14/05/2013

Tanti anni fa, in anni adolescenziali, i primi ascolti, le foto sgranate della pellicola, autorialità significava raccontare quotidianità, vissuti giovanili, momenti peculiari di una generazione. Senza troppe pretese, si cercava di veicolare un sottobosco di amori e disillusioni, l'innocenza della crescita, l'incombere della maturità. L'ideologia sussurrata, spesso presenza, altre volte contorno. Una grande voglia di raccontarsi, che di raccontare.

Ascoltare i Diaframma, sotto consiglio del cugino più grande, capire che sono emozioni condivisibili. Istanti che possono essere di tutti, e di nessuno. Impressioni riprodotte dal disco, omonimo, dei Questi Sconosciuti, band pugliese all'esordio. Dodici tracce come dodici aneddoti, estrapolati da quello che può essere il vivere di ognuno di noi: ricordi amorosi, perplessità sui propri sentimenti, relazioni.
Riflessioni tanto naif ed oneste, prive di sovrastrutture, quanto spesso semplicistiche nell'elaborazione, nella composizione delle liriche. Ricche però di verità, l'assoluta purezza della comunicazione, la schiettezza dell'espressione. Dalla confusione generazionale di “Me Tapino”, sospesa tra la nebulosità dell'esistere contemporaneo e l'indeterminatezza dei tempi, alla fine di un amore, tradito, raccontato in “Carne viva”, e con essa la rabbia che fluisce con le distorsioni, quasi fossero in sincrono, quasi camminassero insieme. L'approccio di un tempo.

Tempi di dischi narrati, sentiti. Anche se contenevano passaggi a vuoto, anche se non contenevano acuti sorprendenti. Quell'assenza di pretese, che ti riporta nel passato, la stessa capace di farti sorridere. Malinconicamente.

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La recensione Questi Sconosciuti - Recensione - S/t di Giovanni Continanza è apparsa su Rockit.it il 17/07/2019

Commenti (1)

  • Giuseppe Gioia 16/05/2013 ore 00:27 @orb

    un disco meraviglioso di musicisti troppo sottovalutati

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