26/01/2015

A primo impatto gli Zeman potrebbero essere liquidati con una definizione affrettata e spocchiosa, “La versione 2.0 degli Altro”: le tematiche da New Economy le abbiamo, la voce urlata anche e l'etichetta di gruppo hardcore sembra piacergli. Apposto.
Forse l'amalgama giusta al 100% non l'hanno ancora trovata, almeno non per tutti i pezzi dell'album. I singoli, di cui avevamo già parlato, sono davvero validi e ti si incollano in testa. Ma canzoni come "Entusiasmo Immotivato" e "Cresco Domani" si fanno riascoltare difficilmente, pur avendo idee interessanti dietro i testi e twist di stile niente male, tra campionamenti elettronici inseriti qua e là e ritornelli orecchiabili.

Ma c'è qualcosa, in questo primo disco, di così ambivalente da non poter passare inosservato, soprattutto nel momento in cui certe cose te le senti addosso. Le nove tracce di “Fame” sembrano sintetizzare alla perfezione la crisi di valori di noi immigrati digitali: quell'altalena che oscilla tra il bisogno disperato di realtà e l'assuefazione a standard emozionali assolutamente non realistici.

Partiamo dal titolo: "Fame".
Ascoltando “Milano e gli amici moderni” sembra che la fame di cui parlano si riferisca alla corsa all'oro nel Far West digitale in cui abbiamo avuto la “fortuna” di nascere. Ma è il resto del disco a suggerire che la fame in questione sia un’altra: quella che ti fa aprire gli occhi due minuti prima che suoni la sveglia e ti fa chiedere com’è successo che hai scelto di tua volontà di passare le tue ore di luce davanti a uno schermo retroilluminato, con i contatti umani ridotti al minimo. Quella che ti fa titubare quando la domenica sera, verso le 19, quel macigno così familiare ti si appoggia sullo stomaco e ti dice: “domani ci risiamo”. E tutto ciò che puoi fare è zittire momentaneamente quel languore con qualcosa che ti dia la possibilità di rimandare, ancora una volta, la domanda che ti poni ogni volta: dove sto andando, esattamente?

La fame incoerente, che ti fa sentire un coglione quando prepari i colloqui davanti allo specchio mentre pensi che forse avresti immaginato qualcosa di diverso. Eppure, continui a provarci e sai che non puoi smettere di farlo. Come sintetizzano perfettamente loro stessi, l’importante è tendere al massimo il guinzaglio e mordere. Consapevoli della propria sorte ma anche della propria natura.

E la cosa davvero poetica e palese è come siano riusciti a conservare una rabbia così genuina e sana, seppur sottile, da farli sembrare quasi un gruppo di adolescenti che fondano una band per trovare una valida alternativa alla noia mortale. E quando dico adolescenza intendo nella migliore accezione possibile del termine, quella che coincide con la guerra. Tutto questo fuori dall'età massima per avere ancora la fortuna di essere così, anzi alle porte di quel periodo della vita in cui la stabilità diventa un prerequisito e facciamo le cose mai per noi stessi, ma perché “io ho una famiglia”, “ho da lavorare”, il mutuo da pagare, la rata della macchina, il weekend a Cervinia e così via. In un momento come questo decidere di fare un disco così è una scelta di un'anarchia anagrafica del tutto commovente. La musica per ridare un senso alla propria vita. La musica per tornare alla realtà. La musica per non dimenticare chi si è.

“Fame” sembra il frutto della crisi di (quasi) mezza età più romantica e coraggiosa che si riesca a immaginare. Credo che sia solo questione di rodaggio: se questo progetto verrà portato avanti, potrebbe uscirne fuori qualcosa di davvero rilevante per la musica italiana.

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La recensione ZEMAN - Recensione - Fame di GloriaBiasi è apparsa su Rockit.it il 17/07/2019

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