GALEFFI / intervista

Galeffi: "Cremonini mi ispira sempre, anche quando non me ne accorgo"

Domani esce il suo nuovo singolo "Dove non batte il sole", un progetto per cui si è messo "a studiare Bach". Che ora si spartisce con l'ex Lunapop un posto nel suo cuore
09/01/2020 15:30

Piaccia o meno, Galeffi è uno degli artisti che sento più vicino: il suo album d’esordio, è uscito il 24 novembre 2017, giorno del mio compleanno, mentre muovevo i primi passi all’interno della redazione di Rockit. Allo stesso tempo, Scudetto si è rivelato l’unico disco in grado di descrivere una mia storia d’amore con precisione maniacale; tanti altri passaggi della mia vita sono stati scanditi dalle canzoni di Marco, non ultimo, il fatto io stia sbobinando quest’intervista il giorno dello sbarco a Milano di Ibrahimovic. 

Chiamatelo fato, casualità, immedesimazione, il fil rouge che mi lega alle canzoni del cantautore romano è lo stesso che lega la vostra esistenza a quelle di tanti altri artisti, e che gli stessi artisti provano nei confronti dei propri idoli. Gli ultimi due singoli estratti, Cercasi Amore e America, ci presentano un Galeffi diverso, cosa aspettarci quindi dal suo prossimo album?

Tra una citazione di Bach ed una dei Blur, tra l’approfondimento di Paolo Conte e la passione per De Simone, abbiamo incontrato Marco per provare a carpire qualcosa del suo imminente lavoro, sempre più convinti sia l’artista perfetto per aprire il tour negli stadi del Re, Cesare Cremonini.

Galeffi/Foto di Giulia Cortinovis Galeffi/Foto di Giulia Cortinovis

Considerando l’ormai nota influenza dei tuoi brani sulle mie vicende amorose, cosa devo aspettarmi dal prossimo album?

Mi ricordo benissimo, sono onorato, però non so se sentirmi in colpa o essere felice di questa situazione. Spero tanta gente possa immedesimarsi nelle mie canzoni quanto te, per me è un grande traguardo, vuol dire che sono in grado di comunicare qualcosa, ma devo essere sincero, adesso mi spiace un po’ rivelartelo...Come dite voi a Milano, “Peso”? Ecco, il prossimo sarà un disco molto più “peso” di Scudetto. Agrodolce, dai, non si piange e basta, c’è anche tanta malinconia bella.

Gli ultimi due singoli ci presentano un Galeffi diverso, anche musicalmente dobbiamo aspettarci una rivoluzione?

Rappresentano sicuramente i due estremi dell’opera, tutto l’album andrà in una direzione diversa ma il succo sta nel mezzo. I primi due singoli sono stati un po’ scelti casualmente, sono le prime due canzoni che abbiamo chiuso definitivamente e masterizzato. Mi piace siano così distanti tra loro, si sono rivelati la mossa giusta per shockare un po’ i fan.

Immagino il prossimo lavoro sia stato concepito per essere suonato con una band, quantomeno, registrato in maniera differente.

Il primo disco l’ho registrato col mio solito amico, Alessandro, e con Jacopo come produttore: era il nostro primo album ed il suo primo lavoro in studio. Il pregio di Scudetto è la sua spontaneità. Non sapevamo fare nulla e abbiamo imparato. Scudetto non vuol essere l’album della vita, è un bel disco esordio, è il mio esordio. Per il prossimo album volevo concedermi il lusso di cazzeggiare un po’, di jammare. Per questo ci siamo ritirati nella mia casa al mare per qualche settimana.

Tutto un altro metodo quindi...

Ad esempio, Cercasi Amore ha avuto tre versioni differenti, è nato come un brano alla Bon Iver ed ora sembra una canzone dei Blur. È un pezzo che mi rappresenta molto perché è rabbioso senza essere cattivo, nato dall’esigenza di avere un vero pezzo rock in scaletta, con dei BPM alti e chitarre importanti per svegliare il pubblico. A differenza di America che invece è stata chiusa in un giorno. America, tra l’altro, è stato l’ultimo dei brani prescelti per andare in studio che ho composto, già al piano me l’ero immaginata così.

Al di là della formazione, come ci si approccia al secondo lavoro ufficiale?

Nel primo si è sempre un po’ catapultati, bisogna sapersi arrangiare, il secondo album si affronta con una consapevolezza del tutto diversa, cresciuti artisticamente ed umanamente, tendenzialmente si ha anche qualche risorsa in più oltre che più tempo. In un certo senso, il secondo album è il primo vero album ufficiale di ogni artista. Motivo per il quale il prossimo lavoro sarà più eterogeneo di Scudetto: volevo infilarci tutto ciò che non sono riuscito ad inserire nel mio debutto. Si spiegano così i primi due singoli dalle sonorità jazz e britpop. Volevo rispondere con classe agli addetti ai lavori che avevano marchiato il mio debutto di eccessiva semplicità ma anche preparare i miei fan a qualcosa di diverso. Senza rinnegare Scudetto ma cercando di evolvere.

Uno shock può anche essere repulsivo, come si è concretizzata questa evoluzione?

Scudetto è un album nato dalla necessità di dare una forma coerente a dei pezzi che avevo già composto, il prossimo lavoro è stato concepito come album fin dai suoi albori. Il secondo album sotto questo aspetto è più stimolante. Sapevo che dovevo alzare l’asticella, dare spazio ai miei gusti, maturare delle sonorità diverse: è stata un'esigenza artistica personale. Ho sempre ascoltato tanta musica ma per quest’album ho letteralmente studiato. Le canzoni dei cantautori, Paolo Conte e Gino Paoli in primis. Stampavo i loro testi, sottolineavo i versi con la matita e cercavo di capirli. "A sto giro", ho proprio studiato pianoforte, molti brani del prossimo album sono nati studiando Bach, Beethoven ed altri artisti giganti e molto vecchi. Loro erano pop, solo che erano incredibilmente più bravi di tutti.

Galeffi/ Foto di Giulia Cortinovis Galeffi/ Foto di Giulia Cortinovis

Quali sono stati gli ascolti che ti hanno maggiormente segnato dall'uscita di "Scudetto" a questa parte?

Sono andato in fissa per Lazslo De Simone. A mio avviso, Andrea è il più bravo che c’è in Italia. Stiamo proprio parlando di un fenomeno. Purtroppo o per fortuna, lui mantiene questa magia perché non è un artista gigante, pur essendo artisticamente enorme. Mi ha fatto ragionare anche sulle mie prossime scelte, quanto vale davvero il successo? Vale lo stesso per gli artisti che ascolto, spesso crescendo perdono quella dimensione intima per cui li ami. L’unico artista capace di arrivare agli stadi senza sminuirsi è stato Cremonini. Quanti autori pop sono esplosi con un album e poi non sono riusciti ad evolversi? Cremonini è esploso con Squerez, ha saputo toccare le mie corde da pischello, e ancora oggi mi lascia di stucco. Al Telefono è un brano che parla ad un ragazzo di quasi 30 anni. Cremonini è sempre stato mio amico, il mio fratello più grande.

Nel video di "America" ti ispiri a "La La Land", ma a me ricorda tanto “New York New York è una promessa d’amore…”

È un’idea romantica. Serviva per intendere un bacio infinito, l’America, di base, è lontana da Roma, sarebbe valso lo stesso per l’Africa o l’Asia. Cremonini, però, c'entrerà sempre a prescindere. Il video è partito dall’idea del musical ridimensionato in una forma più intima, casalinga. Le mie scelte, il mio gusto, saranno sempre influenzate da Cremonini, anche quando non me ne rendo conto. Cesare è un latin lover. È proprio dentro di noi.

"Scudetto" è uscito lo stesso giorno dell’ultimo album di Cremonini, anche questa volta la concomitanza è stata premeditata?

Per Scudetto avevamo scelto appositamente la data, questa volta è una coincidenza. Un motivo in più per credere che prima o poi io e Cremonini dovremmo fare qualcosa insieme. Rockit aprici le porte.

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L'articolo Galeffi: "Cremonini mi ispira sempre, anche quando non me ne accorgo" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 09/01/2020 15:30

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