Filofobia Entrée du port 2004 - Psichedelia, Pop, Noise

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Il nome della band non è dei più belli, è vero. Filofobia sa un po’ troppo da saputelli del classico, e quel riferimento alla paura non è il miglior viatico. Ma poi viene in mente che si tratta di un omaggio a “Philophobia” degli Arab strap. E ci si fa coraggio. Si apre la confezione e si deposita il cd nel lettore. E qua, meraviglia. Perché “Entrée du port” è uno dei migliori dischi che il 2004 abbia regalato finora. Italiano o straniero che sia.

È uno stupefacente caleidoscopio di influenze musicali, in cui sembra entrare gran parte della storia del rock che alla fine lascia il posto solo ai Filofobia. Un ascolto d’insieme li rivela come figli dell’unione tra Scisma, Marlene Kuntz de “Il vile”, The veils, Arab strap, appunto, magari con un po’ del seme dei Christian death. “Entrée du port” è un album superbo, che cresce ascolto dopo ascolto, che scava dentro, facendosi largo tra i meandri più segreti e vulnerabili del cuore, molto, molto più complesso della somma delle singole parti. Eppure la sensazione è che la personalità del gruppo possa ulteriormente farsi strada.

Il genere? Un art rock (art pop, è lo stesso) chitarristico, impreziosito dagli arrangiamenti di archi, fiati e percussioni (merito della produzione di Giovanni Ferrario?) che tramano il lavoro di segnali segreti e preziosi, in un alternarsi tra vuoti e pieni che non è formuletta ma costruzione sensata e imprevedibile. Imprevedibile, già. Perché i Filofobia entrano ed escono con naturalezza dallo schema canzone, seconda la migliore lezione del prog, quella di Canterbury, totalmente aliena da influenze classiche e ancora vicina alla psichedelia: così “37 gradi”, bell’orchestrale, in cui affiora un’ombra del britpoppers Mansun, ma che finisce per ricordare le cose migliori degli Osanna o le costruzioni sonore di Jeff Buckley, mentre il flauto conduce su percorsi che parlano dei Beatles più acidi e dei primi Traffic. È proprio questo il metodo compositivo dei Filofobia: non si adagiano su formule già pronte, ma intendono la canzone come paesaggio sonoro, note e influenze come colori sulla tavolozza del pittore. Un esempio? L’opening track “Quanto tempo fa” inizia con una melodia sghemba tra Pavement e Marlene Kuntz su accordi alla Cardigans. Seguono dei fiati beatlesiani. Tutto intermezzato da un riff di chitarra, circense e liquido al tempo stesso, che ricorda Arab Strap e persino i Telescopes.Il ritornello è davvero orecchiabile e il finale è in stile beat italiano 66-67, quasi Caterina Caselli. Eppure non si tratta di un’assurda accozzaglia, bensì di una costruzione necessaria, in cui non si sarebbe che levare o aggiungere.

Disco da avere, che si fa notare al primo ascolto, ma al secondo stupisce, tanto le canzoni paiono trasfigurate. Probabilmente non si vedranno mai in classifica, i Filofobia, eppure lo spessore è tale che potrebbero tramutarsi in dei long sellers di tutto rispetto. C’è da augurarglielo.

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La recensione Entrée du port di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2004-06-17 00:00:00

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