26/07/2016

Berlino – Reykjavík – Londra: tre città per altrettanti capitoli di una trilogia battezzata nel 2014 a Berlino, appunto, e che prossimamente vedrà il suo compimento nella capitale britannica. Dopo l’esordio teutonico di “7”, dunque, “Birth” rappresenta nel progetto ad ampio raggio di Dario Faini la tappa centrale, concepita nell’isola di ghiaccio per antonomasia e che dagli spettacolari contrasti naturali di quest’ultima trae ispirazione per un percorso musicale (e a suo modo visivo) che procede per consequenziali contrapposizioni orchestrali e atmosferiche. Desolazione selvaggia e ammaliante prevaricazione degli elementi, luce e oscurità, gelo anestetizzante e sotterraneo subbuglio vulcanico, come antitetici concetti fondanti di un quadro sonoro che talvolta armonizza elettronica minimalista nordeuropea e neoclassicismo pianistico e talaltra li contrappone magistralmente all’interno di un gioco sonico-immaginifico che a oggi può già vantare dei collaudatori indiscussi.

Sospinti da una leggera brezza cinedocumentaristica i dieci episodi di “Birth” puntano dritto alla stimolazione della nostra fantasia e della nostra voglia di altrove alternando trame ambientali su piano e archi a rifiniture elettroniche per sonorizzare quella terra di mezzo tra nirvana pastorale e post-modernità transistorizzata, sulla scorta di taluni musicisti d’atmosfera oggi particolarmente in voga come Nils Frahm e Ólafur Arnalds o come quello stesso Jon Hopkins preso spesso a riferimento da Dardust per le declinazioni più marcatamente sintetiche della sua opera.

Ad impreziosire il già ricco ventaglio di sfumature una molteplicità di richiami, più o meno colti, che enfatizzano la sensibilità pop dei paesaggi sonori: dalle suggestioni terracquee della splendida title track alla dancefloor bluastra di “The never ending road” e “The wolf”, dal guerreggiare pacatamente post-industriale di “Bardaginn” e “Gran Finale” alle reincarnazioni pop di Satie come Einaudi e Cacciapaglia che rivivono nella splendida “Slow is the new loud” (brano peraltro melodicamente vicino alla malinconia autunnale dei mai abbastanza celebrati Ashram), fino alle volumetrie contemplative dei Sigur Rós in salsa krautiana che illuminano “A Morgun”, nulla risulta fuori posto in questo certosino lavoro di transizione; davvero nulla, persino il suo palpabile derivativismo che, al cospetto delle sue armonie rigeneranti e dei suoi magici scenari in divenire, passa quasi del tutto inosservato.

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La recensione Dardust - Recensione - Birth di Antonio Belmonte è apparsa su Rockit.it il 24/08/2019

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