di lavoro e spostamenti.

All’inizio dell’intervista, vi avevo chiesto come mai abbiate scelto di titolare il disco così.
La parola racchiudeva tutto l’immaginario e l’approccio che diamo ai brani, sia nelle tematiche che a livello di sonorità. Molto aggressive, molto rosse. In “Cannibale in mare” sicuramente, ma poi c’è il pagliaccio che mangia tutti, “Rito Azteco” che ugualmente non è che vada a finire bene... Questa voglia di distruzione e anche di autodistruzione a tratti. È una parola che probabilmente racchiude bene anche la tribalità: ritmi e tribalità sono il fulcro del disco, hanno coinciso sia col garage che col nostro approccio ritmico. Era un nome che descriveva tutto questo in maniera piuttosto immediata: i nomi per noi devono essere fortemente comunicativi e immediati. Del resto, anche Le Capre A Sonagli non è esattamente un nome che passa inosservato.

Tag: intervista

Commenti (2)

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  • Giulian70 31 giorni fa @Giulian70

    Basta non se ne può più di ste Capre inascoltabili.. ma per favore.
    se questo è il futuro emergente in italia haimè, la musica indie italiana deve ancora maturare.

  • Giulian70 31 giorni fa @Giulian70

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