Kama - La trascendenza delle piccole cose Intervista

kamakama
02/12/2016 di

Kama, alias Alessandro Camattini da Monza, è un cantautore attivo da più di vent'anni, prima come batterista degli Scigad e poi come solista. Ha attraversato diverse fasi, passando da un bell'esordio ("Uno specchio nel lavandino" del 2003) ad un'affermazione crescente (i video tratti da "Ho detto a tua mamma che fumi" passarono spesso su Mtv e altri emittenti), poi la firma per una major ed infine un silenzio artistico che, a parte per un singolo uscito nel 2008, durava da ben dieci anni. Oggi è tornato con un nuovo album, "Un Signore anch'io" (che abbiamo recensito qui), in grado di evocare mondi e suggestioni in maniera semplice e diretta ma non banale. Per riannodare le fila di un discorso interrotto troppo presto, lo abbiamo raggiunto per fargli qualche domanda. 

Non sei un artista alle prime armi, eppure da circa dieci anni si erano un po’ perse le tue tracce, almeno in quanto a produzioni personali. Che cosa è successo?
Ho suonato tanto, tantissimo in tour, con quasi 110 date sparse per tutta l'Italia. Ho quindi provato a lungo la realtà dello stare in giro a fare musica. Tutto questo, a conti fatti, mi aveva lasciato un sapore amaro in bocca. Nel frattempo è nato il mio primo figlio e in quel momento lì vivevo un periodo abbastanza delicato nel mio privato. Allora ho deciso di staccare, mi sono disconnesso, sono uscito dalla rete. A dire la verità ad un certo punto, quando ho firmato per Sony, ero convinto di avere trovato un modo di lavorare per me congeniale: ovvero potendomi avvalere di un produttore e di un gruppo di musicisti, potevo dedicarmi completamente a comporre le canzoni, in modo, diciamo così, più rilassato. Alla fine però le cose non sono andate come volevo (e penso come neppure volevano quelli di Sony) ed ho deciso di terminare il percorso. 

Ritorniamo a “Ho detto a tua mamma che fumi”. Da quell’album sono stati tratti tre videoclip che all’epoca giravano spesso sui canali musicali, da MTV ad All Music: che tipo di televisione musicale era quella?
Anche se sono passati solo dieci anni è davvero cambiato tutto. Nel senso che all'epoca, ad ogni mia apparizione video, ricevevo decine e decine di mail, un sacco di messaggi e attestati di stima: oggi le cose sono molto diverse. All'epoca il divano di programmi come Brand:New con Paola Maugeri era una specie di arrivo, perché solo in trasmissioni come quella si ascoltava la musica di cui, ad esempio, si poteva leggere su Rockit. Erano begli show, come quelli di Massimo Coppola, dove c'era anche un approccio molto culturale e ragionato che apprezzavo particolarmente. Adesso quell'epoca lì è finita e le cose sono cambiate.

Il tuo ultimo disco, “Un Signore anch'io” (rigorosamente con la S maiuscola) è stato pressoché arrangiato, suonato e anche prodotto da te, giusto?
Mi è sempre piaciuto suonare di tutto e con tutto. In più, nei miei trascorsi, avevo lavorato con professionisti che, sebbene fossero dei valenti musicisti, non rispecchiavano il mio ideale di produttore: si faceva il disco, si produceva il pezzo ma non ero mai pienamente soddisfatto. Ho studiato armonia e la conosco a fondo, ma soprattutto volevo che, per una volta, le cose fossero fatte esattamente come volevo io. Non proprio tutto però: il disco è stato suonato anche da altri musicisti che però hanno seguito una traccia, delle composizioni che avevo precedentemente realizzato. "Un Signore anche io" è quasi biologicamente, un disco molto personale, che sento molto mio. 

In “Sentirsi come Robert De Niro”, il singolo apripista dell’lp, ragioni in modo un po’ scanzonato sul concetto di fede. Ma per te credere in qualcuno o qualcosa cosa significa?
Il tema del disco più che ruotare attorno al concetto di fede di per sé si domanda: "Ma voi credete in qualcosa?". Cioè in un Paese che si dichiara compattamente cattolico, che reale tipo di fede è quella che si professa? Ecco più che su certezze io mi baso su domande per i pezzi del mio album. Perché nessuno mi leva dalla testa che sia quantomeno bizzarro insegnare a bambini di sei anni religione (che è come voler dire filosofia). Quella è un'età per giocare, per correre nei prati e andare in bicicletta: non certo il momento ideale per ragionare sul credere in qualcosa o in qualcuno. "Sentirsi Robert De Niro" gioca appunto sulla fede nei propri miti, così come "Un Signore anche io" invece parla più propriamente di fede cattolica. Tutto però è mosso da una voglia di riflettere, piuttosto elegantemente, invece che fare della polemica gratuita. 

“Stupide creature” è un pezzo con qualche anno alle spalle, essendo già uscito nel 2008. Per quale motivo hai deciso di ripescarlo? 
Perché il pezzo, così com'era uscito, non mi rispecchiava assolutamente. Il produttore, Luca Mattioni, è forse uno dei più bravi in circolazione. Ma in quell'occasione, almeno secondo me, non ha centrato la vera essenza della canzone, e ne è uscita un'immagine un po' distorta. Ecco perché ho voluta rifarla anche considerando che l'avevo scritta subito dopo il tour, in un momento bellissimo, quando stavo letteralmente godendomi la vita e l'amore. Non potevo e non volevo lasciare un ricordo di quella canzone che non mi appartenesse al cento per cento. 

A conti fatti la decisione di firmare per Sony, all’incirca dopo “Ho detto a tua mamma che fumi”, è stato più un bene o un male per la tua carriera?
Lo posso dire molto tranquillamente: col senno di poi è stato un errore. Quando ho firmato si prospettava un modus operandi totalmente differente da quello che poi si è messo in pratica. Forse il fatto che il primo singolo che ho registrato con loro è stato al di sotto delle aspettative li ha fatti un po' mollare. Quando mi sono reso conto che non si poteva lavorare come ritenenevo fosse giusto, me ne sono andato. Mi avevano anche proposto di scrivere qualche pezzo per i cosiddetti "talenti da talent" ma non me la sono sentita: quel mondo lì non rispecchia assolutamente il mio modo di vedere ed interpretare la musica e la vita in generale. 

“Io sono il superuomo/ io sono il sole nuovo/ e presto te ne accorgerai”: sbaglio o in “Superuomo” ci sono riferimenti piuttosto elevati?
Esatto, è proprio così. Questa canzone parla di trascendenza che non dev'essere per forza qualcosa di altamente mistico. La trascendenza, almeno per me, la si può ricercare tutti i giorni in ogni cosa, magari ascoltando una canzone, facendosi una bevuta o in altri modi: insomma trovo molto importante allargare le proprie percezioni, viaggiare con la mente. Rimanere sempre inchiodati con i piedi per terra è noioso oltre che deleterio. 

La tua musica in questo periodo fa da sottofondo ad un qualcosa di davvero meritorio, il “Progetto Quasi”. Ce ne vorresti parlare?
Ho scoperto il Progetto Quasi un po' per caso, girando su internet. Loro sono delle ragazze fantastiche e credo che ormai, anche a seguito delle interviste che stanno uscendo sui media, siano un progetto sempre più conosciuto. Sono tutti volontari che si occupano di prendere dai canili gli animali più disgraziati, loro li chiamano "i nostri sfascioni", quegli animali che nessuno vuole perché magari hanno delle malformazioni o sono stati vittima di incidenti. Li prendono e li accudiscono, ridonandogli letteralmente il sorriso. Credo sia una realtà bellissima e per questo ho regalato loro una canzone, una specie di colonna sonora, e ho partecipato anche ad un loro evento di beneficenza. Nel contesto dei "Mai più senza" una mia esibizione in una scuola di musica di Roma ha raccolto 290 euro: un bel risultato, sempre inferiore però a quello di Magalli, altro grande testimonial dell'iniziativa. Ma prometto che lo supererò un giorno! (Ride).

Tra dieci anni uscirà un nuovo tuo disco o l’attesa sarà più breve?
Be' diciamo che non farò passare altri dieci anni prima di dare nuove notizie su di me. Anche se oggi fare un disco è una bella impresa, non basta più un anno o due ma ne serve qualcosa di più. Ma ho tanta voglia di scrivere e comporre, quindi non mi preoccupo.

 

Tag: pop cantautore

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