Solotundra Live Music, Dead People 2016 - Sperimentale, Rock, Blues

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Un disco bellissimo, vario, ricco di contenuti e curato: ai Solotundra non manca davvero nulla

Concedetemi la banale metafora del viaggio per iniziare a raccontare Andrea Anania (mente e voce del progetto Solotundra) e questo suo secondo disco.
Da una canzone all'altra, "Live Music, Dead People" ci trasporta lungo un continente intero e attraverso diverse epoche, prendendo pezzettini di tutte le più importanti pietre miliari del rock statunitense del '900. Nelle dieci canzoni dell'album ritroviamo nitidamente l'America calda, seducente e vagabonda di Robert Johnson e Tom Waits, quella scatenata al ritmo di rock'n'roll di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis, quella cupa e decadente dei grandi interpreti del jazz, quella tormentata del grunge di Seattle. Un bagaglio enorme che Solotundra riporta in Italia mantenendone intatto il sapore ma smussandone gli spigoli, adornandone i contorni di un'umanità che è quella della più radicata provincia nostrana. Autentica in tutte le sue sfaccettature, talvolta sgraziata, talvolta dolcissima. E così sembra di esser lì, tra luoghi sconosciuti e ameni ma che suonano subito familiari; che ti ammaliano con la loro voglia di accogliere ma che divengono sospettosi e ostici quando si cerca di entrare nell'intimità.

Il viaggio parte con "Fiery Trees", che danza tra prepotenti sonorità alla Soundgarden e netti richiami ai Metallica più melodici. "Annie", la seconda traccia, dopo un intro secco e delizioso al pianoforte si evolve in un attimo in una cavalcata western assolutamente degna di stare in un film di Tarantino. "No sun no fun" ci riporta per un po' al di qua dell'oceano, tra gli Oasis e i Beatles più sognanti, e così anche "Return From Smokey Mountain", col suo banjo che spinge verso un indie-folk alla Mumford And Sons.

Ogni canzone fa storia a sé, ma non mancando certo di coerenza. È l'affrontare con spigliatezza e convinzione passaggi dal funk al jazz ("Witches and bitches"), dal country al rock più classico ("Song for anyone"), dal grunge al blues ("God took it") che rende "Live Music, Dead People" un album compatto e coraggioso di un artista completo, che sa fare musica in mille modi e ce li propone tutti, senza vincoli e senza regole, concedendosi in mezzo a tanto rock pure una breve divagazione elettronica tra l'onirico e lo spaziale ("Still Mine"). La chiusura del disco è invece un brano lento e gridato, accompagnato da una chitarra caricata di flanger che termina con un breve coro chiuso da una tremolante pennata che ci fa capire che il viaggio è finito, e che è il momento di continuare da soli.

"Live Music, Dead People" è un lavoro bellissimo, denso di contenuti, di qualità, vario, assolutamente piacevole e che ha tutte le carte in regola per emergere. Già eravamo stati prodighi di buone parole per il precedente "What We Did Last Winter", e a tre anni di distanza, non possiamo che confermare le buonissime impressioni avute.

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La recensione Live Music, Dead People di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2016-06-23 10:00:00

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