Luca Carboni - Da Bologna ad Alexander Platz Intervista

Luca CarboniLuca Carboni
12/01/2016 di Alessandro Raina

Luca Carboni è stato protagonista di un grande ritorno nel 2015: il suo "Pop Up" ha avuto un'ottima ricezione sia tra il pubblico che tra la critica, ed è riuscito a rinnovare il suo suono pur mantenendo la sua storica identità. Questo è stato possibile anche grazie al coinvolgimento di alcune "nuove leve" di autori che a Rockit conosciamo bene, come Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti e Alessandro Raina, che ha firmato la sua "Bologna è una regola".

È proprio ad Alessandro Raina che abbiamo chiesto di fare quattro chiacchiere con Luca Carboni, per parlare dell'ultimo disco ma anche di tutto quello che c'è attorno: Milano, il calcio, la poesia, la pay tv e molto altro ancora. Buona lettura.

 

Ciao Luca! Intanto chiariamo subito una cosa. Considero la tua scelta di collaborare con me un risarcimento (parziale) per il pacco che voi del Bologna avete fatto a noi gobbi quando ci avete venduto in un colpo solo Gigi Maifredi, Luppi e De Marchi, dico bene?
Be', in effetti, non è davvero andata bene per voi, però l’idea di Montezemolo non era sbagliata, secondo me. Maifredi con noi aveva fatto una cosa pazzesca. Tre anni, dalla B alla UEFA, bel gioco tanti gol! Entusiasmo nella città, calcio “champagne" dicevano i giornalisti, perché Gigi era, fino a poco tempo prima, un rappresentante della Veuve Clicquot! In più, nei miei ricordi, tutto si mescola ad un momento molto speciale, perché Maifredi arrivò nel campionato '87/'88 ed io avevo appena pubblicato il mio terzo album "Luca Carboni", quello di "Silvia lo sai" e di “Farfallina", che ebbe un successo incredibile. Avevo 25 anni e per me era un momento magico sia nella musica che nel calcio.

Siamo solo alla seconda domanda e mi sto già bruciando il momento nostalgia. Ti manca quel calcio anni '90 con meno tatuaggi e più romanzo? I commentatori meno showmen di quelli di oggi, o personaggi come il prof. Scoglio e i suoi 21 modi di battere un calcio d'angolo...
Se vuoi un momento di magica nostalgia legato al calcio ce l’ho bello chiaro, nella mente e nel cuore. Negli anni delle elementari non avevamo la televisione in casa e mio padre non mi portava allo stadio, così ascoltavo "Tutto il calcio minuto per minuto" alla Radio Rai e il lunedì, a scuola, c’era addirittura Massimo, il mio compagno di banco, che era un fenomeno a raccontare i gol, e io mi entusiasmavo. Vedevo la palla entrare all’incrocio dei pali come se fossi stato lì. Il gol raccontato è un romanzo, una figata! Sto parlando degli anni '70...

Io credo che la pay tv sia una potenziale figata ma anche che abbia esasperato il nostro essere un paese 'di sessanta milioni di allenatori'. Per reazione ho ripreso ad ascoltare le partite alla radio, il boato della folla che anticipa l'intervento del radiocronista mi dà molta più adrenalina. Ti piace il calcio della tv digitale?
Oltre ai film e non solo d’azione, guardo molto calcio ma anche tennis e basket. Non sono contrario alla pay tv perché mi dà la possibilità di avere tante informazioni, di vedere tante altre squadre oltre il Bologna. Riesco ad avere la percezione di tutto il campionato. Mi piace. Devi pensare che io adesso sto spesso qui sull’Appennino, in un posto un po’ selvaggio e isolato in mezzo al bosco ed è bello potere essere connesso con le cose che mi piacciono quando voglio. Magari nell’intervallo di Napoli Fiorentina in una domenica uggiosa e umida mi affaccio alla finestra e vedo passare due lupi che giocano, i cuccioli di caprioli, poi rientro e vedo un gran gol di Higuain! Mi sembra quasi un miracolo, di avere troppo. Una grande opportunità, la possibilità di essere vicino e lontano allo stesso tempo. Il massimo!

Quindi come canti in "Milano" davvero 'non guardi la tv tranne la notte degli Oscar e qualche film d'azione'?
Non seguo solo lo sport. A me piace molto il cinema europeo, francese e inglese, che molto spesso non arriva nelle nostre sale ma un po’ di cose nella pay tv si trovano. Certo, il linguaggio si modifica continuamente, tu lo sai, e anche il calcio non fa eccezioni, sono cambiate tante cose. Se dici ad un ragazzino: ala, mezzala, libero, terzino non capisce di cosa stai parlando, quindi devi ricordarti di parlare di esterni, centrali, punte, attaccare gli spazi, etc... Comunque sono d’accordo sul boato del pubblico l’attimo prima del radiocronista, è una botta pazzesca.

Tu vai ancora allo stadio?
Allo stadio ogni tanto ci vado, tra l’altro ci sono assolutamente cose di una partita, di una squadra, dei giocatori che percepisci solo vedendo la partita dal vivo. La tv ti fa vedere mille volte un contrasto, da diverse angolazioni, velocizzato o rallentato, ma la fisicità reale viene espressa in campo. Dalle telecamere non arriva o arriva sfalsata. Anche il vero carisma di un calciatore non riesce ad essere catturato dalla tv. Vedi solo se gioca bene o male. Non percepisci quanto è importante per i suoi compagni. Quanto guida. È così anche nella musica, nei concerti, dalle riprese video o dalla tv noti molto se un cantante è intonato o no, se è pettinato, come è vestito. Ma se lo vedi dal vivo noti altre cose, percepisci il karma, hai altre emozioni.

"Pop up" è un titolo che suona bene, graficamente funziona e quindi è ok, però è anche una parola che rimanda alle finestrelle per proporti pillole miracolose che si aprono quando visiti un sito porno o ti annunciano che hai vinto una macchina senza aver fatto nulla...
Mi piaceva l'idea di un titolo che non fosse figlio delle parole o dei concetti delle canzoni, che incuriosisse e fosse allo stesso tempo chiaro ed ermetico. Sì forse un po' forzato lo è perché l'ho cercato "fuori" dal disco, ma risuonano tante cose in questo titolo, anche la "somma" di "POP" degli U2 e di "UP" dei REM...

Wow, non l'avrei mai detto! Fra l'altro hai citato le mie due band preferite in assoluto... inizialmente l'ho associata a una fase del web quasi vintage e superficialmente mi è sembrato un titolo che volesse suonare moderno a tutti i costi. Poi ci ho pensato e mi è venuto in mente che i pop-up sono i libri illustrati a tre dimensioni, per bambini e ho realizzato che il tuo effettivamente è un disco a tre dimensioni. Mi sembra più un libro illustrato per 'ragazzi (cresciuti) che si amano' più che una serie di finestrelle nel tuo browser. Mi sbaglio?
Spero di sì, ho pensato proprio ai libri per bambini. C'è addirittura anche la "Pimpa pop up"! Mi piace anche l'idea che siano soprattutto immagini e non parole in questo tipo di libri a creare l'effetto a sorpresa: alberi, farfalle, palazzi, etc.

Tu non hai mai inseguito i massimi sistemi e non hai neppure cavalcato troppo temi che calzano a pennello per il pubblico di un paese mediterraneo, affacciato sul sud del mondo, che non rinuncerebbe mai alle vacanze e ama divertirsi come un ragazzino fino a sessant'anni anche quando le cose vanno male, che diffida dell'immigrato ma si commuove e dona se vede una pubblicità di Save the Children. Per un paese come il nostro certe canzoni 'multiculturali' del tuo amico/fratello Lorenzo Jovanotti sono perfette, e intramontabili. Considero Lorenzo un genio, un caso di poliedricità forse irripetibile nella storia della nostra musica e sicuramente la più grande pop star italiana di sempre, ma quel versante del suo repertorio a volte mi è sembrato un po' stucchevole, canzoni come "Penso positivo" o "L'ombelico del mondo" le trovo didascaliche, tipicamente occidentali nel voler shakerare culture complessissime come quella africana o latina in cultura popolare di massa, e soprattutto hanno il lieto fine...
Lorenzo è più “social” ed effettivamente più “sociale” di me, è spesso tentato di trattare e mettere insieme i "massimi sistemi". Spesso scherzando gli dico che in alcune sue canzoni si sente troppo il "Liceo Scientifico". Per tante altre cose, invece, siamo più simili di quello che può sembrare.

Le tue canzoni ce l'hanno il lieto fine?
Lieto fine dici? No, non credo, le mie canzoni non hanno quasi mai nemmeno un finale, i testi sono di solito immagini, pensieri, sensazioni che scorrono incatenandosi tra loro, spesso come finale arriva la cosa più forte, molto spesso una domanda, anche il forse, il dubbio... Può essere? Non vorrei dire cazzate... Fammici pensare un attimo a come finiscono alcune mie canzoni. "Sarà un uomo" finiva con “E la dance che ci fa adesso ballare, sarà un rumore lontano”, "Ci vuole un fisico bestiale" finiva che “Siamo barche in mezzo al mare”. No, non c’è mai un lieto fine. Potrei dire che le mie canzoni sono piccole tappe di un viaggio di cui non sai la meta, sai solo di essere arrivato lì, magari hai seguito il percorso di una lacrima ma ti fermi prima che evapori o che venga asciugata. Anzi per essere ancora più preciso, visto che amo la pittura e dipingere, mi piace pensare che le mie canzoni assomiglino ad un quadro, una tela dipinta, come se il pennello tracciasse un insieme di musica e parole piuttosto che un romanzo, o una storia con un inizio ed una fine. Le parole in una canzone hanno lo stesso valore della musica. Mi è capitato spesso di togliere una frase di testo perché sentire quelle note, liberarle, “diceva” di più.

(foto di Maikid)

Una stazione importante del disco è "Chiedo scusa". Tu quando alludi a Dio lo fai in modo molto umano, terreno, ma allo stesso tempo molto impegnativo. Una punchline come 'prego in una chiesa ma anche in una moschea' potrebbe essere una dichiarazione di ecumenismo molto paraculo, ma detta da te suona come un inno al realismo, ad accettare che in una società multietnica e multi religiosa occorra provare a rispettare un'idea di trascendenza, di qualcosa di più grande di noi, dei nostri schemi, più che contrapporci sulla base delle nostre convinzioni, anche quando la cronaca ci costringe a schierarci. Credi che un ritornello possa ancora avere la forza e la credibilità di un messaggio politico-sociale, o resta solo un modo per dichiarare come ti ci collochi tu?
Dopo quello che è successo a Parigi, questa frase del "rito" suona davvero molto forte e divide ancora di più, perché prende la dimensione di un messaggio politico sociale esplicito, mentre in realtà nasce dall'esigenza di dire comunque "quella cosa lì" ma semplicemente come mio modo di sentire le cose. Pur consapevole che la frase contiene un messaggio, volevo farla "passare" come se fosse più leggera di quello che è. Invece, alla fine, non ci sono riuscito... La stessa frase offre sempre più interpretazioni riguardo l'intenzione, in base al contesto e al momento in cui viene detta o sentita.

"Chiedo scusa" è un titolo molto forte. Il senso di colpa è una pietra d'angolo della condizione umana fin dal cristianesimo delle origini e non a caso la poesia a cui ti sei ispirato è scritta da una donna che durante la propria vita conobbe la fede nel dio cristiano e poi quella nel comunismo, perdendole entrambe. Credo che molti di noi abbiano avvertito almeno una volta il tipico senso di colpa del borghese occidentale rispetto alla propria condizione agiata. Oppure il senso di colpa dell'ambientalista verso l'albero quando guarda 'le quattro gambe del tavolo di legno'
Sicuramente il senso di colpa nella nostra cultura è molto presente... anche in me! Però, la poesia della Szymborska intitolata "Sotto una piccola stella" che ha ispirato questo testo non ha tanto a che fare con il senso di colpa come può sembrare al primo impatto o comunque non solo. Frasi come: "Non accusarmi anima, se ti possiedo di rado. Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque. Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna" sono anche il prendere atto, non senza malinconia ma anche con una certa dose di ironia, dei limiti della nostra condizione umana, il rendersi conto, con stupore, di quanto sia improbabile essere responsabili del mondo e degli altri.

Esattamente quello che intendevo con 'qualcosa di più grande di noi'....
Scoprire che ogni scelta esclude altre scelte, ogni passo verso una meta nega altri viaggi ed altre direzioni...di quanto sia utopistico abbracciare tutta l'umanità. È una cosa che torna spesso nei suoi versi. In un'altra sua bella poesia scrive: "Sto ancora dormendo, ma nel frattempo accadono fatti". Torna sempre la malinconia dell'impossibilità di dare risposte al mistero dell'esistenza. Forse l'individualismo è la sola nostra possibile condizione. Non una scelta.

(La poetessa Wisława Szymborska)

Canti 'Chiedo scusa al mondo se non lo cambierò'. Io credo invece che il mondo lo abbiamo cambiato moltissimo, e quasi sempre in peggio, o al massimo adattato alle nostre necessità, perché siamo (anche) creature che competono per la sopravvivenza 'in questa parte di universo disponibile'. Il mondo ci ha mai veramente chiesto di essere cambiato? O cambiarlo non ha quasi sempre piuttosto coinciso con 'rimediare alle cazzate dei nostri predecessori'?
La Szymborska a proposito della sua esperienza come membro del partito comunista sovietico nel 1991 scriveva: "Ho capito che anche l'amore per l'umanità è molto pericoloso, perché per lo più porta a volere rendere gli uomini felici per forza".

Una cosa che fai spesso nelle tue canzoni è descrivere le manie delle persone in modo molto ironico ma non per questo meno pungente. Credo che chiunque scriva canzoni debba correre il rischio di prendere una posizione, a volte anche di giudicare, ma il confine fra farlo con acume e ironia e risultare un po' troppo hater non è sempre definito, soprattutto sui social...
Certo! La canzone come tutta l'arte è un'occasione per riflettere, ma ancora di più un occasione per svelare un segreto, una cosa mai detta, una domanda mai fatta. È assolutamente importante non essere prudenti quando si scrive. O attenersi ad un linguaggio che ci dà certezze... osare sempre. Secondo me la canzone è un foglio bianco in cui può entrare davvero tutto senza censura, qualunque tipo di argomento, visione, giudizio, critica, domanda. Diventa però poco interessante, per me, quando ci si schiera ideologicamente utilizzando un pensiero comune collettivo, di seconda mano, senza aggiungere niente. Non mi interessa tanto il sociale fine a sé stesso nell'arte.

Se i cantautori non riescono più a raccontare certi tratti del genere umano, se parliamo solo di amore o dolore, secondo me perdiamo una grandissima occasione per riflettere su noi stessi, non trovi?
Mi piace pensare che l'artista sia solo, intervenga nel sociale da individualista, che mi racconti qualcosa che sia solo suo, unico e irripetibile, in un modo unico e irripetibile. Un nuovo punto di vista. Ancora meglio se qualcosa di non condivisibile. Non è facile. Un bell'esempio pop negli anni '80 è stata "Vita Spericolata" di Vasco perché fu uno shock per la canzone d'autore.

Sono d'accordo, infatti pensando di scrivere 'C'è una regola per cui serve andare a Berlino per sentirsi un po' meno normali' ero certo che detto da te non rischiasse di suonare troppo provocatorio, poi ho scoperto che in 'Luca lo stesso' avevi messo un altro elencone di cliché e contraddizioni umane e mi sono rasserenato del tutto! Fra l'altro io a diciassette anni sono andato a Berlino credendo davvero che bastasse camminare per il Kurfurstendamm per sentirsi 'un po' dannati' come i personaggi di Christiane F.
(Ride) Cazzo, mi fai venire in mente Berlino, una città pazzesca che amo, ci sono stato tante volte, ho visto fasi importanti di questa città. Ci andai la prima volta nell'84, ad aprire un concerto di Lucio Dalla organizzato dal partito comunista. C'era ancora il muro, i Vopos sopra, pronti a sparare a chi tentasse la fuga. I palazzi disabitati attorno, ragazzi che di nascosto si scambiavano vinili di Springsteen, di Michael Jackson, c'era l'albergo in Alexanderplatz, che aveva l'odore di ospedale. L'interprete Anna Maria che piangeva quando siamo partiti. Lo shock di un mondo diviso da un muro. Poi ci sono tornato poco dopo l'apertura e la parte est era inquietante, magica e incredibile. Ogni buco, ogni ex officina, garage era stata occupata e trasformata in locali improvvisati underground pieni di arte di musica, teatri d'avanguardia, era pieno di poesia! Avevo già visto lì le trabant dipinte che poi usarono come simbolo gli U2 in "Zooropa".

(Continua nella pagina successiva)

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