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RECENSIONE
18/04/2002

Si è già detto e scritto abbastanza su questo quarto disco in studio, dopo il passaggio alla lingua italiana, della compagine milanese: si è disquisito sul titolo del disco, sul significato intrinseco dell'opera, sull'evoluzione artistica della band e su tutto ciò che è (stato) e che non è (stato).

Oltre a tutto ciò, però, "Quello che non c'è" è semplicemente un album che fotografa gli Afterhours come un quartetto deciso a tagliare con alcuni aspetti del passato, tipo i trascorsi 'trionfalistici' in cui i Nostri non sembrano più riconoscersi. Insomma, verrebbe da pensare che dopo l'indigestione rock, i quattro siano alla ricerca di un post, sotto ogni punto di vista, che gli consenta di andare oltre quegli standard che, se ci pensate bene, sono stati finora le chiavi del loro successo ormai non più di culto.

Quindi una sfida, che in termini di importanza potrebbe avere lo stesso significato di "Germi", lp che nel 1995 segnò una decisa rottura col passato pur lasciando inalterati molti dei presupposti compositivi messi oggi in discussione. Bisognerà quindi pazientare prima di poter assorbire completamente il nuovo percorso artistico; rimango però dell'idea che si tratti del solito processo in cui è in atto una metamorfosi e non un cambiamento radicale come alcuni vorrebbero far credere.

E comunque ben venga il 'nuovo corso' se i risultati sono contenuti in "Quello che non c'è", disco che finora sembra aver messo d'accordo fan di lunga data e nuovi adepti al credo - ai quali basterà l'ascolto della title-track per rimanere affascinati dalla incredibile vena melodica che Manuel sa ancora tradurre splendidamente in musica (e che presto diventerà la nuova "Dentro Marylin"). Come se non bastasse, "La gente sta male" è un altro ipotetico brano che presto sentirete cantare dal pubblico nei live perché si presta assolutamente ad una versione corale. L'effetto contrario, invece, susciteranno brani come "Bungee jumping" e "Non sono immaginario", i pezzi col taglio più rock dell'intero cd, oltre al primo singolo "Sulle labbra", la cui versione su disco è stata debitamente remixata guadagnandone in spessore sonoro.

In mezzo, tracce apparentemente interlocutorie come "Bye bye Bombay", "Varanasi baby" e la conclusiva "Il mio ruolo", molto differenti l'una dall'altra ma che al momento danno l'impressione di essere la punta dell'iceberg di questo processo evolutivo. Rimane fuori dal 'conteggio' l'esperimento di "Ritorno a casa", episodio che tanto avremmo voluto trovare in fondo al cd come ghost-track, perché, al di là del palese omaggio all'amico Emidio Clementi, certe cose riescono benissimo solo ad alcuni - e questi si contano sulle dita di una mano.

Tuttavia ci sta che Manuel ci abbia provato, poiché non sempre tutto riesce alla perfezione, soprattutto quando si sta per iniziare una nuova avventura rimettendo (parzialmente) in discussione quello che è stato. La sensazione, però, è quella di aver a che fare con un gruppo che ha ancora molto da dire se, come sembra, questo disco coincide con un nuovo (per)corso.

Tracklist

Ascolta su: Amazon Music Tidal
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Commenti (2)
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  • Giuseppe Santonocito 28/01/2010 ore 07:54

    Semplicemente straordinario

    > rispondi a @giussanto
  • Silvia Farci 01/02/2013 ore 15:20

    Commento vuoto, consideralo un mi piace!

    > rispondi a @silvia.farci.923
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