Essere me stesso al 300%: En?gma racconta il suo nuovo album "Shardana" Intervista

En?gmaEn?gma
07/03/2018 di

Sono passati soltanto due anni dal suo addio a Machete, eppure pare che En?gma non abbia alcuna intenzione di prendersi un momento di riposo. "Shardana" (il suo nuovo album uscito lo scorso 23 febbraio) arriva a un anno da "Indaco"  ed è soltanto l'ultimo episodio di una produzione assai profilica. In questa intervista il rapper parla della sua terra, la Sardegna, del nuovo disco e di come ha scelto i tanti featuring, confermando ancora una volta la volontà di lavorare alla sua musica da indipendente.

 

Come mai hai scelto quest'immagine dei guerrieri nonostante tu sia stato un tipo molto riflessivo nei tuoi dischi?
Questo disco è più rude, più aggressivo, è poesia d'impatto. "Shardana" rimanda ai vecchi guerrieri che, si dice, provenissero dalla Sardegna. Racchiude questa aggressività e la mia provenienza.

Proprio sulla tua provenienza: è singolare il fatto che tu abitassi a Milano e sia poi tornato in Sardegna. Che rapporto hai con la tua terra? Mi premerebbe poi sapere cosa miglioreresti della tua terra.
Ho fatto questa scelta di tornare a casa da ormai sei anni, dopo aver vissuto cinque anni a Milano. Vivo a Olbia, viaggio per lavoro e mi piace viaggiare anche all'estero. Nonostante questo, mi piace avere come base la mia terra perché è anche fonte d'ispirazione per me. Ho trovato la mia dimensione e la mia tranquillità. Sicuramente siamo penalizzati per quanto riguarda l'insularità: dipende anche da noi. Una cosa che posso imputare ai miei conterranei è che spesso siamo troppo chiusi in noi stessi e c'è poco spirito d'apertura, poca voglia di esplorare ciò che c'è al di fuori dell'isola. Nonostante questo, abbiamo molte qualità, uno spirito non comune.

Questo orgoglio che vi contraddistingue può essere anche un certo limite?
È più un pregio che un limite.

Mi sembra un po' il rovescio della medaglia. Pensavo magari che in questo si riflettesse ad esempio la delivery di "Shardana", visto l'uso che fai della voce.
Non è tanto questo in realtà: penso che le mie urla vengano più dal mio malessere latente che prima sono andato anche a reprimere un pochino. Mi sono autolimitato nella mia poetica, se vogliamo. Io, però, sono anche questo: rabbia, impeto, eversione.

A un certo punto c'è una riflessione sulla genitorialità. In "Father & Son" dici di essere "l'ultimo della tua dinastia", un rimando agli Shardana. Pensi però mai all'essere padre? C'è questa cosa nella tua vita?
No, non c'è e spero non ci sia a breve, sinceramente. Come dico sempre, scherzando ma non troppo, non riesco a badare molto bene neanche a me stesso, figuriamoci a una nuova creatura. Mi farebbe poi molto paura mettere al mondo qualcuno nella situazione attuale: quando vedo certi genitori crescere i propri figli con gli iPad davanti, mi sembra che non dedichino loro il giusto tempo. Io se faccio una cosa la faccio bene e mi dedico a quella. Non faccio tante cose insieme proprio perché non sono così multitasking; ragion per cui, per avere un figlio, dovrei avere una tranquillità assoluta che ora non c'è. Il brano in questione, però, denota anche tramite delle metafore delle cose che vertono sull'ambiente familiare. Uno dei motivi per cui sono tornato giù è anche il recupero degli affetti familiari.

Bassi Maestro (che è nel brano) invece è padre: c'è una sorta di metafora in questo?
Un po' sì. Secondo me Bassi Maestro è in un qualche modo il padre di tutti noi. Certo, non di quelli della sua generazione come Tormento o Kaos, ma Bassi è padre di tutti noi nella maniera in cui ha sempre avuto il rispetto di tutti nel corso degli anni, ha sempre mantenuto alta la qualità e continua a vivere di musica. Una cosa pazzesca.

Come hai scelto gli altri featuring del disco?
Seguendo il mio essere eclettico. Volevo variare il più possibile: con Bassi abbiamo fatto una roba più classica, con Madman abbiamo esplorato i tecnicismi, ci siamo divertiti facendo un testo da live, molto aggressivo. Infine, con Gemello, abbiamo cercato un tratto più onirico.

Il titolo del tuo disco richiama un'immagine mitica. Se però poi penso a titoli come "Copernico", "Da Vinci" o anche "Sobborghi", mi sembra siano titoli che non rimandano immediatamente a quella stessa immagine mitica.
Innanzitutto io sono solito preferire titoli brevi. "La Cenerentola del ring" è già un'eccezione incredibile per i miei standard, ad esempio. Credo che Copernico e Da Vinci siano personaggi mitici, esistiti realmente, certo, ma comunque mitici pe quello che hanno lasciato all'umanità. Poi non sono brani che raccontano la loro vita, vengono tirati in ballo per raccontare determinate cose. Tutta la parte sul combattimento viene fuori facendo del citazionismo su diversi combattenti, su determinati arti di combattimenti. "La Cenerentola del ring" si rifà a un film che racconta la vita di un pugile, anche se poi racconto la mia parabola artistica. "Krav Maga" anche è piuttosto esplicita. Sono ben presenti diverse sfumature.

"Sobborghi" è un brano che mi ha colpito per due ragioni. La prima è che a un certo punto citi l'organo di Sant'Eustachio. La mia domanda quindi è: non pensi che questo citazionismo spinto al limite sia una sfida per l'ascoltatore? Il rischio è che diventi una sorta di deterrente per chi ti incontra la prima volta.
Questa è una bella domanda. Come hai ben detto, credo sia anche una sfida. Faccio veramente quello che mi viene dal cuore: quando siamo andati a Parigi nel luglio 2016 con Kaizen e un altro amico, siamo entrati casualmente nella chiesa di Sant'Eustachio. Era una domenica, abbiamo visto la Messa e quando è entrato l'organo ci ha lasciato veramente qualcosa. Questo vuol dire che io non voglio mai esimermi dal togliere determinate cose dalle mie liriche per quanto poi, magari, probabilmente hai ragione. Il 75% degli ascoltatori magari dice: "che cazzo sta dicendo" e non se lo va manco a ricercare, mentre il 25% (se non conosce) se lo va a ricercare e capisce perché sono andato a ripescare una cosa del genere. Non lo faccio per fare il fico, ma perché determinate cose mi lasciano sempre qualcosa. Io sono questo, cerco di essere me stesso al 300% e questo può essere un limite, ma me ne importa fino a pagina 5.

Sempre in "Sobborghi", nella prima strofa, lanci una specie d'attacco alla società attuale, parlando d'amore che viene scambiato con la mercificazione del corpo.
Ovviamente, per fare una rapida panoramica, "Sobborghi" è il mio terreno preferito, è il terreno più criptico e più astratto: la strumentale l'ho fatta io e mi sono lasciato andare a 360°. Nel dire qualsiasi cosa, citando qualsiasi cosa, dicendo una cosa, quella ripresa da te, anche un pochino impopolare. C'è il classico stereotipo del rapper che dev'essere fico perché scopa di brutto, io credo invece che tutto sia troppo spiattellato e diffuso all'estremo. Così ora si può vedere e parlare di qualsiasi cosa in maniera esplicita su qualsiasi media senza pudore. Adesso è tutto molto meno affascinante, anche il gioco del corteggiamento. È tutto veramente svilito. Questo non solo nella questione amore-sesso. Tutti ormai possiamo dire, fare e avere qualsiasi cosa, si dice di tutto, si fa di tutto. Ormai vale tutto anche nel nostro ambiente musicale. Ogni cosa è un 'essere particolare', una novità. Non chiudere mezza rima o andare fuori tempo non è una novità, mi sembra un po' un paradosso. In quella barra lì non volevo parlare solo di amore e sesso, ma anche di altro. Andiamo talmente all'estremo che alla fine ti rivolti su te stesso. Credo che prima o poi, magari non domani ma tra cinquant'anni, la situazione non sarà più questa. Voglio vedere determinati personaggi cos'avranno da dire. Lì, ci sarò io a guardare a braccia conserte.

Una cosa che ho notato in "Copernico" è che usi la pronuncia inglese nel ritornello. Come mai questa scelta stilistica?
Mi piaceva la pronuncia inglese. Non lo so. Mi piaceva, ci stava bene, era più musicale e ci siamo ritrovati in studio con Kaizen e l'ho fatta così. Sono cose che fanno parte del cosiddetto flow.

Quanto c'è di questa immediatezza nel tuo processo creativo?
Non molto, nel senso che a me piace ponderare tutto. Però, anche per il ritornello di "Da Vinci", il "Come va?" segue una pronuncia spagnola della v. Mi piace esplorare questi aspetti fonetici.

Siamo in chiusura: qual è stato il traguardo più grande della tua carriera fin qui?
Essere qui a parlare con te del mio secondo disco da indipendente. Questo vuol dire che, a dispetto di quanti potevano pensare il contrario, ha comunque rilevanza. Si vede che nella permanenza in quel collettivo, En?gma ha lasciato qualcosa. Altrimenti non avrei potuto autofinanziarmi "Indaco", e con i ricavi di "Indaco" non avrei potuto autofinanziarmi "Shardana". Il mio percorso è davvero indipendente al 300%, certo ci affidiamo a dei professionisti per lavorare bene ma abbiamo imparato come si può sopravvivere in questo mercato discografico in questa maniera qua. Continuiamo a fare errori di valutazione sul marketing, continuiamo a sbagliare ma a fare ogni volta sempre meglio. Poi è chiaro che i miei numeri sono importanti ma lo sono contestualizzati nella mia situazione. Non sono un artista da Disco d'Oro, ma intanto campo di una passione con questo metodo. È un metodo rustico che punta al pragmatismo, però funziona. Molti hanno paura di parlare di soldi, ma io non nego di voler continuare a campare di una passione e ci sto riuscendo. Mi piacerebbe in futuro essere uno spot per un certo tipo di percorso e per certi tipi di movimenti.

 

Tag: intervista rap rap italiano

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