Giardini di Mirò - In continuo movimento per resistere nel tempo Intervista

Giardini di Mirò (tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)Giardini di Mirò (tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)
30/11/2018 di

“Different Times” è il gran ritorno dei Giardini di Mirò: l'album esce oggi per 42 Records e non soltanto ridona nuova linfa al post-rock ma pone anche le basi per un futuro, fecondo, della band che non ha nessuna voglia di rivolgere il capo indietro. Di futuro e di musica abbiamo parlato con Corrado Nuccini, chitarrista e storico co-fondatore.

Da quell’acronimo G.D.M. con il quale si apriva il vostro primo ep sono passati vent’anni, più o meno esatti, e siete ancora qui: questo nuovo album “Different Times” è insomma, oltre che una dichiarazione artistica di esistenza, anche un documento di resistenza e perseveranza nel tempo?
Sinceramente non lo so se questo album sia o meno una dichiarazione di resistenza ma so, in modo abbastanza netto, che "Different Times" non è assolutamente un modo per guardarsi alle spalle e esclamare “Che belli i bei tempi andati”, ecco proprio no. So che Jukka (Reverberi, ndr) spesso è solito dire che suoniamo insieme da vent’anni, ma non è proprio così dato che in fondo il nostro primo disco “organico” è del 2001, quindi di fatto sono 17 anni che si suona assieme. Può sembrare una differenza sottile ma non lo è. Detto questo avere comunque a che fare con gli stessi musicisti per tutti questi anni non è soltanto un bel traguardo ma anche un punto importante che ognuno di noi pone sul suo cammino e sì, dai, in tal senso "Different Times" può essere inteso anche come una forma di resistenza, perché alla fine resistere tutto questo tempo girando e facendo la musica che ci piace è un gran privilegio, un privilegio non da tutti. Ad esempio, a proposito di tempo, proprio adesso mi è venuto in mente che nel 1999 abbiamo diviso il palco di un piccolo pub vicino Trento con i Godspeed You! Black Emperor, un palco peraltro minuscolo e completamente occupato dagli strumenti delle band, nei giorni in cui i Godspeed avevano conquistato la copertina di NME: ecco loro, nonostante le condizioni del posto fossero un po’ così, non si sono atteggiati un minimo, hanno fatto un concerto da paura e, soprattutto, ci hanno dato una grande lezione di musica e vita che ancora oggi nessuno di noi nasconde.

Già, il tempo, si ha proprio l’impressione che il tempio abbia un peso capitale nel disco…
È vero, ha un peso specifico molto forte, non tanto a livello macro, con magari rimandi diretti nei testi, ma proprio per il senso che si voleva dare all’intero album, ovvero la volontà di far sentire che eravamo musicisti che ancora oggi si divertono, che hanno un’idea ben precisa di musica ma che, nonostante ciò, sono in continua mutazione e movimento, non stanno fermi nei bei tempi andati ma si muovono in direzione del futuro. Ecco allora che il tempo, che è poi il grande elemento che ci accumuna a tutti, è il collante che tiene, almeno spero, tutto assieme così che senza volere dare delle indicazioni precise all’ascoltare egli possa sentire una volontà comune dentro tutto il disco.

Dalla prima sonorizzazione de “Il fuoco”, film muto del 1914 di Giovanni Pastrone, a quella di “Rapsodia Satanica” avete in questi anni intrapreso un rapporto duraturo con il mondo del cinema, un mondo del cinema molto particolare ovviamente. Se e quanto vi ha influenzato per la realizzazione di “Different Times”, sia a livello concettuale sia, magari, a livello di sonorità.
Allora va detto che prima della collaborazione per "Il Fuoco" io non avevo mai visto un film muto. Dopo quell’esperienza sono diventato un appassionato e quindi devo dire grazie a quella mail che ci era arrivata dal Museo del Cinema di Torino, nella persona di Stefano Boni, con questa proposta, che ci pareva sì bizzarra ma anche tanto stimolante. Tuttavia il fatto che la nostra musica sia in qualche modo assimilabile ad un coté cinematografico in realtà è un qualcosa che affonda le radici fin dagli esordi. Infatti nelle recensioni dei primissimi album e singoli spesso ricorreva l’aggettivo “cinematografico”, e non è che noi volessimo essere per forza cinematografici, cioè i pezzi sono venuti fuori così. Poi questo ambito, appunto sempre molto naturalmente, lo abbiamo sentito via via più affine a noi fino a portarci ad aprire proprio il nuovo disco con un pezzo fortemente cinematografico.

Ma torniamo, anzi riandiamo all’album: dopo 15 anni la vostra orbita torna ad incrociare quella di Giacomo Fiorenza, storico produttore dei primi dischi. Com’è andata?
Oh benissimo, davvero bene. In realtà con Giacomo non è che ci si sia mai persi di vista, anzi, abbiamo sempre guardato ai suoi lavori e lui ai nostri quindi ci si conosceva non bene, di più. Per le registrazioni di questo album davvero non abbiamo voluto lasciare nulla al caso, realizzandolo con altissima cura. Per dirti è stato raro, se non rarissimo che al primo take una parte o la canzone fosse venuta subito bene. Abbiamo impiegato davvero molto tempo per registrarlo, certo, ma debbo dire che, anche grazie a Giacomo, il risultato è ottimo. Almeno lo spero insomma, ma siamo davvero tanto fiduciosi. Poi registrare sintonizzatori e quanto altro sotto la supervisione di Giacomo vuol dire essere nelle mani migliori possibili!

Avete dato un assaggio del nuovo album lo scorso ottobre all’AMFEST di Barcellona ma ora è tutto pronto per il nuovo tour, con partenza venerdì 18 gennaio in Santeria Social Club. La domanda è quindi d’obbligo: che concerto sarà? Anche perché ho trovato molto interessante se non curioso la dicitura “Giardini di Mirò/dal vivo”, proprio a significare l’importanza, in un certo senso, dell’evento e del ritorno sulle scene da parte vostra.
Per questo aspetto, così come per le registrazioni, abbiamo lavorato, anzi stiamo lavorando tantissimo. Mi hai raggiunto proprio appena finito le prove di questo pomeriggio. La nostra volontà, da Milano in poi, è poter portare uno show di altissimo livello, il miglior concerto dei Giardini di Mirò da sempre, giusto per volare bassi. Ecco perché stiamo proprio in questi giorni finendo di scegliere le sequenze più giuste da portare in live. Va detto anche che, e questo non vuole suonare come una vanteria ma come un semplice dato di fatto, siamo ben consci che sull’aspetto del palco possiamo giocarcela ad armi pari, anzi forse qualcosa di più, con tutte le band e gli artisti della nuova scena indipendente. Insomma siamo prontissimi e non vediamo l’ora di partire: il lavoro è stato ottimo, ci auguriamo lo possa essere anche il responso del pubblico a cominciare da Milano.

Abbiamo parlato tanto di musica, di biografia e di scelte ma ora tocca anche all’iconografia: l’immagine che avete scelto per il vostro album è potente, richiama le periferie del mondo: un po’ una Pechino sconosciuta e lontana da piazza Tienanmen, un po’ un quartiere di una città della Bassa a caso pieno di palazzi I.A.C.P.. Ci dite di più su questo scatto che, come avete potuto capire, ci ha veramente colpito.
Mi fa piacere ti abbia colpito perché non ti nego che ci abbiamo davvero tanto riflettuto sulla scelta di copertina. Da un lato non volevamo essere troppo politici o didascalici nella scelta dell’immagine, ma dall’altro non avevamo invece proprio voglia di un qualcosa di astratto o dai richiami un po’ fumosi. E allora abbiamo scelto quest’immagine di Simone Mizzotti, un fotografo che Jukka segue e conosce da molto tempo. Credo sia stata una scelta azzeccata perché l’immagine è forte, il moderno dei palazzoni sullo sfondo ben si sposa con l’assoluta semplicità e immediatezza del campetto di calcio. Perché alla fine questo devono fare le copertine: colpirti in uno spazio di tempo di cinque secondi. Poi considera anche che, per la prima volta in assoluto, il prossimo aprile faremo addirittura un tour in Cina, e il cerchio si chiude no?

A proposito di cose che ci hanno colpito: traccia numero cinque, “Failed To Chart” con Glenn Johnson dei Piano Magic, che aveva collaborato con voi già nel 2007. Diteci tutto su questo pezzo!
Glenn Johnson è un amico ormai e Jukka quando va a Londra spesso lo va a incontrare. Diciamo che il pezzo è davvero molto particolare e inizialmente doveva servire da intro, ma poi è stato inserito più a metà dell’album perché è talmente eccentrico e ben realizzato che sta davvero bene dove sta.

Per non parlare poi, sempre in tema di collaborazioni, di quella con Any Other in “Don’t Lie”.
Una bellissima conoscenza nata da una necessità. Quando stavamo registrando l’album avevamo bisogno di qualcuno di bravo e veloce per fare dei controcanti. Ecco che Adele (Nigro, ndr) stava finendo di registrare il suo di disco nello studio affianco, e spesso faceva la spola facendo parte del gruppo di musicisti che ha accompagnato Colapesce nel suo ultimo tour. Compagna di etichetta, ha fatto un lavoro eccellente e, a distanza di qualche tempo dall’uscita del suo disco, posso dire che ha fatto qualcosa di grande, di enorme a livello artistico. In fondo noi veniamo dal post-rock e questa nostra origine/natura non la neghiamo mai. 

E invece di Robin Proper-Sheppard, membro fondatore sia dei The God Machine che dei Sophia in “Hold On”, secondo singolo tra l’altro, che cosa potete dirci?
Gli album dei Sophia li abbiamo distrutti in ascolti multipli durante i nostri tour, logico che poter collaborare con Robin Proper-Sheppard è stata una figata incredibile. Poi queste collaborazioni sono nate anche dal fatto che facendo dischi ogni cinque anni se chiediamo a qualcuno un favore abbiamo tutto il tempo per sdebitarci.

In conclusione torniamo all’inizio di tutto, in una vera e proprio ringcomposition come si dovrebbe dire: su Shoegazeblog, Manfredi Lamartina ha scritto del vostro singolo “Different Times": “Questo pezzo i riporta dritti all’epoca e all’epica di Rise and Fall of Academic Drifting”. Insomma avete fatto tutta questa strada insieme per tornare, ancora una volta, più o meno su quel vagone di Regionale che da Cavriago vi portava in giro per il mondo?
Credo che dello shoegaze noi siamo imbevuti ma non ne facciamo completamente parte perché in fondo, se ci pensi bene, le nostre canzoni sono fondamentalmente post-rock. Certo, sono sì ricche di Mogwai e quant'altro, ma alla fine hanno sempre una forma abbastanza tradizionale. Qualcuno un giorno ci ha detto che siamo “una band non convenzionale che fa canzoni convenzionali”. Ecco, spero proprio che questa natura doppia possa continuare ancora a lungo.

 

Tag: intervista nuovo album

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