04/04/2014

Questo è un disco soffuso, dalle luci che non cadono mai perpendicolarmente sui brani ma tagliano secondo direttive che appartengono generalmente all’alba o al tramonto. Le prime tracce sono densamente energiche e sfruttano il suono in modo brillante, sono indierock inteso come sodo nineties revival, “Castle Burned” esplode e trascina, “They Have Come” e “Covering Things” guardano alla tradizione dei songwriters americani incrociando strade lunghissime che attraversano il nulla col cielo che incombe, ma il lavoro è dominato da ballate intense, perlopiù notturne: “Inside a Kiss” è una sad ballad lieve e sofferta, come pure l’inizio di “Across the Night”, finché la chitarra acustica resta sola, per poi costruire nuovi percorsi con gli altri strumenti. E ancora “Out of the City” e “Yellow Flowers”, tappeti sonori, luci trasversali, America, accettare il destino che non era proprio quello che immaginavi: c’è spazio per un intervallo che intreccia la leggerezza delle voci col noisy mood di una chitarra elettrica che le insegue (“Ghost”), e per una sorta di rock’n’roll nero e straniante con voci effettate e batteria in primissimo piano (“Supastar”).

Andrea Viti (Karma, Afterhours) e Silvia Alfei sfruttano il potenziale di una distesa di fiori gialli per creare un disco d’esordio tecnicamente ineccepibile e gradevolissimo seppur al limite del cliché in alcuni casi (la ballata è molto insidiosa in questo senso), affiancati da ottimi musicisti: insomma gli Yellow Moor non fanno niente di nuovo, ma lo fanno molto bene.

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La recensione Yellow Moor - Recensione - Yellow Moor di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 21/07/2019

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