14/03/2019

Un’epica e impetuosa deflagrazione di suono, con chitarre taglienti che levigano i contorni del cyber paesaggio di “Qui una volta era tutta campagna”, inaugura sontuosamente il primo album dei La Macchina Di Von Neumann. Ritmi sincopati, fughe, pause improvvise e un’esplosione finale da fuochi d’artificio, offrono sin da subito su un piatto d’argento la verve compositiva del combo brianzolo, capace di far proprie le dinamiche dialogiche di gruppi come This Will Destroy You, Explosions In The Sky, If These Trees Could Talk o God Is An Astronaut.

Il puro “sentire” di ciascun membro del gruppo si solidifica armonicamente grazie all’incontro/scontro con gli altri strumenti per poi fluidificarsi nuovamente nello sviluppo delle idee sonore ed infine evaporare ancora una volta in nuovi fumi psichedelici, creando un ciclo creativo libero e vitale. Più che badare ai “formalismi” generali di un singolo pezzo, infatti, il quartetto lombardo opera instancabilmente fino a far empatizzare in maniera naturale le vibranti chitarre, l’inquietudine della batteria e il filosofeggiare del basso.

Questo continuo movimento evolutivo trova il suo emblema in un pezzo come “L’estate del ‘76”, che si apre con un presagio, un’evocazione iniziale non ben definita, che poi esplode in una tensione emotiva portatrice di angoscia e distruzione, seguita subito dalla cosiddetta “quiete dopo la tempesta”, momento in cui trovano spazio le uniche parole dell’intero disco, che però non sono della band bensì appartengono probabilmente ad una registrazione su nastro dell’epoca e organizzano cibo e beni di prima necessità dopo la catastrofe avvenuta.

Gli episodi di questo disco comunque non ripetono mai gli stessi concetti musicali e ciascun pezzo mostra un suo carattere ben definito. Il DNA di famiglia è fornito dai geni di mamma shoegaze e papà post-rock, ma ciascun “figlio” si sviluppa con personalità diverse che vanno da momenti più sognanti a scariche d’adrenalina, da evasioni che simpatizzano con l’ambient al furore devastante che sfocia addirittura in alcuni momenti di doom metal presenti nella possente “Purovška”.

In conclusione si può certamente dire che le otto tracce di “Formalismi” danno vita ad un’architettura onirica in grado di sfidare le leggi gravitazionali e danzare con leggiadria sulle ceneri del mondo.

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