21/03/2016

È tutta una questione di tempo. La volta che non sei riuscito a dire quella cosa perché dovevi scappare, o quando cammini per la città e non arrivi mai a casa, quando guardi il calendario e pensi che è solo mercoledì ma che in fondo il mese è già quasi finito, come i tuoi vent'anni.
Il primo disco da solista di Francesco Motta è come un punto a fine capitolo in un romanzo di formazione, la crescita del protagonista fino a lì ha una sua concretezza, ma non è finita. Potrebbe ribaltarsi ogni cosa ancora, è sempre questione di tempo. Finiti i vent'anni, dato che crescere come termine significa tutto e niente, l'unica cosa da fare è mettere in fila l'uno dopo l'altro i pezzi di se stessi che fino a quel momento si sono solo sparsi, guardando con fierezza dietro di sé, tutto è servito, tutto è ancora da fare. Serve tempo.

Di fronte al nulla, alla poca chiarezza da parte di chi dovrebbe prepararci il futuro, troppe volte al momento di mettere radici ci si fa prendere da un gigantesco "vaffanculo" e si parte per lasciare a metà le vecchie strade e cercarne di nuove, ma poi sono le persone con le loro debolezze a trattenerci. "Amico mio sono anni che ti dico andiamo via / ma abbiamo sempre qualcuno da salvare" canta Motta nelle traccia che dà il titolo all'album, l'acustica sfiorata con due dita, la ritmica leggera, la melodia che si apre proprio in quelle frasi in bianco e nero. Restare per vedere fino a che punto la cocciutaggine può salvarci la vita: distruggere tutto è una soluzione? Forse no. Di fronte alle scelte l'autodistruzione ha effetti troppo a breve termine, serve accorgersi di quello che si ha, mantenerlo saldo nelle mani, anche se ci si è sputato sopra, per nascere di nuovo ("Una maternità").

Lottare contro il tempo e le fragilità, perché sentirsi soli non significa esserlo, raddrizzare le spalle e stringere i denti, le battaglie personali vadano al diavolo, ciò che conta è che assieme edificare è quasi una sciocchezza ("Abbiamo vinto un'altra guerra"). Motta scrive canzoni di una concretezza disarmante e le canta pronunciando ogni singola parola come fosse l'ultima, con una tensione e una ferocia fonetica di rara potenza, anche quando si appoggia a suoni dolci come quelli di "Sei bella davvero", una ballata pop che vista da lontano è un mattoncino rosa nel muro argilloso che è il resto della tracklist.

Cronicamente mai contenti di ciò che siamo, noi trentenni degli anni '10 crediamo che qualcosa ci sia dovuto, un'eredità, un po' di soldi che male non fanno, una casa, almeno un buon consiglio. È il disagio contemporaneo: passa il tempo e anche i giorni, e siamo raggirati da noi stessi, fottuti dentro dall'inganno del passaggio di consegna da ragazzi a uomini ("Del tempo che passa la felicità"). Poche note di pianoforte, qualche percussione veloce, sottofondo di "Prima o poi ci passerà" che rischia di essere il mantra di un'intera generazione: "Non ridere non piangere / non stringermi le mani / siamo sporchi e siamo umani / e prima o poi ci passerà".

Motta mette cura in tutto: la produzione di Riccardo Sinigallia è una garanzia per il gusto e l'esperienza, le collaborazioni con Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria, Alessandro Alosi (Il Pan del Diavolo), co-autore e featuring in "Se continuiamo a correre" e Giorgio Canali (alle chitarre nelle ultime due tracce), fanno pensare che questo sarà uno dei più bei dischi del 2016.

---
La recensione Motta - Recensione - La fine dei vent'anni di Carlo Tonelato è apparsa su Rockit.it il 18/08/2019

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati