28/11/2014

Contare le stelle, misurare l’intensità di un tramonto, dare voti alla profondità di un amore: esistesse davvero una formula per definire la bellezza, per valutare la poesia come quel vecchio professore ne “L’Attimo Fuggente” che risolveva tutto con un diagramma. Invece il succo sta nelle nostre cellule tutte diverse, nelle combinazioni di pensieri sempre diversi, in quella cosa che è sensibilità, distanza tra il cuore e tutto il resto, nell’afferrare al volo certi umori e respingerne altri, senza regole, mai una volta come un’altra, e non c’è giusto o sbagliato, come potrebbe mai. Come mani amorose che coltivano sentimenti imperfetti, come frecce al proprio arco nell’incertezza di lanciarle o tenerle per sé, Fiumani sceglie brani lontanissimi che finora aveva portato dentro, nei suoi percorsi cantautorali che non hanno mai seguito la tradizione, perché c’è stato il punk di mezzo, dice lui. È un omaggio puro, sentito, forte nella sua semplicità e colmo di quella poesia che non si riduce in definizioni ridondanti, che non si produce in strutture inaccessibili, che non è solo specchio per pochi eletti ma una favola leggera che ammalia tutti.

11 rivisitazioni che regalano emozioni lievi, quelle minime scintille che non cambiano la giornata ma la illuminano, danno un tocco di colore, spingono a cercare un abbraccio, a mettere da parte le file alla posta, le liste della spesa, gli appuntamenti in scadenza: un ritaglio sognante tra le ore che passano, una necessaria pausa per le cose belle, che ormai non si fa quasi più. Un piccolo tesoro che sta in un cassetto, in una tasca, in quello spazio ristretto che teniamo segreto e nel quale ci culliamo un poco tentando di lasciar fuori il grigiore e le questioni irrisolte. “Un giorno credi” è forse il pezzo che gli somiglia di più, in cui da sfogo alla voce come ama fare, e il risultato è una meraviglia che si fa ascoltare parecchie volte di seguito, come ho passato giorni con “Io che amo solo te”, un classico intriso di romanticismo e fatto di materia dolcissima ed elegante; “E penso a te” conserva la sua presa malinconica e fa tornare all’improvviso un mare di ricordi dolorosi, che sembrano concentrarsi sul cambio di nota dell’ultimo ‘Te’, e “Danze”, bellissima canzone di un cantautore e paroliere poco conosciuto, Renzo Zenobi, con la curiosa intenzione di assimilarsi all’autore adottando un forzato rotacismo (cosa che non fa nel pezzo di Guccini che in fondo ha lo stesso difetto di pronuncia).

Unica donna presente è Giuni Russo, vocalmente inavvicinabile, al cui brano Fiumani si accosta con una delicatezza che quasi non t’aspetti, con un sentimento che esplode mentre la bocca sussurra, e poi rivisita Tenco, Conte, Dalla e Lolli con naturalezza, senza forzature, ogni traccia come se fosse sua e al tempo stesso con lo sguardo fisso ai grandi che le hanno scritte e interpretate; e uno sguardo doppio a De Gregori al quale ruba “Souvenir” ma soprattutto il titolo dell’album, estrapolato da un suo testo.

Prodotto dallo stesso Fiumani insieme ad Alessandro Grazian che ha curato anche gli arrangiamenti e suonato praticamente ogni strumento, in un’edizione limitata in vinile sostenuta da una campagna di crowdfunding, “Un ricordo che vale 10 lire” è tutta la poesia di cui hai bisogno, senza contare le stelle o valutarne l’intensità, senza calcolare il peso o la distanza di un amore, ma soltanto fermarsi e sorprendersi, e in quell’ “Oh!” di meraviglia, trovare un po’ di noi che avevamo perso, in fondo a una tasca, o a un cassetto, o in quello spazio segreto dove non andavamo da troppo tempo.

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La recensione Federico Fiumani - Recensione - Un ricordo che vale 10 lire di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 18/08/2019

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