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Descrizione

Paris è il terzo album in studio dei Phidge.
Arriva dopo It’s all about to tell del 2008 e We never really came back del 2012.

• Temi delle liriche
Dal punto di vista tematico i testi del disco (a eccezione della prima traccia Do we? che rappresenta una sorta di overture e fotografa la band nell’atto del chiedersi se abbia ancora la voglia di creare musica e di portarla in giro) hanno a che fare con la ricerca di un modo di confrontarsi con il mondo da parte di un protagonista con problemi di insofferenza nei riguardi delle debolezze altrui e delle proprie.
La difficoltà nel farsi comprendere da parte di chi crede di poterti capire agevolmente, ma non ci va neanche vicino (A couple of things), il disagio che si prova agli esordi nel mondo del lavoro, in bilico fra capi mediocri e prepotenti e la vaga nostalgia dei tempi andati (Any good news?).
Memories vede l’io narrante alle prese con un viaggio in treno lungo il quale viene assediato dal vortice di pensieri che colgono chi è costretto a stare seduto un paio d’ore aspettando di guadagnare una destinazione.
C’è una stretta connessione fra i temi emersi nell’album precedente e quelli che compaiono qui. L’autore è lo stesso e, a distanza di pochi anni, è fisiologico che i pensieri e i sentimenti che lo attraversano non siano mutati del tutto. È cambiato però il suo modo di gestirli, sono cambiate le condizioni in cui il protagonista si trova ad affrontarli.
Quello di WNRCB era un io riflessivo, statico. Una persona che aveva appena subìto la perdita di un genitore e che tentava timidamente di affacciarsi alla vita adulta. Una figura affranta che si sedeva e contemplava il mondo nuovo in mezzo al quale era capitata.
In Paris l’io narrante ha cominciato a muoversi, ha meno tempo per perdersi in elucubrazioni e speculazioni cerebrali. Ha le stesse ferite che però adesso sono cicatrici. E lo vediamo anche in Memories, quando considera che agli altri restano i ricordi e a lui il cadavere. Ma il tempo per fermarsi a frignare è poco. Anzi non c’è. Ci sono le prenotazioni da cambiare, treni da prendere, stipendi da farsi bastare, conversazioni via pc da intrattenere. E allora tempo da dedicare alla memoria ne resta poco.
Ci si può guardare intorno. Ci si può ficcare nel pieno del mondo che ci siamo trovati attorno. Ecco Face to face, diretta discendente di Door selected del disco precedente. Là chi scriveva si ritrovava in fila davanti a un locale e decideva di non entrare. Stavolta entra. E viene travolto da stimoli di ogni genere. È confuso e, complessivamente, irritato. Ma non è più facile tracciare dei giudizi. Chi ti dice che la tettona di turno o il tronista wannabe che ti trovi davanti abbiano per forza torto e tu ragione?
Questo faccia a faccia con la razza umana lascia il protagonista con una sola certezza: sii responsabile delle tue azioni e bada a te stesso perché, più dei giudizi sul prossimo che sputerai a destra e a manca, conterà come tu sarai in grado di uscire dalle tue esperienze.
La title track rappresenta l’anti inno rivolto verso chi si perde nella rincorsa di idoli vuoti. Parigi viene tirata in ballo sulla scia di quella volta in cui un amico ci raccontò di una serata dai risvolti galanti che stava per avviarsi verso un epilogo trionfale quando la potenziale concubina sospese il tutto rimandando il coronamento dell’operazione a quando il nostro amico l’avesse portata a Parigi. Il viaggio idealizzato con le foto da postare, i vestiti da mettersi, il bellimbusto di turno che ti riempie di minchiate a bordo Senna, quel bicchiere di troppo che serve come scusa per sentirsi autorizzata alla disinibizione. E poi il risveglio sgomento in un albergo e la nostalgia di quello che si è perso, con il tombeur che ti fa presente che adesso è tardi.
Contro questo immaginario l’io narrante si scaglia con sarcasmo e senza esitazioni.
Ma, come detto, il protagonista del disco oscilla fra la rabbia propositiva di chi non sa come stare al mondo, ma non ha intenzione di rinunciare a trovare la sua via e lo sgomento di quando senti le energie venirti a mancare. I momenti più down di Paris sono quelli che hanno ispirato Mouth of love, Road (to the drops), Thin e Be do.
La prima funziona per contrasti ed è il tentativo di rendere il suono della gioia di vivere da parte di qualcuno che teme di averla persa. Il sound 80’s (al crocevia di Cure, U2 e Talking heads) fa da morbido e liscio tappeto per l’evocazione di immagini di luce, festa, musica e amicizia. Le parole pronunciate dalla bocca dell’amore in cui il protagonista, nel pieno di una crisi dalla quale non sa come risollevarsi, cerca di farsi cullare, inseguendo una pace allucinata e vagamente psichedelica.
Road (to the drops) deve il suo titolo a una precedente stesura del brano in cui si raccontava per filo e per segno di come il protagonista si fosse trovato costretto a prendere la via delle gocce dei farmaci antidepressivi. Sempre per via della crisi di cui sopra. Nella versione più recente quel passaggio è stato omesso, ma resta lo spirito di fondo.
Be do è stata ispirata dalla morte di un amico. Il testo è a metà fra il soliloquio del morto e un dialogo fra il morto e il protagonista del disco.
Thin chiude l’album con una nota che potrebbe sembrare negativa: il protagonista, perso nell’ormai consueto gomitolo di difficoltà, incertezze e medicine, arriva a invocare una liberazione che sa tanto di morte. Ma senza connotati lugubri. La richiesta è di “dimenticare la verità”, un rimando alla tradizione ellenistica per la quale la stessa parola “verità” aveva a che fare con il concetto di “assenza di dimenticanze”. E anche alla Commedia dantesca, nella quale si immaginava che chi andava verso il Paradiso dovesse attraversare il fiume che gli faceva perdere la memoria.
Ecco che il protagonista sembra concepire la pace definitiva solo come il momento in cui ci si scorda di tutto ciò a cui si è passati attraverso. E va verso la pace, che è poi la meta che dichiara di inseguire fin dall’inizio del disco. Ma il brano si chiude con la ripetizione del verso “I cant’ wait”, laddove il non vedere l’ora è considerato da chi scrive l’emblema della voglia di vivere. E se il protagonista temeva a volte di averla perduta, chiude comunque la sua narrazione rimanendoci aggrappato.

• L’aspetto musicale

I brani contenuti in Paris sono stati scritti fra il 2013 e il 2015, il disco è stato registrato, mixato e masterizzato ai Raw Studios di Bologna da Angelo Epifani fra marzo e aprile del 2016.
Il disco, composto e registrato dalla stessa formazione del 2012, Dodi Germano (voce e chitarre), Riccardo Fedrigo (chitarre e voce), Nicola Di Virgilio (basso) e Oscar Astorri (batteria), continua la ricerca di un sound che sia tanto essenziale quanto efficace, rinunciando completamente all’uso di synth (è presente una sola frase di pianoforte in Thin, suonato da Angelo Epifani) e spremendo al massimo le risorse derivanti dall’impasto delle chitarre con la ritmica e le voci.
In controtendenza rispetto all’album precedente, in Paris si è scelto di spingere di più in direzione di brani ritmicamente tirati. Thin è l’unico vero lento del disco. È aumentata la ricerca in fatto di stili, compaiono degli accenti funky (Any good news?), riff smaccatamente hard rock (Face to face) e approcci punk (Paris).
Non c’è stato calcolo dietro a queste scelte, ma ciò che differenzia il suono di questo disco rispetto ai precedenti sta anche nel fatto che mentre prima appena ci si affacciava a stili così riconoscibili come quelli citati si cercava immediatamente di ricondurre il tutto a un suono più indie, quasi per paura di sfigurare, questa volta si è deciso di lasciare che il suono dei brani si evolvesse a seconda della sua natura: meglio rischiare di essere criticati per quello che si è, piuttosto che mendicare approvazione tarpando le ali ai propri istinti.

• Il titolo
Il disco, dopo essere passato attraverso una decina di titoli, è stato battezzato Paris non solo per via del brano omonimo, ma anche perché la capitale francese appare in tre brani (Paris, Face to face, Be do). E mentre in Face to face è tirata in ballo come uno degli elementi “da movida” che quasi precipitano addosso all’io narrante durante la sua serata nel cuore pulsante e contraddittorio della città, tanto in Paris quanto in Be do viene citata all’interno della frase “I lost myself at sea, I found it in Paris” che Fedro, autore dei testi, sognò una notte del 2013 pronunciata da Scott Weiland, scomparso frontman degli Stone Temple Pilots.
E a certi segnali non si può restare indifferenti.

Commenti

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