21/04/2014

Certe volte i movimenti sembrano rallentati, quasi che i pensieri fossero talmente veloci e cangianti da frenare le attività del corpo. In fondo la concentrazione è spesso data dall’immobilità, dalla costanza nello stare fermi, da una morbida lentezza che non rispecchia affatto il fuoco dentro, lo spezzarsi e rimettersi in piedi continuo di un’idea. Il bilanciamento necessario per portare a compimento un obiettivo e la ricerca a esso connessa: insomma un mondo che gira, una corsa incessante, un moltiplicarsi insistente e a volte doloroso di pulsazioni mentre all’esterno c’è silenzio, assenza, luci bianche.

E questo contrasto fra ciò che si vede e ciò che è nascosto, tra l’intento e il risultato, tra le sensazioni che cambiano a gran velocità e un ambientazione statica e i giorni uguali ai giorni. E questo contrasto è lo spirito dei Melampus che già in “Ode Road” avevano magnificamente espresso dicotomie in chiaroscuro attraverso cupezze e memorie lontane che pare portassero il freddo mentre intanto bruciavano intense come desideri. In “N.7” l’animo non muta, la spinta è la stessa, paesaggi privi di colore fanno da sfondo a percorsi introspettivi complessi, anche se ogni tanto si coprono le distanze per raggiungere melodie più immediate e, pur sempre velati da un’attitudine gotica e densamente dark, muovono i passi brani che sperimentano altre strade cavalcando l’alt-rock in modo sempre personale e senza mai sfuggire al gelo sonoro che è loro proprio.

Parte “Warehouse” e ti batte nello stomaco, chiude le vie di fuga e fa della pulizia dei suoni e della voce un marchio che si ritrova poi in ogni traccia: mood notturni, perennemente immersi nel buio che è pure mancanza di calore, e l’immagine di un sogno triste che dall’etereo dell’album precedente soffia forte verso la realtà, più asciutta e decadente. “7 Stones” cede a una ritmica trascinante che s’apre e confonde, perché qui la malinconia è sul punto esatto in cui, stanca, s’abbandona alla distrazione e le atmosfere new wave assumono tinte più sfumate, ma è un attimo e già ti assale “While We Float”, celebrazione oscura di sentimenti tragici, sorta di ballata che scorre lenta mentre sei solo, seduto sul ciglio esiziale dei fallimenti. Ed è bellissimo affondare nelle acque profonde di questo pezzo, è bellissimo davvero, è la scena che chiude un racconto di anime che si cercano e si perdono poi, è tutto il dolore di un abbraccio di cui resta soltanto il ricordo.

“Rob” colpisce per la sua capacità di conquista, e qui la voce di Francesca Pizzo si fa seducente, si fa serpente e scivola sinuosa; e procede in vicoli noir e corteggiamenti crepuscolari con “GAD”, per giungere infine a “Waltz for Nina”, dominata dall’organo e dai vocalizzi, e da un incedere altero quasi fosse una marcia verso l’abisso, con la cadenza e i modi di un finale che lascia spazio a nuovi capitoli e, nonostante tutto, a una speranza che non necessariamente sarà un miglioramento, ma piuttosto un’esplosione di stelle e la conseguente meraviglia.

I Melampus sono il nero e i grigi e la brina dei giorni mentre portiamo dentro i nostri intimi uragani, e in “N.7” sono di certo più nudi, netti, diretti, aiutati nel loro lavoro da Enzo Moretto e Ilaria D’Angelis (…A Toys Orchestra), ma mantengono saldo il loro sound intriso di spleen e interminabili inverni: rigide e severe, e al tempo oniriche e soffuse, queste nove canzoni trasportano immediatamente altrove, mentre restiamo fermi, tra le luci bianche, a calcolare il peso di un’assenza.

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La recensione Melampus - Recensione - N.7 di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 23/07/2019

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