22/12/2016

“Di imperfezione” è l’ultimo lavoro di Serena Abrami. Il titolo, che è anche quello della prima traccia, esplicita fin dall’inizio il senso e l’esigenza del disco: le imperfezioni sono inevitabili e anzi necessarie; arricchiscono e creano bellezza, una bellezza che non sta solo nell’ordine e nella perfezione. L’imperfezione del disco sta nella varietà di generi, nel coraggio delle scelte, a volte apparentemente contrastanti tra loro, ma poi perfettamente in armonia. L’imperfezione è ciò che rende le cose meravigliose.
Così il primo brano, omonimo appunto, inizia lento e poi scivola verso momenti quasi reggae che gli danno originalità e imprevedibilità. I suoni di tutto il disco, infatti, sono intrisi di pop-rock ma accolgono influssi di esperienze diverse, appunto dal reggae di “Di imperfezione”, alle distorsioni di “Forse è culturale”, passando per il pop più puro di “Pioggia sul reduce”.

Proprio “Forse è culturale” è una delle migliori: riecheggia e stride dall’inizio, nei suoni e nella voce che recita “forse l’amore è solo una questione culturale ma non per questo riesce a farmi meno male”. “Pioggia sul reduce” la segue ma cambia registro: ha una melodia molto più orecchiabile, più puramente pop, che ricorda un po’ Paola Turci nello stile e nelle scelte vocali. “Invisibile” rimane sulla scia del brano precedente: illumina piccoli dettagli nascosti dal buio della notte, lentamente e delicatamente, in un “penso ci sia un posto in cui la tua pelle sfiora la mia”, che racconta con delicatezza l’amore, perché “noi saremo ancora una trama invisibile”.
“Diva sola” riparte come un brano anni ’80: sussurra sensuale come vento sottile che sfiora la pelle e fa venire i brividi. Per originalità e scelte musicali è tra le migliori. Così come “Il lago”, perfetta nell’interpretazione che oscilla tra parti quasi parlate e altre più melodiche.
Una nota a parte la merita “Chiudi gli occhi”, un brano che sembra una ninna nanna, ma nasconde temi importanti: lotte contro la malattia, violenze sulle donne, incidenti, aborti, e la scelta deliberata di non vedere: “chiudi gli occhi, dormi ché non succede a te”. La denuncia passa attraverso un brano che mette i brividi: dritto e diretto proprio alla coscienza di ognuno, forte come il battito del cuore che sembra avvolgerlo.

Insomma, “Di imperfezione” è un disco ricco e pieno di cose; è un disco imperfetto, che non ha mai puntato alla perfezione, e che proprio nell’imperfezione, intesa come imprevedibilità, trova la sua forza. I brani migliori infatti sono proprio quelli che escono dal sentiero del pop e deviano verso percorsi inattesi. Il consiglio è di puntarci ancora di più.

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