09/04/2018

Camminare sul ciglio di una strada, sotto un cielo plumbeo, con le code degli occhi che si ritagliano sulle erbacce, l’umidità e il muschio che salgono lungo i bordi del muretto di limitazione della strada stessa. Pensare e rimuginare su quello che si è detto, sulla complessità delle proprie emozioni e sentimenti, capendo che egli stesso non avrebbe nessun motivo per essere lì in quel momento. Lui, in quell’istante, sta solo patendo il mondo esteriore che lo circonda e, mentre tutto questo lo invade, la sua vista si sofferma su quella giacca abbandonata lì, sulla rete del muretto che contiene il ciglio di quella strada, mentre questa appare sempre più e, sempre più lentamente, dissolversi.

I’m not from here, I have to disappear. I’m slowly fading. I have to disappear. I know I am young. Just this!” (da "She Said").

Tra il cantato di “She Said” e la copertina di “Slowly Fading”, ultimo album pubblicato da Yakamoto Kotzuga, si racchiude la profondità elettronica del racconto introspettivo e sensuale che rappresenta la musica di Giacomo Mazzucato.

Lost Keys & Stolen Kisses”, “All These Thing I Used To Have” e soprattutto la carica carismatica di “Usually Nowhere” avevano già presentato, e subito consolidato, una critica extra positiva nell’analisi di un giovane produttore quale esponente di spicco all’interno dello scenario della musica elettronica italiana.

L’ultimo “Slowly Fading” rappresenta proprio quella dissolvenza che porta alla definizione e stesura di un insieme di ballad elettroniche cariche di synth più campionamenti densi e vitali, ondeggianti nell’alone del pensiero cupo e affannoso, e di pezzi dal groove cadenzato e down tempo che tanto conquista e sa coinvolgere gli standard dell’ascoltatore europeo di musica elettronica odierno.

Pezzi come l’intro “This Will Always Be The Best” e “Until We Fade” sono tracce dallo stile impregnato dai grossi nomi del genere continentale come Jon Hopkins o Nathan Fake oppure del nordamericano Quantic, mentre le centrali “Shouldn’t Be There” e “Suffer & Hold” dissolvono nell’IDM generi più cadenzati nella cassa come quelli degli Extrawelt o di Four Tet. “Slowly Fading” sembra essere raffigurabile tramite un grafico da equalizzatore in cui la drum machine appare come un iceberg nel bel mezzo di un oceano liquido di braindance tutt’intorno. Che Yakamoto Kotzuga preferisca poi, allo stesso tempo, una cassa che sappia diversificarsi dai consueti quattro battiti regolari lo dimostra la seconda traccia “Existential Angst”: down tempo esasperato dalle voci strangolate e campionante in parallelo dove il volume (alto) di ascolto gioca un ruolo fondamentale per il pieno apprezzamento dell’esperienza sonora che il produttore veneziano cerca di offrirci. Il risultato è una delle tracce che rimarranno senza dubbio all’apice nella discografia di Kotzuga in futuro.

Tutto quanto descritto potrebbe essere, come introdotto, la colonna sonora interiore nata alla vista di un qualunque ciglio di strada, sotto un cielo grigio, dove lo sguardo del protagonista venne rapito dalla visione in dissolvenza di una giacca abbandonata su di una rete metallica. In un solo istante, ma lentamente, tutte le oppressioni interiori dell’osservatore emergono a galla nella sua mente fino a ricreare l’intero ascolto di “Slowly Fading”. Alla fine, la conclusione di “Remember Nothing That You Don’t Have To” rappresenta la naturale esplosione dell’io del protagonista in osservazione: uno snare che nasce e si sviluppa mentre gli effetti metallici creano frastuono ininterrottamente per poi tutto disperdersi in una languida suonata di piano arrendevole e riappacificante. Pace e malessere che solo pochi artisti come Yakamoto Kotzuga sanno darci in cambio, in un solo istante di racconto ma lentamente, in dissolvenza.

 

Tracklist

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