31/10/2018

Consumato l’esordio con “Storie di Via Togliatti” di qualche anno fa, il progetto musicale di Marco Degli Esposti continua con questo nuovo album. Si tratta di un lavoro dove composizione e scrittura sperimentano traiettorie eclettiche, raffinate, irrequiete con classe e tanta anima. I testi funzionano e non sono una componente secondaria del disco: l’amaro disincanto delle immagini, il linguaggio spigoloso e nevrotico, catturano l’ascolto. Accompagnate da armonie a volte rilassate, per lo più vulnerabili, le canzoni ci presentano un’opera ben prodotta, che si lascia istintivamente ammirare. Ascoltare per credere.

Branduardi sembra ammaestrare la spontaneità creativa di “Damasco”: un perfetto giardino d’infanzia dove l’incanto si muove libero, lontano dagli orrori della vita. Il pezzo mantiene un infantile candore, una purezza d’intenti che ritroviamo in “Campagna di Russia” dove lo stupore della quiete convive con la tempesta che continua ad agitarsi dentro. Stralunato è l’“Astronauta” che si muove sopra un suolo sconosciuto finendo per schiantarsi su un tappeto di metallo. Arpeggi come ragnatele si attaccano addosso in “Klondike”, una ballata lunare dalla voce tremula, bellissima. E poi “Il silenzio delle balene”, “War notturno” a mettere insieme un po' tutto quello che abbiamo detto, fino all’epilogo più slabbrato e corrotto in “Rionero” e nella parte finale di “Canzone d’addio”.

A tenere unita ogni suggestione c’è una penna capace e una non trascurabile capacità compositiva. Un disco bello, non artefatto, sincero che riesce a catturare impressioni di visioni. Ancora una volta, pieno centro.

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