Motta - Avere trent'anni Intervista

La foto sono di Claudia Pajewski - Francesco Motta album nuovo la fine dei vent'anniLa foto sono di Claudia Pajewski - Francesco Motta album nuovo la fine dei vent'anni
29/03/2016 di

Dopo due album con i Criminal Jokers, Francesco Motta debutta da solista pubblicando quello che, con buone probabilità, sarà ricordato come uno dei dischi più belli del 2016. Lo incontriamo a pranzo e ci racconta come sono nate queste canzoni e come ha collaborato con Riccardo Sinigallia (che le ha prodotte). Si dice sereno, felice e soddisfatto del lungo lavoro svolto. Come dargli torto. La nostra intervista.

Quando hai iniziato a lavorare a questo disco?
Intorno al 2013, dopo il tour di “Bestie”, l’ultimo disco dei Criminal Jokers. Le idee di alcuni pezzi sono arrivate subito ma, per approdare alla stesura finale, ci ho messo tantissimo.

Perché hai voluto scrivere un disco da solista?
Perché ormai vivo a Roma e gli altri sono rimasti a Livorno. E poi perché, dal momento che i testi li scrivevo io, mi ero ritrovato ad essere il portavoce della band mentre adesso ho preferito assumermi la responsabilità di dire quello che penso, senza scaricare le colpe sugli altri. (ride)

In un’intervista avevi detto che dopo l’uscita “Bestie” vi eravate sentiti abbastanza delusi e scoraggiati, perché?
Per quel disco c’erano molte aspettative: alcune erano giuste, perché ci avevamo lavorato molto, altre erano fin troppo esagerate. Non ti parlo di avere più pubblico ai concerti o di vendere più album: i primi anni dei Criminal Jokers sono stati un momento molto forte, soprattutto per l’età che avevamo e, dopo “Bestie”, ci è sembrato che fosse svanita quel tipo di magia adolescenziale. Io mi sono sentito un po’ perso, ho capito che dovevo iniziare una fase dove fosse più importante guardami dentro e non allo specchio. È stato l’inizio di una cosa nuova.



Mettere il tuo faccione in primo piano nella copertina c’entra con tutto questo?
Se ti ricordi anche nella copertina di “Bestie” c’era già la mia faccia, ma era coperta dal fango e dalle mani degli altri. Quella di “La fine dei vent’anni” è venuta da sé, merito anche della bravura di Claudia Pajewski, che ha fatto la foto. Probabilmente se ci fosse stata un’altra persona non mi sarei fidato. Ormai nessuno mette più la propria faccia così in primo piano, magari lo fa Alessandra Amoroso o quelli di Amici, ma di solito nelle copertine di oggi vedi altre cose. Pensa che, ad un certo punto, il grafico mi ha chiesto se volevo togliere il buco lasciato dal piercing che avevo qui sul mento, ma ho voluto tenerlo. Un po’ me ne vergogno ma, d’altra parte, ho fatto un disco sulla fine dei vent’anni, si dovevano vedere anche gli errori passati (ride).

C’è una grande differenza tra i testi di “Bestie” e quelli di “La fine dei vent’anni”, prima eravate decisamente più aggressivi, sembrava quasi che voleste spaventare i vostri ascoltatori.
È vero, è tipico di quando hai paura: diventi aggressivo perché la miglior difesa è l’attacco. Penso che fosse dovuto al fatto che eravamo più piccoli e che fosse più facile trovare così una nostra identità. Era un finto punk, sinceramente è più difficile essere felici che essere incazzati. Mi sento molto distante dal me stesso di quel periodo ma non voglio rinnegarlo, figuriamoci. Ci abbiamo sempre creduto tanto nelle cose che abbiamo fatto, a livello musicale c’era una grande ricerca ma, a livello testuale, le canzoni erano ancora incomplete: non erano dei bei quadri ma solo delle belle cornici. In questo nuovo disco, se dio vuole, c’è anche il quadro dentro.

In queste nuove canzoni emerge sicuramente una maturità che prima non c’era. Non sono riuscito a capire, però, se sono le riflessioni di chi si trova ancora in un momento di passaggio, o al contrario, di chi ha davvero superato serenamente le proprie paure.
Rappresentano la speranza che, diciamo, è il passo successivo alla paura. È un tipo di maturità che ti fa prendere coscienza che non puoi più dire “va tutto male”, a quel punto ti organizzi e inizi a digerirei i tuoi problemi.

E come ci si arriva a questa serenità?
Devo ringraziare Riccardo, ogni volta mi diceva “non va bene, non si capisce, non sei chiaro” e questo tipo di ricerca, a livello testuale, mi ha portato anche una chiarezza più mia e personale.

Quindi Sinigallia non è un produttore, è uno psicologo.
Praticamente sì (ride). Più che altro: stare così tanto tempo al computer, da solo, è stato fondamentale. Riuscire a stare bene da solo e a lavorare tranquillo mentre tutti gli altri, invece, ti dicevano “ma 'sto disco è pronto?” è stato un esercizio importante. A questo album ho lavorato moltissimo: non era facile giustificare, in primis a me stesso, tutto quel tempo speso. E poi, infine, ho trent’anni, qualcosa lo vorrà pur dire.

Alcune parti sono ancora molto negative, direi quasi distruttive. Prendi “Del tempo che passa la felicità” o il finale di “Una maternità”. Che ne pensi?
“Del tempo che passa la felicità” è una delle più vecchie e può trovarsi in mezzo a quel passaggio di cui parlavamo prima, è vero. Di “Una maternità”, invece, ti direi di no: può sembrare più cupa in alcune frasi, e la musica rende tutto un po’ più scuro, ma trasmette molta speranza. Arriva un nuova vita, è un cambio di prospettiva importante.

Molti pezzi di questo disco sono canzoni d’amore?
Certamente. “Sei bella davvero” è una canzone d’amore anche se parla di un transessuale. Non è nemmeno così importante specificarlo - a mio avviso funziona anche se si pensa che sia una donna - ma a me e a Riccardo quella canzone comunicava un senso di bellezza molto forte, più ci pensavamo più ci emozionava. Anche “Abbiamo vinto un’altra guerra” è una canzone d’amore, racconta di tutti i problemi che una coppia deve superare: i soldi, il lavoro, le questioni personali. Secondo me sono tutte canzoni d’amore, come sono tutte canzoni politiche.

Spiegamelo meglio.

Per me parlare d’amore vuol dire mettersi nella condizione di dire quello che pensi. Il fatto che “Mio padre era un comunista” sia una canzone d’amore verso i miei genitori gli conferisce una valenza politica forte: è il mio elogio alla mia famiglia, non alla famiglia in generale ma a mio padre, a mia madre e a mia sorella.

A chi ti riferisci quando in quel pezzo dici “Ma quello che mi manca sei tu”?
Parla di mia sorella, ci ho passato veramente i mesi su quella frase. Quella canzone vuole sia descrivere in maniera lucida cos’era l’amore per i miei genitori - e non è una cosa da poco - ma racconta anche la nostalgia per il fatto che sono tutti a Livorno mentre io sono qui a Roma. Da un anno è nato anche mio nipote e ha cambiato completamente tutti i rapporti all’interno del nucleo famigliare in una maniera bellissima.



Citando “Del tempo che passa la felicità”, sei uno che la noia la patisce molto?
Al contrario, non cosa sia. La frase “La magia della noia” ha un’accezione positiva. Per tutto il tempo a cui ho lavorato al disco avevo in testa questo grillo parlante che mi diceva “devi suonare, devi scrivere”, non so cosa sia la noia. Credo sia un aspetto tipico della nostra generazione: non sappiamo più cosa sia la noia. Magari puoi non avere niente da fare quando sei disoccupato ma quella non è noia, è ansia, è diverso.

Che rapporto hai con i soldi?
Quando non ce li hai, i soldi sono sempre importantissimi. Per questo disco l’etichetta Woodworm, Riccardo e, soprattutto, i miei genitori, mi hanno dato una mano incredibile. Riccardo l’ha fatto veramente per piacere: nella vostra intervista pubblicata tempo fa vi ha anche detto quanto prende di solito, come me ci ha davvero rimesso e, ora che è al lavoro sul suo nuovo disco, voglio in qualche modo sdebitarmi dandogli una mano.



Di solito come scrivi una canzone?
Faccio tutto al computer, tendo a registrare subito la prima idea che mi viene in mente. Sarà banale dirlo ma per me quella prima idea è sacra e spesso con Riccardo siamo riusciti a rispettarla fino alla fine. Se invece parliamo di puro songwriting, il pezzo difficilmente nasce chitarra-voce. Sono malato di computer, di plugin e di session su Pro Tools.

Il tuo plugin preferito?
Bella domanda, EchoBoy della Soundtoys. Ha degli effetti sulla voce che mi piacciono tantissimo, è una di quelle cose che, quando la metti, ti emozioni.

Riccardo mi ha detto che nelle tue registrazioni tutti gli strumenti sono scordati, è vero?
È vero, tutti i miei pezzi hanno accordature diverse. Volevo provare a non essere succube dell’accordatore, dover pigiare su una scatolina che ti dice “sì così va bene”. Questo tipo di libertà mi ha colpito molto ed è una cosa presente nella musica africana dove ci sono molti glissati e non c’è una suddivisone così netta delle note.

Ci sono parecchie sfumature etniche nei tuoi pezzi.
Non è che abbia fatto chissà quali ascolti, ma una volta ho visto un concerto dei Tinariwen che mi ha completamente cambiato. Mi piace l’idea della ripetizione, che è una cosa molto africana, e mi piace che un ritmo possa farti ballare, che è un altro aspetto centrale della loro musica.

Di solito sei geloso dei tuoi pezzi e non li fai ascoltare fino a quando non sono finiti?
No, al contrario, credo che l’ascolto di un pezzo con un’altra persona sia fondamentale. Non è facile spiegartelo ma, come ti dicevo, io sono abbastanza malato di composizione e di elaborazione al computer dei pezzi. Spesso mi emoziono per una frase o per un dettaglio che, probabilmente, a molti altri non farebbe nessun effetto. Se c’è una persona con me capisco meglio gli sbagli: più volte ho ascoltato i pezzi con mia madre ed era come se la sua presenza mi facesse capire meglio i punti deboli del pezzo. Era uno scambio energetico particolare, era come se con lei vedessi le cose in maniera più lucida nonostante mi dicesse sempre “bellissimo”, perché ogni scarrafone è bello a mamma soja, è chiaro (ride). Anche la presenza della mia ragazza è stata fondamentale: lei è filologa e quindi sui testi è sempre stata molto esigente, è stata un punto di riferimento molto importante, come Riccardo o altre persone.

Te l’aspettavi una risposta così positiva all’uscita di questo disco?
Sinceramente avevo molte meno aspettative rispetto al passato, ero talmente convinto e ci avevamo lavorato così tanto che ormai non ci pensavo più a cosa avrebbero detto i giornalisti. Magari può sembrare un atteggiamento naif, ma sono davvero più tranquillo rispetto a tre anni fa. Ai tempi ero molto suscettibile, bastava una parola brutta o una cattiva recensione che subito scattavo. Adesso se una recensione è buona mi fa piacere, sono molto contento che apprezzino il mio lavoro, ma è solo una cosa in più che si aggiunge alla soddisfazione del risultato ottenuto.

Domanda noiosa, cosa ne pensi del giornalismo musicale italiano?
Alcuni sono bravi, altri meno bravi. Sono diventato democristiano? (ride)

Se ti chiedessi qual è la cosa più bella della musica?
(lunga pausa) È che non mi annoia mai, è un continuo stimolo, è una continua ricerca di qualcosa, di quella magia che si crea tra il testo e le note. Io e Riccardo siamo veramente malati su questo aspetto, ci affascina l’idea che basti spostare un minimo dettaglio e possa cambiare l’intero pezzo.

Il miglior pregio di Riccardo?
Ne ha veramente tanti: è il produttore più bravo, scrive canzoni stupende, è veramente il miglior artista che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia piccola storia musicale.

Ultimamente cosa stai ascoltando?
Mi è piaciuto molto il disco di Salmo. Il primo singolo, “1984”, è veramente potente. A mio avviso mancava nella sua produzione un qualcosa di più pop e quella canzone è un punto molto alto nella sua carriera. Tutto il disco non è a quel livello ma è ugualmente molto bello.

A vent’anni cosa ascoltavi?
I Pixies, i Violent Femmes, ascoltavo molto musica americana. Ora faccio più fatica ad ascoltare chi canta inglese.

Com’era Motta a vent’anni?
Non era nemmeno troppo un coglione, o meglio: né più, né meno di molti altri. Quando ero bambino mi piaceva tanto il calcio, ero il tipico bimbo che ha i piedi buoni ma si trova sempre tra energumeni enormi che non lo fanno mai giocare. Ad un certo punto con l’allenatore ho iniziato a parlare di Guccini, ho iniziato a fumarmi le canne e in quel momento lì ho smesso di preoccuparmi del pallone (ride). A vent’anni facevo già il fonico, avevo già capito che avrei fatto il musicista. Per me era già scritto.

Hai paura di invecchiare?
(lunga pausa) Per adesso no, sono molto contento di questi trent’anni.

Tag: roma punk livorno

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