Inude / intervista

Inude, il nostro suicidio musicale perfetto

Fanno musica elettronica e cantano in inglese nella sperduta provincia pugliese, dove i soldi della major non arrivano e a volte nemmeno il 5G. Con il loro primo disco "Clara Tesla" ci dimostrano che fregarsene si può
05/12/2019 09:00

Gli Inude sono una creatura strana: 3 ragazzi dalla provincia pugliese che suonano una musica troppo internazionale per essere italiana, tagliati fuori dai luoghi in cui succede davvero qualcosa però, forse proprio per questo motivo, le cose le fanno succedere loro e Clara Tesla, il loro primo album, è davvero bello. Elettronica che si modella e si presta alla forma canzone, strumenti reali che interagiscono con quelli digitali, composizione ispirata e qualche nota mediterranea, come abbiamo già avuto modo di scrivere.

Li abbiamo conosciuti al MI AMI Festival 2017, mentre portavano in giro l'EP Love is in the eyes of the animals, poi sono stati fermi un paio d'anni e oggi sono tornati cresciuti al punto da azzardare che se fossero nati in quei paesi in cui sfondi cantando in inglese e suonando musica ricercata, sarebbero uno dei dischi più famosi dell'anno. Così non è, e con questo assunto dobbiamo fare i conti anche nella conversazione che abbiamo fatto e che potete leggere qui sotto. Prima però ascoltatevi l'album, merita davvero.

 

Buongiorno, facciamoci una chiacchiera da prima mattina con caffé e sigaretta. Sto ascoltando il master del vostro album e mi sembra molto bello. Cos'è cambiato nel tempo che è trascorso dal primo EP a questa registrazione?


Dopo il tour, abbiamo pensato ai pezzi in maniera differente rispetto all'EP precedente, con la volontà di creare vere e proprie canzoni, rendendole più dense di melodie vocali, continuando a curare l'aspetto musicale.

Mi sembra anche meno derivativo. Quando avevo scritto "un mix tra Bon Iver e Pino Daniele" come l'avete presa?

Quando abbiamo letto quell'accostamento ci siamo guardati e abbiamo detto "be', effettivamente ci può stare", ma è un percorso abbastanza involontario quello rivolto al Mediterraneo. Di certo c'è che siamo molto legati alla musica tradizionale della nostra terra, la Puglia, che già è un miscuglio di tante altre cose. È come essere viaggiatori: lo sguardo all'estero portando nello zaino tutto quello che di buono ci ha regalato casa nostra. Poi, in realtà, siamo tre persone che ascoltano cose totalmente diverse l'una dall'altra. Abbiamo portato dentro l'album anche i personaggi della nostra terra, tipo Mauro Durante, che suona il tamburello nel Canzoniere Greganico Salentino, che ha curato delle percussioni. Abbiamo voluto portare all'interno del disco striumenti veri e suoni che di solito non si trovano nelle produzioni elettroniche. Anche la parola stessa, oggi ci sembra riduttiva, vogliamo spaziare oltre quei confini.

 

Nota dolente: cantate in inglese e siete italiani. Non è mai stato un problema, oggi invece sembra quasi lo sia diventato

Eh, lo sappiamo. Sembra che in questo momento sia ancora peggio di qualche anno fa per chi canta in inglese, ma ci interessa relativamente. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a più persone possibili, la lingua giusta ci è sembrata l'inglese e onestamente continueremo ad andare avanti così. Il nostro non è un album accessibilissimo, andrebbe ascoltato con un minimo di attenzione e lì si dovrebbe aprire l'altra problematica, dal momento che la musica oggi è cotta e mangiata, si è un po' perso il gusto per l'ascolto approfondito. Clara Tesla, questo è il titolo dell'album, è particolare: l'abbiamo scritto due anni fa, in una casa in montagna con calma, nell'inverno, davanti al camino, in un'atmosfera molto spirituale. È un lavoro molto intimo. I prossimi lavori saranno più spinti, ma questo è andato così. I risultati a volte arrivano, a volte no, ma noi vogliamo continuare su questa linea, ci va bene così. Le mode in Italia cambiano molto rapidamente, speriamo che la nostra musica non sia mai di passaggio.

Vi hanno mai proposto di cantare in italiano?

Ce l'hanno proposto e consigliato un sacco di volte ma non l'abbiamo mai preso in considerazione. All'inizio del 2016, quando siamo andati a mixare il primo EP da Jo Ferliga degli Aucan, lui ci disse chiaro e tondo: "Ragazzi, perché non cantate in italiano? Tra poco la musica di quel tipo esploderà". Vero, ma alla fine di onde così ce ne sono sempre state. Anche noi ci siamo trovati nella coda del calderone elettronico che c'è stato dal 2014 in poi. In qualche modo abbiamo fatto bene a stare fermi due anni e a pubblicare il disco ora, altrimenti qualche anno fa sarebbe stato risucchiato dal nulla cosmico e affogato dalle mille uscite del genere che c'erano. 

 

Clara Tesla che significa?

Non è semplicissimo ma proviamo a spiegare: alcuni dei testi nell'album sono dedicati a una qualche figura sentimentale perché quando abbiamo scritto le canzoni stavamo passando tutti un momento strano; chi alle prese con un nuovo amore, chi aveva chiuso una lunga storia e chi era in crisi. Quel sentimento comune che sentivamo di chiama Clara Tesla, mettiamola così. Quando stavamo scrivendo l'album nel bosco abbiamo adottato un gatto e l'abbiamo chiamato Clara. Accarezzandolo ci siamo accorti che era elettrostatico, come spesso accade, da cui Tesla. Nikola Tesla si interessò all'elettromagnetismo proprio accarezzando un gatto, quindi ci siamo appassionati alla sua figura. Anche la scelta di pubblicare 9 pezzi viene dal fatto che lui faceva tutto per multipli di 3, era piuttosto OCD.

Prima parlavamo di scena elettronica, ma esiste in Italia oppure chi sta in provincia è un po' lasciato da parte? 

In Italia abbiamo un grosso problema: tra le band di generi che non sono mainstream, difficilmente ci si sostiene a vicenda, c'è molto individualismo e ognuno tira a fare il suo, a meno che tu non abiti in città nelle quali ti frequenti e suoni insieme spesso. Nella scena elettronica non mi sembra ci sia tutta questa voglia di fare gruppo. Poi esistono le eccezioni: siamo molto amici con Machweo e Populous, per dirne due, e sarebbe figo collaborare di più rispetto a quanto già si fa. Se fai parte di una macchia piccolina nessuno ti caga, se invece quella macchia si allarga, iniziano a prenderti sul serio. Se stai in provincia non hai a che fare con chi lavora nella musica e sei tagliato fuori, quindi in teoria quello che facciamo noi è un suicidio, un'avventura senza senso: una musica elettronica, in inglese, in una zona sperduta dell'Italia, senza troppi collegamenti. La storia che con internet siamo tutti uguali è una balla colossale, puoi avere anche la fibra e il 5G, ma se stai in provincia sei sempre a fare in culo nell'universo.

Di fare i producer c'avete mai pensato?

Certo, abbiamo prodotto tre brani del disco di Julielle e ci piace un sacco l'idea di scrivere sia per noi che per altri, ma anche fare musica per film o, come adesso, che stiamo lavorando alla colonna sonora di un videogame didattico. Ci piace metterci in gioco e lavorare con altre persone, è un modo bellissimo per imparare e per creare musica che non faresti mai di proposito. Produrre per gente esterna ci aiuta ad ampliare i nostri orizzonti anche quando andiamo a comporre per noi stessi.

 

Perché dobbiamo venire a vedervi suonare dal vivo?

Non siamo bravi a convincere le persone, ma il live sarà più tosto del disco, che ha dei suoni più morbidi. Dal vivo tutto è più spinto ed energico, con la cazzimma giusta. In formazione abbiamo aggiunto Fabrizio, il batterista, che ha dato un tocco più dinamico e "rock" alla musica. Ascoltando il disco fai il tuo viaggio, il live ti ripropone la stessa musica ma sparata in faccia, è un diverso tipo di approccio. 

 

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L'articolo Inude, il nostro suicidio musicale perfetto di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 05/12/2019 09:00

Tag: album

Pagine: Inude

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