Afterhours

La Padania non è per sempre Intervista

Foto di Ilaria Magliocchetti LombiFoto di Ilaria Magliocchetti Lombi
14/05/2012 di La Redazione

Gli Afterhours sono venuti a trovarci in redazione per raccontarci Padania e l'intervista si è trasformata in un viaggio attraverso gli oltre venticinque anni della band. Si parla anche di disagio contemporaneo, anni 90, rock'n'roll, Internet, talent show, odio, televisione, major, dolore, generazioni musicali, speranze, nuovi progetti con un Manuel Agnelli lucido, determinato.
 

“Padania” è un titolo brutto, che evoca sentimenti brutti, che chiama idee politiche brutte, che parla di una terra che non esiste. Perchè?
Manuel Agnelli: Bene, giusto. Esprimere sensazioni di fastidio è l’idea alla base del titolo e del concept di “Padania”. Non siamo cantautori, non raccontiamo storie. Siamo una band rock’n’roll ed usiamo il suono, l’attitudine, la tensione per trasmettere delle sensazioni. In Italia questo si accetta poco, perché la tradizione cantautorale è mastodontica. Ci dicono “non si capisce un cazzo di cosa vuoi dire”. Chi se ne frega. Ti ha dato fastidio? Perfetto. Non siamo politicamente corretti, non cerchiamo complicità con chi ascolta. Essere un gruppo “pericoloso” è uno dei punti di questo disco. Stiamo esprimendo il fastidio di vivere in questa terra ideale, immaginaria.

Quando avete scelto il titolo, non avete pensato che potesse essere ampiamente frainteso?
Si, ma noi ci divertiamo con la provocazione. Non è dadaismo, è puro divertimento, anche a leggere commenti velenosi. “Padania” è l’idea di identificare un fenomeno che stiamo vivendo, cercando di dargli un nome, una personalità. Sapevamo benissimo che col nome avremmo scatenato un putiferio, soprattutto prima di spiegare il perché. Ma a noi accade spesso, come quando siamo andati a San Remo, lavorato con Mina ed altre cose controverse che abbiamo fatto.

“Padania” presenta riflessioni sul disorientamento, sulla confusione e sulla difficoltà nel sentirsi parte della società contemporanea. Il brano "Nostro anche se che ci fa male", può rappresentare anche il "male di miele", il fatto che ci faccia male appartenerci. Poi in “Costruire per distruggere” arriva quasi una risposta “sarà bellissimo, fare parte della gente, senza appartenere a niente”.
Io sto male con me stesso, sto male da sempre. Pensavo fosse il mio percorso di vita, poi vedo mia figlia di 6 anni e sta male come me. Mi ha un sconvolto il fatto di diventare padre, sono crollate alcune certezze, alcune spiegazioni che mi ero dato nella vita. E’ il nostro modo di essere che ci fa male. Io alla fine ho imparato ad accettarmi, non sto meglio, ma vivo in pieno. Sono stato per anni molto frenato da tutto, dal fatto di non essere contento di me stesso, ma cercare le risposte è un modo idiota di buttare via la vita. Può darsi che io sia una merda, ma almeno so chi sono. Dopo anni di ricerca interiore ed esteriore su quello che pensavo di diventare e di essere in realtà alla fine ho capito chi sono. Il tuo dovere come individuo/persona è quello che ti sei dato. Per me è lo stare tra la gente che ho sempre rifiutato. Vivere con le persone che mi circondano, farne parte, anche se non sarà per nulla facile.

Il disco è pieno di anime diverse. Sembra quasi che ognuno abbia elaborato in proprio un concetto musicale di base. Nei due dischi precedenti tu eri protagonista e la musica ti si muoveva attorno. Oggi ogni parte musicale ha una sua personalità ed una sua libertà. La tua voce è una delle componenti al pari della altre...
Questo disco è così per i musicisti che ci suonano. Non è mai stato un problema mio di dare spazio agli altri, è sempre stato un affare dei musicisti prenderselo. Una band non è un’entità democratica. E’ un magma anarchico, dove ognuno deve conquistarsi spazio. Siamo tutti ultra quarantenni, tranne Rodrigo. Tutti con un ego importante e poco disposti a dividersi i ruoli in parti uguali.

Il ritorno di Xabier Iriondo è stato celebrato da più parti come un evento determinante per questo disco.
Ecco, su questo devo puntualizzare. Spesso la gente trae delle conclusioni semplicistiche. In molte recensioni si dice “meno male che è tornato Xabier, così gli Afterhours tornano a suonare in un certo modo”. E’ paradossale che si citi ”Fosforo e blu” indicandolo come tipico pezzo alla Xabier, perchè lui non ci suona! Questo per dire che Xabier è entrato a disco in corso, facendo cose bellissime, ma con una partecipazione minima. Le chitarre le ha fatte quasi tutte Giorgio Ciccarelli, che a volte è stato considerato side man sfigato, invece in questo disco ha portato tantissime idee e spunti compositivi. E’ importante riconoscerglielo.

Per molti è sempre stata la tensione creativa tra Manuel Agnelli e Xabier Iriondo a segnare gli Afterhours. Uno componeva, l’altro definiva l’immaginario sonoro.
Si sono sviluppate una serie di leggende non vere. Il suono degli Afterhours non era solo Xabier. Quando lui se n’è andato, noi abbiamo virato sul lato scrittura canzone: la gente ha pensato che io scrivevo le canzoni e lui faceva i casini. E’ riduttivo per noi due, ma anche per gli altri del gruppo, perché una band è un’alchimia. Mi dispiace che, negli anni, musicisti importanti degli Afterhours siano stati messi un po’ da parte. Io, tutto sommato, ho sempre avuto i miei riconoscimenti, ma una parte del nostro percorso è stata intesa come “con Xabier sarebbe diverso”. Non è vero. Noi abbiamo scelto di fare queste cose. Quanto lui se n’è andato, gli Afterhours esistevano dall’85. Xabier è uscito nel 2000, all’epoca di “Quello che non c’è” (mio disco preferito degli Afterhours). Dopo quindici anni ho semplicemente avuto voglia di sviluppare aspetti nuovi.

Ma perché, proprio nel momento in cui gli Afterhours stavano crescendo, Xabier è andato via?
Xabier ha avuto situazioni personali che lo hanno portato ad avere una diversa visione della vita. Ha scelto di esprimersi in piena libertà. Nel 1997 iniziò per noi una crescita importante in termini di pubblico e visibilità. Facevamo concerti anarcoidi, di matrice quasi punk, che portavano la gente ad incuriosirsi sempre più, seguendoci più volte in tutta Italia. Dal 2000 abbiamo cominciato a scontrarci con aspetti nuovi che, purtroppo e per fortuna, abbiamo dovuto affrontare: l’organizzazione del lavoro. Io ho cercato di diventare il manager di me stesso, per non essere inculato da nessuno, per cercare di far crescere un progetto. A Xabier dava molto fastidio questo approccio. Avere scalette rigide, programmare il lavoro, seguire dei cliché. Ad esempio, dover firmare autografi è stato un trauma. Venivamo dalla cultura post punk dove non hai idoli: diventare tu quello che stavi combattendo a livello di immaginario è stato abbastanza straniante. Xabier ha preferito allontanarsi da tutto questo.

Allora, nel 1993, il titolo “Pop Kills Your Soul” conteneva anche una sorta di ideale.
In un certo senso si. Era un gioco di parole. L’anima uccisa dal Pop inteso come stile di vita, non come genere musicale. Per noi era una provocazione, contro un approccio che non condividevamo. Io ho fatto pace con questa cosa solo pochi anni fa. Se stringi la mano ad una persona, non gli puoi firmare un autografo? Ma che menata è? Chi cazzo se ne frega.

Proviamo a dare qualche punto di riferimento musicale per "Padania": Captain Beefheart, Robert Johnson, Einstürzende Neubauten, Demetrio Stratos, a cui fai anche un po’ il verso, Afghan Whigs, Diamanda Galas. Ma soprattutto, sembrate voi stessi il vostro punto di riferimento oggi: "Germi" e "Hai Paura Del Buio" sembrano tornati prepotentemente come fonte di ispirazione.
Alcuni sicuramente si, altri no. Demetrio Stratos è giusto in quanto bisogna riconoscergli di aver fatto tutto con la voce al di fuori di uno standard pop rock. In più cantava in italiano. Ma, sinceramente, Demetrio Stratos non mi è mai piaciuto e non mi interessa. Rifare “Gioia e Rivoluzione” in “Lavorare con lentezza” (film di Wu Ming, diretto da Guido Chiesa, dedicato all'esperienza di Radio Alice dove gli Afterhours interpretano gli Area, NdR) in tal senso ha creato un cortocircuito strano, perché noi ammiriamo gli Area per la loro grandezza, ma non ci hanno assolutamente influenzato. In “Padania” ho ripreso ad esempio alcuni miei ascolti di canti berberi. Ho cercato di sperimentare, di stimolare. In questo un po’ come gli Area, rischiando, come loro, di essere contestati dai fan. Nel disco poi sicuramente c’è Robert Johnson, che in pochi beccano, bravi. “Germi” e “Hai paura del buio?” ci sono in quanto lavori degli Afterhours, ma non li abbiamo presi come spunto. Se poi un disco degli Afterhours ricorda un disco degli Afterhours, direi che va bene. Ma se devo essere sincero, non c’è nessun riferimento a qualcuno. Mettiamola così: non me ne frega un cazzo.

Esiste in voi la consapevolezza che sarà difficile comunicare alle generazioni più giovani?
Guarda, di nuovo: non me ne frega un cazzo. Io ho 46 anni e suono per un motivo.

Quale? Perché dopo venticinque anni esistono ancora gli Afterhours?
A un certo punto devi decidere cosa sei, cosa fai, perché lo fai ed è il tema del disco. Perché esistono ancora gli Afterhours? Fossimo i Rolling Stones avremmo una risposta facile: abbiamo ville, piscine, elicotteri, mille fighe, droga, valanghe di soldi. Non so la gente che proiezione ha di noi. Io ho aperto un mutuo per comprarmi la casa. Devi decidere cosa vuoi fare a un certo punto della vita. Se non marcisci, se non ti suicidi, se non ti ritiri, se non diventi un broker assicurativo, cosa vuoi fare? Perché hai iniziato e continui a fare musica? Io lo so perchè, me lo ricordo sempre: mi fa stare bene, mi emoziona, mi fa esprimere le cose che magari non riesco a dirti a voce, o che non posso esprimere socialmente perché deteriori: la mia violenza repressa, i miei lati narcisistici. Tutto ciò è talmente potente che non c'è vendita e classifica che tenga. Per me è stato fantastico andare in America e suonare davanti a 30 persone. Ero emozionatissimo. Non c’era nulla da spiegare, dovevi solo suonare. Se non gli piacevi ti tiravano le lattine, ma se gli piacevi era una figata.

Eravate emozionati anche davanti a 30 persone?
Da morire. E sono cose che insegnano tanto. Ad esempio i 2 tour con Damo Suzuki: io suonavo la tastiera davanti a 150 persone, ma è stato meraviglioso tornare a suonare musica per la musica, tensione per la tensione: questa cosa è impagabile. In questo senso "non me ne frega un cazzo", mi frega di quelle cose che per me sono fondamentali per fare il musicista. Certo, in questo c'è anche fare business, ma non è un demonio se fatto in un certo modo. Marketing e promozione sono parti molto creative ed anche molto divertenti. Non lo sono più dal momento in cui ci sono delle persone che ti impongono la loro visione di marketing. Noi abbiamo lavorato con Universal, Emi, Mescal… ora facciamo da soli.

Nel disco ad esempio cantate "tutta la merda che è in tv oggi l'ho spenta e non conta più". In TV però continuate ad andarci.
Non c'è una necessità di andare in TV. La frase va però contestualizzata nell’album. "La merda che è in tv" non è la cattiva qualità, le trasmissioni come Sanremo e il Bagaglino, ma il ricatto psicologico: è pericoloso uscire fuori, stai a casa, guarda la TV e non rompere i coglioni. Il terrore che la tv ci trasmette è tanto. Io sono 3 anni che non ho la TV, ma sono informato più di prima senza avere quel panico.

Intanto, però, a Sanremo ci siete andati.
A Sanremo ci siamo divertiti come dei pazzi, anche se poi la gente non ci crede. Questo è un altro fatto pazzesco che mi fa stare male: la gente non si fida. Perfetto, non ti fidi. Non ascoltarmi. Io non voglio gente che non si fida. Chi non si fida, vada a fare in culo, veramente.

Avete anche lanciato un brano di “Padania” attraverso la mini serie Sky “Faccia d’Angelo”.
Siamo stati ben contenti di partecipare alla colonna sonora della seria su Felice Maniero, perché è un po' il personaggio di “Padania”: una persona che si riscatta dalle sue origini umilissime, diventa il più potente e forte di tutti, vince tutte le battaglie, diventa ricchissimo ma poi la sua vita è un incubo. Perché per mantenere quello che ha raggiunto, c'è ancora più sangue e violenza e quindi lui si perde. Non voleva dipendere più da nessuno, finirà per dipendere da quello che si è costruito. Anche io certe scelte le ho fatte perché mi sono reso conto di essere stato così, nel mio piccolissimo. La serie di Sky ci interessava perché ci piaceva il personaggio. Inoltre siamo amici dell’attore Elio Germano. Va detto anche che loro ci hanno offerto di fare il video. Uno "spottone" quasi grottesco, noi siamo la banda del Toso, siamo cattivi, brutti e deficienti, pero il video ci piace, fatto con un budget che noi non abbiamo mai avuto in vita nostra, quindi vaffanculo, perché non farlo. Ci hanno pagato per farlo, così come ci hanno pagato per fare il tour in USA con Jack Daniel’s. E' un modo di spingere cose di qualità usando dei marchi. Non siamo mai stati "lotta combattente contro il sistema". Usiamo le opportunità, è il nostro modo di autoprodurci.

Parliamo proprio degli sponsor: nel disco avete inserito la provocazione degli spot. Non potevate andare fino in fondo e metterci davvero “Compra Coca-Cola con gli Afterhours"?
Ci abbiamo pensato, sarebbe stata un’operazione della madonna. Volevamo aprire anche un numero verde dedicato alla vendita di spazi nei dischi. Poi abbiamo pensato a due possibili problemi. Il primo: dover spiegare per sempre il perché di un gesto simile, che è puro dadaismo provocatorio e non certo vendita commerciale. Il secondo: questa idea poteva cannibalizzare il disco, diventare troppo importante all'interno della comunicazione ed offuscare la musica, che a noi interessa di più. Ammettete che però era una grande idea.

La EMI ha fatto uscire una compilation degli Afterhours in concomitanza dell'uscita di “Padania”…
Chi se ne frega. Non è nemmeno sciacallaggio, è solo ciò che sanno fare. Inizialmente eravamo convinti che qualcuno ce l'avesse con noi a livello personale, in realtà è solo il modo in cui lavorano o meglio, il modo in cui NON sanno lavorare. Non c'è nient'altro dietro. Alla fine del trimestre devono presentare un certo tipo di fatturato. E possono farlo o tagliando i costi o lavorando su queste idee.

Adesso che siete tornati "indipendenti" di fatto fate tutto voi. Cosa avevate in più dalle major? Cosa è cambiato ora che siete indipendenti?
Artisticamente niente, abbiamo sempre deciso quello che volevamo perché era nei contratti. La parola finale sulla parte compositiva dei dischi è sempre stata la nostra, con la EMI, con la Universal. Invece, a livello di promozione e di utilizzo dell'immagine, l'ultima parola era loro, come è giusto che sia. Se questo non ti sta bene, non puoi firmare con una major. Noi abbiamo voluto comunque provare quell'esperienza. In Universal siamo andati perchè c’erano persone che stimavamo e pensavamo potessero condizionare positivamente il lavoro. Invece la major è una catena di montaggio troppo grande: non puoi cambiare gli orari delle macchine perché va in tilt. Un progetto che per loro è anomalo non può funzionare, devi uniformarti alla struttura. Non hanno elasticità, anche volendo, non si possono adattare. Stare nella major era diventato uno stillicidio, perché per ogni cosa che pensavamo di poter fare c'era sempre un "no", "non c'è tempo", "questa no perché favorisce questi altri", "questa no perché ci abbiamo litigato il mese scorso". Potevo firmare per 350 mila euro con la Universal, ma li ho ritenuti pochi per dargli in mano la mia vita musicale. Abbiamo avuto la possibilità di uscirne e ne siamo usciti.

Da indipendenti i dischi precedenti sarebbero stati gli stessi?
Sì, ma forse gli ultimi due li avremmo fatti con più tempo, perché la major fissa scadenze, che puoi rimandare fino ad un certo punto. E’ un fatto di professionalità, che però ti imbriglia anche: il concerto va fatto così, fa schifo, piove, la gente accalcata, l'impianto fa cagare, ci hanno truffato, il promoter è un figlio di puttana ma dobbiamo suonare lo stesso. Quindi andavi su e suonavi. Ci siamo liberati da queste cose. Ora possiamo essere impopolari.

Ai tempi della Vox Pop eravate concentrati sull'inglese e non volevate cantare in italiano. Poi avete cambiato idea e vi siete consacrati.
In Italia cantare in italiano è fondamentale se vuoi fare pop e rock. Se fai dance invece ce la puoi fare. Da quando l’abbiamo scelto, per noi l'italiano non se ne è mai andato, anche se abbiamo fatto la versione inglese di “Ballate per Piccole Iene”.

I testi di “Padania” però sono tutt'altro che immediati, difficilmente capisci i soggetti delle canzoni. Sarà per come usi le parole, sarà perché la musica ha spesso il sopravvento.
Tradizionalmente, in Italia, ogni parola deve avere un significato ed un senso compiuto. Non è necessariamente così in poesia, in letteratura e nel rock’n’roll. Anche isolate, le parole hanno una valenza ed un potere sonoro. Non le uso per trasferire un significato testuale, ma come veicolo per alimentare certi tipi di emozione. E’ vero, non ci sono dei soggetti. Ci sono pezzi narrativi, come “Costruire per distruggere”, “La terra promessa si scioglie di colpo” o “Padania”, ma servono solo ad orientare e dare un approssimativo filo conduttore. Il concept è di sensazioni: urgenza, velocità, panico, disorientamento e, soprattutto, confusione. E le comunichiamo musicalmente più che a parole.
In Italia ci siamo disabituati ad avere questo approccio, tipico invece di molte rock band internazionali. “Padania” ha comunque un filo conduttore molto preciso, che spero si rivelerà.

Non vi è mai venuto voglia di incidere questo disco all’estero?
Si, ci è venuta voglia. Negli Stati Uniti però non sono superiori a noi, hanno solo strutture superiori, sia per quanto riguarda gli studi, sia per quanto riguarda i luoghi in cui suonare. Ma non è questo il punto. All’estero è soprattutto l’approccio che fa la differenza. Lo spirito comune è diverso. Qui sono sempre tutti in difesa: spesso i musicisti in Italia si difendono dagli altri musicisti. Sono insicuri, impauriti. Negli Stati Uniti il fenomeno è esattamente l’opposto, i musicisti sono convinti e si aiutano tra di loro. I gruppi sul palco si prestano gli strumenti senza neanche doverlo chiedere. C’è un diffuso atteggiamento di reciprocità.

Non era un po’ ciò che facevate voi band della scena milanese negli anni novanta? O almeno, questo è ciò che sembrava da fuori.
In realtà c’era molta invidia e molta gelosia anche all’epoca, ma tutti spingevamo verso l’alto. Oggi le band tendono ad affossarsi l’un l’altra, negli anni novanta si rivaleggiava con chi era più bravo di te. “Senti che suoni quei bastardi dei Ritmo Tribale, cazzo dobbiamo fare qualcosa di più bello”. C’era tensione, competizione, ma si riconoscevano le qualità altrui, con un approccio onesto.

Ne “La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo” c'è uno Stefano…
Non è Edda. Era il mio migliore amico da adolescente, quello che mi ha fatto conoscere i Joy Division. Diciamo che gli Afterhours sono un po’ anche colpa sua.

Nel pezzo più arrabbiato, “Io so chi sono”, la chiusa è “Terra meravigliosa, brutto Paese". C'è stata o c’è oggi una voglia concreta di andarsene all'estero?
Dipende cosa intendi per voglia concreta. Agli esordi, nel 1985, vi lascio immaginare cos'era questo paese. Noi eravamo veramente dei brutti froci del cazzo e tutte le sere ci pigliavamo a botte per suonare. Non sto esagerando. Così guardavamo verso altri luoghi. Che non è tanto diverso dallo spirito dei ragazzi che lo fanno adesso, non vogliono stare qui, non vogliono riconoscersi in questa scena, non vogliono riconoscersi negli Afterhours. Noi d’altronde non volevamo riconoscersi nei Litfiba. Poi i Nirvana hanno sfondato, i Litfiba hanno sfondato, erano delle anomalie e molto banalmente i discografici andavano a ricercare i Litfiba 2 e i Nirvana 2. Quindi abbiamo avuto un certo tipo di attenzione e l'abbiamo sfuttata bene, restando qui. Non solo noi, ma anche tutta la nostra generazione, i Marlene Kuntz, gli Almamegretta, i La Crus, i Casino Royale. Questo ha creato una situazione di eccitazione collettiva dalla metà degli anni 90, fino al 2003-2004. Siamo rimasti, per l’illusione che il mondo stesse cambiando: crollava il muro di Berlino, Ceaucescu viene deposto, Arafat e Begin si stringono la mano, le radio mandano i chitarroni con le urla, e tu dicevi “Ma vaffanculo, io non suonavo nemmeno al centro sociale occupato e adesso questi sono su radio deejay”. C'era l'impressione finalmente di far parte di qualcosa, di avere un senso facendo rock’n’roll in Italia, di fare parte almeno del costume. Adesso non abbiamo voglia di andare in America da emigranti, ma da italiani. Certo, la gente poi dice “cosa hanno combinato gli Afterhours quando sono andati in America?”. Cazzo, abbiamo avuto delle recensioni mostruose, da Kerrang a Spin, fino a quei puzzoni di Pop Matters. Abbiamo fatto delle date davanti ad un sacco di gente. Adesso siamo stati invitati ufficialmente all'Atp a settembre ad Asbury Park.

Raccontaci qualcosa in più su questo evento che vi attende.
Greg Dulli è il direttore artistico dell’evento. Ha organizzato una serata di sabato sera con Flaming Lips, Mark Lanegan, Dirty Three, John Parish, Josh Klinghoffer. Sono tutti entusiasti di “Padania” e vogliono farci suonare, perchè non dovremmo andare? Per noi è una grande soddisfazione, perché ci sarà tanta gente e questo mi emoziona. A me anche ragazzina urlante che viene al nostro concerto fa ancora venire i brividi.

Andare all’estero a rappresentare il rock italiano è una responsabilità. Anche in Italia però avete provate a fare operazioni per spingere la musica del nostro Paese. Parliamo dell'operazione "Il paese é reale". Guardandola a distanza di anni, secondo voi ha raggiunto gli obiettivi che vi eravate prefissati?
"Il paese é reale" nasce dal "Tora! Tora!", o meglio dallo sviluppo che quella manifestazione non è riuscita ad avere, perché alla fine é stata per molti versi l'autocelebrazione del nostro ambiente. Abbiamo fatto alcune date incredibili. A Fossacesia eravamo in 40.000, ma il giorno dopo non lo sapeva nessuno perché i giornali e le televisioni non c'erano. Dopo quell'esperienza, abbiamo imparato la lezione e con "Il paese è reale" siamo andati decisi a puntare i media; per cui, oltre alla vetrina di Sanremo, quando abbiamo fatto il concerto in Piazza Duca d'Aosta a Milano c'erano tutti i media importanti, da Repubblica al Corriere della Sera passando per i telegiornali. All'epoca i Marlene Kuntz dissero che gli Afterhours erano andati a Sanremo per convenienza. Confermo: ci conveniva! Molte cose le facciamo perché da una parte ci credi e dall'altra ti conviene. E se le fai in un certo modo, conviene a tutti. Questo è lo spirito che si respira in America e che sarebbe bello respirare anche da noi...
Con "Il paese è reale" non avevamo più paura di sporcarci le mani, avendo ben chiari gli obiettivi da raggiungere, soprattutto per evitare di autocelebrarci una seconda volta. Purtroppo - e adesso lo posso dire - la compilation non è stata un granché musicalmente...

Perché non é un granché?
Ci sono dei pezzi buoni e altri molto meno. Ma il punto é che quella compilation, rispetto al "Tora! Tora!" ha anche tirato fuori delle situazioni poco gradevoli. Qualcuno ha partecipato con la puzza sotto al naso, qualcun altro solo per convenienza, anche se poi l'operazione gli faceva schifo. Da qui ho dedotto che per pensare ad un nuovo "Tora! Tora!" ci vuole un cambio di marcia...

Ovvero? Hai voglia di fare un “Tora! Tora!” bis?
Certo che ne ho voglia, anzi questo sarebbe un momento perfetto. Penso però che non ci sia la mentalità giusta fra le band per attuarlo. E’ tornata la mentalità pre-anni '90 dove i gruppi erano gelosi delle loro cose, molto paurosi di sporcarsi le mani contaminandosi al di fuori del genere di appartenenza e, soprattutto, molto diffidenti. Fare un festival non è un problema: lo organizzi, paghi gli artisti ed è pronto. Il "Tora! Tora!" ha un altro spirito, che prevede il coinvolgimento emotivo di chi partecipa...

Non credi però che si tratti di un discorso generazionale? Quel "Tora! Tora!" era l'apice di una generazione di musicisti, nel frattempo sono emerse tante altre band con spirito diverso...
Sì, é vero anche questo... e probabilmente è un altro fallimento del "Tora! Tora!". Ci eravamo illusi di poter passare il testimone. Purtroppo nell'ultima edizione, ho notato gruppi che partecipavano con aria snob e diffidente, guardandomi come se fossi Satana. La generazione successiva alla nostra non ha ancora superato la fase in cui potersi sentire sicura di affrontare esperienze che non siano limitate alla sola vita della band. Non abbiamo trasferito lo spirito, non abbiamo trasmesso la nostra idea alla generazione successiva.
Eppure a me piacerebbe tantissimo che oggi ci fosse più di un gruppo che, artisticamente parlando, ci uccida, ci butti giù dalla torre per meriti propri e non perché gli Afterhours fanno un disco di merda.

Anche perché voi siete tra i pochi sopravvissuti della vostra generazione, nel senso di qualcuno che sia riuscito a costruire qualcosa di duraturo per numeri e popolarità...
Sì, ma siamo un'anomalia. La nostra fortuna è che siamo diventati, inevitabilmente, un "gruppo-azienda". Stavamo marcendo anche noi e se non ci fossero stati i cambi di formazione o cose tipo le esperienze in America, non so come sarebbe andata a finire...

Non ti viene più la voglia di trasmettere quello spirito tornando a produrre qualcuno?
No, mi è passata completamente la voglia. Quando produci è uno stress incredibile: lavori con persone che hanno la percezione che tu sei lì per distruggere il loro lavoro. Uno dei pochi dischi che mi sono divertito a produrre è “Solo un grande sasso” dei Verdena. C’era lo spirito giusto: scherzavamo, ridevamo, facevamo i coglioni. Il disco che invece adoro da produttore è "Club privé", ovviamente l'album più criticato in assoluto dei Massimo Volume, per il quale molti dei loro fan mi odiano in maniera viscerale, convinti che io abbia influenzato la band (compreso Mimì che canta), mentre ho lavorato esclusivamente sui suoni. La gente però non lo sa e nascono leggende che a me provocano malessere... e se il malessere dev'essere superiore alla soddisfazione, ne faccio volentieri a meno. Ho prodotto 15 dischi, oltre a quelli degli Afterhours. Basta così.

In effetti, l’odio per te e per gli Afterhours, dagli anni ‘90 ad oggi non è mai mancato.
No, anzi, é aumentato esponenzialmente, soprattutto al tempo di Internet. Potrò sembrare un dinosauro, ma all'epoca c'era un rapporto "animalesco": dovevi dirlo in faccia "il tuo disco mi fa cagare", rischiando di beccarti una testata. C'era un filtro naturale, magari anche grezzo. Oggi non più, è tutto tentacolare, diffuso. All’epoca dovevi andare ai concerti, perché sui giornali al massimo ti pubblicavano una lettera. L'avvento di Internet ha aperto un mondo: da una parte meraviglioso, dall'altra senza filtro. Sintesi e velocità sono aumentate, senza autocontrollo, portando non di rado ad un uso deviato. Ad esempio noto una differenza di fondo tra chi scrive sul web e le persone che scrivono sui giornali da tanti anni: l'avere una visione di un progetto, di una scena. Quella capacità di creare qualcosa, che poi è il marketing inglese, con cui è stata fatta la storia del rock, a volte a ragione a volte no, però sempre con questa grandissima creatività. La generazione che scrive su Rumore o sul Mucchio ha una professionalità superiore a quella che si trova mediamente sul web. Su Internet continuo a vedere tantissime potenzialità di comunicazione sprecate in polemica spiccia, che è al tempo stesso la libertà ma anche il fango della Rete. Ci si perde in discussioni infinite intorno ai dettagli, che diventano la materia prima di Internet. Non nascondo che su Internet si sta migliorando, la gente si sta stancando di usarlo come latrina ed il luogo virtuale sta diventando un po’ più sacro. Non dobbiamo gettare questa occasione.

Hai addirittura affermato: "Internet è come l'eroina"...
Sono abbastanza convinto di ciò. Secondo me Internet ha aperto una situazione, potenzialmente vera ma nei fatti falsa, in cui si percepisce una sensazione di democrazia, di raggiungibilità delle persone e di spazio espressivo illimitato. La troppa informazione alla fine é poca informazione ed Internet tende a tenere le persone a casa, rendendole innocue...

Oggi però internet è sempre più fruito in mobilità, in spazi aperti…
Attenzione, non intendo dire che il mezzo é una merda. E’ ovviamente una rivoluzione. Esagerando: anche l'eroina può essere molto buona. Negli anni '70 è arrivata a fiumi in Italia, in piena protesta politica, e siccome l'aspetto ludico non esisteva - ho letto un'intervista di Finardi in cui dice la stessa cosa - l'eroina sembrava arrivata per liberarci. L'atto rivoluzionario, che doveva essere contro il sistema, alla fine era stato escogitato dal sistema stesso, rendendo innocui i protagonisti di allora. E con internet mi sembra stia succedendo una cosa identica: mezzo rivoluzionario, che ottiene il contro-effetto di persone chiuse in casa a vomitare odio sul divano. Le situazioni che oggi hanno provocato cambiamenti – ad esempio le amministrative del 2011 qui a Milano - le ho viste accadere in piazza. Certo, la piazza si è radunata perché è stato fatto un lavoro in Rete, ma le elezioni le abbiamo vinte - ci mettiamo anche noi perché abbiamo sostenuto Pisapia - perché la gente è scesa in piazza. Ciò è valso più di qualsiasi "Mi piace". E’ la stessa cosa che sta succedendo con i teatri occupati, dal Teatro Valle di Roma al Teatro Coppola di Catania fino ad arrivare alla Torre Galfa qui a Milano, tutte situazioni che hanno il nostro pieno appoggio. Si tratta di piccole realtà di persone che intervengono fisicamente, prendendo posizione oltre a ciò che succede in Rete... e questo ha una potenza enorme! Non dico di tornare al passaparola, ma le persone spesso non sono all'altezza della democrazia che rivendicano, e Internet è l'esempio lampante del fatto che la democrazia è una cosa molto difficile da gestire.

La critica ad Internet non ha nulla a che vedere con la classica posizione da musicista che combatte il mezzo digitale per interessi economici-discografici.
Figuriamoci. Noi consideriamo il disco una parte importante, qualcosa che resta ed in cui mettiamo l'anima, ma siamo consapevoli che non ha più il valore di 10 anni fa. Noi vogliamo diventare un progetto in senso ampio. In questo, i Flaming Lips sono un modello da seguire. Quando siamo stati a Oklaoma City, cazzo siamo rimasti impressionati dalla loro sede: un hangar del cazzo che hanno dipinto di rosa, ci hanno messo quattro murales e trasformato in luogo di aggregazione artistica. Esposizioni, mostre, concerti, stanze psichedeliche. Tutti i ragazzi di Oklahoma City che si ritrovano il sabato sera. Quel posto è un viaggio senza micropunte. Un'anomalia costruita da un gruppo rock che va in giro per il mondo a portare un’idea di performance a tutto tondo. Wayne Coyne in questo momento potrebbe essere in un teatro a recitare, o magari sta dipingendo un murales da qualche parte, fregandosene di finire sui giornali. E' questo che noi vorremmo fare.

Intendi dire che avete in mente un progetto concreto in tal senso?
Si, mi piacerebbe molto. E’ l'unico modo in cui posso pensare gli Afterhours in futuro. Come band possiamo cambiare le virgole, pubblicare bei dischi, ma forse avrebbe più senso dividerci, fare altro. Adesso il nostro obiettivo è diventare un progetto, fare informazione e cultura a modo nostro, tornare ad essere preistorici, portando in giro fisicamente cose nuove.

Un progetto da fare a Milano?
Non lo so. Certo è che Milano sta andando a puttane. Purtroppo il punto di vista estetico prende il sopravvento, non ce la possiamo fare in questa città.

L’estetica, l’apparenza. Oggi viviamo in un modo in cui la Musica è sempre più dominata da questi valori e dalla loro imitazione. Nel paese dei Talent Show, la definizione "rock band italiana", nel senso più puro e primordiale, è ancora un ossimoro?
Se rispondo a questa domanda mi danno dell'arrogante, presuntuoso e testa di cazzo. Andate a leggere i commenti su Youtube sotto le nostre canzoni dal vivo, sono molto simili a quelli che si fanno nei talent. Il nostro pubblico si è inconsciamente uniformato a quel metro di giudizio: “qui stona”, “qua fa fatica”, “in questo passaggio non sono compatti”, ma chi cazzo se ne frega. E’ deprimente. Anche i siti di riferimento parlano di Manuel Agnelli che si tinge i capelli, di quest’altro che va con quella, ma veramente è questo ciò di cui volete parlare? E’ pazzesco. Mi chiedete se ci sarà un'altra rock band? Si, ci sarà una rock band, ma diversa da ciò che è stato il rock fino ad oggi. Esisterà una rock band per le persone che la intendono tale. Alla fine è tutto relativo, quando io ero ragazzo mi sembrava che certe cose fossero eccezionali, rivoluzionarie e potenti, altre invece no. Ora sono cresciuto e ho un'opinione molto diversa di tante cose. Bowie mi sembrava un frocetto leccato nel 1978, oggi un artista fondamentale. Quando un ascoltatore mi dice “fa cagare il tuo disco” io non posso criticarlo, mi ha detto la verità. Ma quando si entra in commenti tipo: quell'assolo però, quel passaggio vocale... cazzo. Oggi l'effetto dei Talent Show è di gente che canta e suona da dio, che può imitare perfettamente chiunque. Le cover che ho cantato al Primo Maggio magari erano una merda, ma i commenti erano: hai una voce troppo diversa da Thom Yorke, lui non la canta così, hai fatto errori. Una nostra fortuna fin dagli esordi è stata che noi non sapevamo suonare. Io suonavo il pianoforte decentemente, ma ho deciso di suonare male la chitarra perché venivo dal post punk e non volevo un'imposizione didattica sullo strumento. Poi sono rimasto sempre una merda alla chitarra, ma ho sempre suonato come volevo. Tutte le volte che abbiamo provato a imitare i nostri riferimenti non ci siamo riusciti. E questa è una figata. Perché è venuta fuori la nostra pastrocchiata, la nostra personalità. E dura da venticinque anni.
 

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Commenti (36)

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  • Silvio Bernardi 17/05/2012 ore 15:37 @rudefellows

    bella intervista, agnelli lucido e oserei dire spietato, fa nomi cognomi e numeri e non le manda a dire, nè a se stesso nè agli altri. unico appunto a manuel, sulla cosa degli sponsor, in cui dice: "Ammettete che però era una grande idea". Lo ammettiamo, ma ci avevano già pensato gli Who nel 1967, album "The Who Sell Out".

  • Minerva Lab 19/05/2012 ore 23:39 @minervalab

    Grande >Manuel..massima ammirazzione e rispetto a palla!

  • fu-manchu 29/06/2012 ore 18:50 @silicio

    X Silvio Bernardi... bhe gli Who hanno fatto praticamente tutto nella loro carriera ;)

  • max lotti 30/08/2012 ore 18:08 @maxlotti

    Gran bella intervista....e basta.

  • Riccardo Rosa 31/08/2012 ore 15:26 @amarodelcapo

    Si, l'intervista è bella ma credo che Silicio abbia ragione.
    silicio Oppure senza scomodare gli Who, basta semplicemente ricordare i Sigue Sigue Sputnik di Flaunt it :)))
    E giustamente, per un'idea del genere, non mi pare che abbiamo mai ricevuto chissà quali riconoscimenti artistici e, benché meno, a nessuno è passata per il cervello l'idea di spacciarle come "genialate Dadaiste"
    Diciamo così; viene il sospetto che a tante vecchie glorie resti appiccicata addosso l'idea che tutto ciò che toccano, debba forzatamente e per sempre tramutarsi in oro.
    Detto con rispetto verso il grande talento artistico che ha incarnato a suo tempo Agnelli, (L'ispirazione) Non è per sempre.

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