Lamante: "Avevo perso tutte le parole, poi ho dato una forma al vuoto"

Ha registrato il suo secondo disco, "Non dico addio", in una chiesa nella sua Schio. Solo lì poteva far incontrare la vita e la morte e ritrovare sè stessa dopo un lutto che l'aveva completamente svuotata. E alla fine le parole sono tornate, meravigliose come sempre. La nostra intervista

Le prime due foto sono di Rose Mihman, le altre scatti fatti con il tel da Giorgia a oggetti che si trovano a casa sua
Le prime due foto sono di Rose Mihman, le altre scatti fatti con il tel da Giorgia a oggetti che si trovano a casa sua

“Sono nel mio eremo urbano. Guardo la pioggia dall’alto, per una volta”.
Per essere a Schio – 40mila abitanti, Ernest Hemingway come fan numero uno – l'appartamento di Giorgia sta molto in alto ed è pieno di vetrate, da quassù anche l’operosa ex capitale del tessile può sembrare un po’ Gotham City. Un attico soppalcato in provincia di Vicenza, non esattamente quello che ti aspetteresti dalla cantautrice più autentica e viscerale che l’Italia si sia potuta permettere nell’ultimo decennio. 

Attorno a lei uova di struzzo, manichini, teche piene di cimeli, uniformi, quaderni, croci fatte a mano. Se denotano qualcosa della sua personalità – ed è senza dubbio così –, non abbiamo gli strumenti per dire cosa. Di certo, c’entrano parecchio con il suo secondo disco,“Non dico addio”, uscito una settimana fa, a due anni esatti di distanza da “In memoria di”, un esordio semplicemente folgorante.

“Ieri è stato il mio primo giorno a casa da gennaio. Nel frattempo sono stata a Parigi, Lituania, Berlino, Bruxelles, Londra, Lubiana, Livorno”, ci dice Lamante. Mica semplice per lei che a Schio è legatissima, tanto da decidere di registrare qui (in una chiesa, come racconta il nostro reportage esclusivo) assieme, tra gli altri, a Taketo Gohara, Asso Stefana e Nic Fornabaio, il suo secondo “faticosissimo” album.

Per chi vuole sentirlo dal vivo, l’appuntamento è per sabato 23 alle 22 sotto il Palco WeRoad a MI AMI Festival. Intanto leggete questa conversazione con un’artista a cui vogliamo molto bene. 

Cosa hai capito in questi mesi lontana da Schio?

Che casa mia è la mia casa. Quando sono via mi manca. Dirò di più, mi mancano pure Milano e l’Italia. All’estero, soprattutto tra i gruppi di expat, è più difficile creare situazioni, legami tra gruppi di persone, comunità. Dovrebbe essere una condizione del tutto umana, invece pare che sia soprattutto una cosa italiana. 

Come hai accolto l’uscita del tuo secondo album?

Ho accolto male tutto di questo album. Il processo creativo è stato totalmente invertito rispetto a “In memoria di” e questo mi ha mandato più che nel panico. Per il primo disco avevo scritto cento pezzi, già semi prodotti, e alla fine ne abbiamo scelti 11. Scrivevo, scrivevo, scrivevo, avevo un archivio familiare infinito – in casa mia si è sempre scritto un sacco, documentato tutto – da cui attingere, mi sentivo circondata di parole. Solo che poi sono rimasta senza parole. Per un logorroica è stata una sensazione straniante.

Com’è potuto accadere?

Dopo aver pubblicato il disco e averlo portato in giro per più di cento date – quando sono su un palco mi metto a nudo: non è una scelta, è quasi una necessità – mi sentivo completamente svuotata. Poi ho avuto un lutto, che è al centro di questo secondo disco, e ho subito l’urto con estrema violenza. Tutto questo vuoto ha preso possesso di me e mi ha fatto perdere le parole, che per me sono sempre state un ponte per capirmi e per comunicare con il mondo. Di fatto avevo perso contatto con me stessa.

Tutto questo non si riesce a raccontare, immagino. 

Come si parla del vuoto? Come si parla del nulla? È stata la domanda che mi ha ossessionato per mesi. Ma una volta che ne parli, in automatico, non è più vuoto, fallisci il bersaglio. Infatti ci sono riusciti in pochissimi a raccontarlo. In musica penso all’ultimo album dei Radiohead, forse meglio il cinema (il giapponese Sion Sono, che io adoro, in questo è un maestro). Cercavo degli appigli nell’arte e non li trovavo, poi mi è venuta incontro la letteratura. “Non dico addio” di Han Kang quel vuoto lo afferra e lo restituisce.

Quindi le parole a un certo punto sono riaffiorate.

Ho dato dei nomi al vuoto, gli ho dato una forma. Questa cosa mi ha salvato. Ma sono dovuta passare attraverso un processo, diciamo che sono stati mesi complessi. Avevo dei sogni ricorrenti (uccelli rossi che bucavano il soffitto, uova di struzzo, muri pieni di vetrini e colline piene di croci, ciocche di capelli), erano immagini forti, che non riuscivo a scrivere, avevo bisogno di visualizzarle. Allora ho iniziato a costruire i miei sogni: casa mia è diventata una falegnameria. Così riuscivo a vederli, e speravo di capirli. Mi sono riempito le stanze di simboli che servivano a sublimare dei concetti. Ho iniziato da lì, poi, pian piano, sono arrivate le parole.

E cosa si prova quando accade?

Una sensazione incredibile, ti senti illuminata, sollevata. È tipo un orgasmo, un momento di piacere estremo e che dura poco. Quando sono tornate le parole ero felicissima, ma ero anche molto arrabbiata con loro, le parole, e avevo paura che potessero sparire di nuovo. Però almeno dopo mesi ho ricominciato a dormire.

Ad Han Kang hai deciso di dedicare il titolo del disco. Perché?

Non tanto, o non solo, per il libro, quanto per il discorso che ha fatto nell’accettazione del Nobel. A un certo punto chiede al pubblico “possono i vivi salvare i morti?” e poi “ma soprattutto, possono i morti salvare i vivi?”. Sono due anni che cerco di rispondere a questa domanda. Per il resto, il titolo era in ballottaggio con altri due che poi sono diventate tracce dell’album. C'era “La stanza del figlio”, solo che poi ho scoperto che è il titolo di un film molto famoso, che io non conoscevo. E “Governatevi”, ma quel Vi finale mi metteva su un piedistallo, quindi non andava bene. 

Ecco, appunto, “Governatevi” è un grande pezzo, molto CCCP. Un pezzo capace di proporre una  doppia chiave lettura, un inno politico estremamente attuale con il suo invito alla diserzione e un brano altrettanto intimo, quasi di abbandono.

La chiave sta nella parola che spezza il ritornello ed è “disarmatevi”. Nel brano cerco di parlare alla mia memoria e ai miei ricordi, la parte meno governabile di me. È un’ammissione dei nostri limiti: come pretendiamo che non si facciano guerre, se dentro casa non riusciamo a governare noi stessi?

Come sei finita a registrare il disco in una chiesa?

Ero in studio a Milano con Taketo Gohara, che mi affianca da sempre. Ero incazzata nera, perché non mi venivano le parole. A un certo punto Take ha capito tutto, mi ha detto “tu con questo album stai elaborando un lutto”. Era vero, provavo in ogni modo a mettere un piede fuori dal dolore. Per riuscirci serviva un luogo adatto: la chiesa, dove si celebrano i battesimi, le unioni e i funerali.

Cosa succede a quel punto?

Cominciamo a girare tutte le chiese del territorio. Solo che io non ho l’auto e Taketo aveva fatto qualche casino con l’assicurazione, quindi andavamo a fare i sopralluoghi in corriera. Siamo stati alla chiesa di Piovene Rocchette, abbiamo visto gli affreschi del mio bisnonno che era in fissa con le scene di San Giorgio e il drago, motivo per cui io mi chiamo Giorgia. Siamo stati alla chiesa dell’Angelo sul Monte Summano, dove ho detto per la prima volta “ti amo”. Quando siamo arrivati in cima abbiamo capito che non c’era più la corriera per scendere. I montanari che ci hanno visto camminare per ore, vestiti come siamo vestiti, devono aver pensato fossimo due diavoli.

E alla fine la soluzione era un passo da te. 

Esatto, la Chiesa di San Francesco, nella valletta di Schio. Un posto che quelli di qua conoscono da quando sono bimbi, perché ci vanno a bruciare la scuola o darsi i primi baci. È quella cosa della “plant blindness”, secondo cui non vediamo le piante perché le abbiamo sempre avute in mezzo a noi e quindi finiamo per rimuoverle. Quel posto fa parte della mia storia familiare: mio prozio, cieco, lì suonava l’organo con i pentagrammi in braille, mia nonna è stata ricoverata lì quando era un ospedale (ora ospita un ospizio, ma la chiesa è ancora consacrata, ndr).

La tracklist come l’hai scelta?

L’ha scelta Taketo, come sempre. E meno male. Fosse stato per me nel primo disco non avrei pubblicato “Non chiamarmi bella” e “Come volevi essere”. Dal buio totale in cui ero immersa, in un mese e mezzo chiusa in casa ho scritto 50 pezzi. Quelli finiti nel disco sono i più inconsci e rapsodici che ci siano, ed è giusto così. 

Brani quasi “rivelati”.

Proprio così. Non so da chi. Ed è questo il bello, la magia è non sapere.

La difficoltà maggiore rispetto al primo album immagino sia il tuo passaggio dalla figura di “testimone” (delle storie della tua famiglia) a quella di “protagonista dei fatti”.

Sì, la prospettiva è nuova. O meglio, io ho sempre parlato di me attraverso gli altri, ma era comunque una forma di autotutela. In questo caso al centro c’era un’esperienza mia, forte, vissuta in prima persona. I brani del disco sono tutti dei tête-à-tête, ci sono io e c’è un “tu”, qualcosa che mi ha molto sorpreso nella mia scrittura. Mi sono sempre chiesto chi fosse il “tu” a cui parlavo. Potrebbe essere un figlio mai nato, un figlio che deve ancora nascere, la  persona amata, mia mamma.

Dov’è finita la chitarra elettrica?

C’è meno, anche se non è sparita del tutto. Lasciare un po’ da parte la chitarra e i fiati è un altro grande trauma che il disco mi ha imposto. Ma lo chiedevano le canzoni. Non potevo fare un album che parla della mamma, di colei che mette al mondo, e metterci la tromba, che è il simbolo fallico per eccellenza, quello del richiamo alla guerra. La chitarra, invece, è una lingua tagliente, la provocazione, le parolacce, ma dentro una chiesa non se ne possono dire troppe: non volevo mica sconsacrarla. Per me è fondamentale trovare le chiavi di lettura giuste e metterle ognuna al suo posto, per aprire tutte le serrature.

Ci vediamo al MI AMI, allora.

Certo. E sono felicissima, come nel caso del primo album, di iniziare il tour da qua. Sarà un set diverso, con la mia solita band più un quartetto d’archi, oltre alle scenografie di Edith Di Monda (artista unica, che ha lavorato con Miley Cyrus e molti altri). Cercheremo di riportare sul palco la dimensione che abbiamo vissuto nella Chiesa di San Francesco. 

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L'articolo Lamante: "Avevo perso tutte le parole, poi ho dato una forma al vuoto" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-05-15 11:34:00

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