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RECENSIONE
31/05/2005

“27 Aprile” è un bel singolo mainstream, orecchiabile, martellante e coinvolgente, dai bei cambi di tonalità. Se avete gusto per il pop e state ascoltando l’autoradio, probabilmente non cambierete stazione quando l’incontrerete, considerato anche il livello medio dell’offerta. Non fraintendiamoci, però: qui siamo su territori ben lontani dal nostro caro indie rock, e quello de Il Nucleo non è altro che la versione riveduta e corretta, aggiornata al 2005, del blue collar rock di casa nostra, ovvero il rock da colletti blu, leggi classe operaia, che negli States ha figliato Springsteen ma anche l’hair metal di Bon Jovi e Mötley Crüe. In Italia i maggiori esponenti del genere sono l’orrendo bolso dinosauro Vasco Rossi e il papà amorevole e occulto del Nucleo, ringraziato dai nostri, mister Luciano Ligabue, pessimo come scrittore, accettabile ai limiti della sufficienza come musicista (cioè ascoltabile in radio, con qualche sprazzo episodico di commozione), veramente grande come regista, a parer mio, olè.

Il blue collar rock, è noto, ha smesso da tempo di costituire un’alternativa, confluendo nel correntone mainstream, malgrado la dignità intellettuale di qualche suo esponente (Springsteen, Mellencamp, Petty). Vasco, come si sa, ha smesso di essere alternativo nel 1983 con “Vita spericolata”, diventando fenomeno da telefonino da tempo, fuori di testa come un trenino la notte di Capodanno. Ligabue è lo Springsteen italiano, in quanto a ruolo giocato nella repubblica del nostro pentagramma, ma parlare di lui come alternativo causerebbe crisi di riso ai polli.

Qual è il punto? Che il blue collar rock italico ha il suo peggio nelle temibili cover band da pub che mischiano Vasco, Liga e Pelù, e il suo meglio proprio ne Il Nucleo. Che riesce a non copiare i suddetti, e s’inserisce nella tradizione rock tosco emiliana con un suo perché compositivo, un occhio al solco e uno ai Coldplay e agli U2 per un verso, agli Hoobastank per un altro (soprattutto nei lenti da “Non spegnere la luce” a “Mille anni luce”) e perfino ai Subsonica per un altro ancora (vedi alla voce: suonare moderni ma senza essere dance).

Così, l’album scorre tranquillo entro queste coordinate, con un buon livello generale nei limiti che ho evidenziato prima. Qualche scadimento c’è, come il giovanilismo eccessivo in quel “non riesco a connettermi / alle tue esigenze di puntualità assoluta” in “27 aprile” (“connettermi” fa tanto generazione Internet, tanto più insincero e irreale in un Paese che sta precipitando nelle classifiche di informatizzazione e utilizzo del web, ma si trova al primo posto in quello dell’uso dei telefonini): non credo affatto che si tratti di bieca imposizione major, ma di involontario e autentico passo falso del Nucleo. Vabbè. Dettagli. Ma rivelatori, no? Se non altro di un certo spaesamento.

Comunque, in generale, pare che l’aspirazione del Nucleo sia quello di arrivare ad essere l’alternativa meno retrò e più moderna – ma sostanzialmente con lo stesso ruolo sociologico - de Le Vibrazioni, che però proprio per il recupero filologico e plagiario del passato (“Ovunque sei” costruita su “Mahogany theme” di Diana Ross e “Il primo giorno di primavera” dei Dik Dik: dai, Francesco, non sono sordo. E non posso neanche essere muto, visto il lavoro che faccio) finiscono per avere un atteggiamento più “intellettuale” e post-moderno (quasi operassero una riscrittura fittizia e virtuale del classic rock, eliminando le imperfezioni del passato e creandone un distillato ad usum dei contemporanei), quindi attuale, dell’operaismo nucleare.

Intendiamoci, non ho niente contro la classe operaia. Anzi. Massimo rispetto. Per la vita che fa quotidianamente e per quello che ha dato alla storia del rock’n’roll. Sto solo facendo un discorso di sociologia della musica. L’operaio de Il Nucleo non è forse più quello da bar Mario. È inurbato, tende a infiltrarsi nei bar dove si servono spritz e cocktail, ha fatto scuole più alte dei suoi genitori. Sarà più moderno, ma meno genuino, vittima di un interclassismo falso e solo apparente da Buona domenica e via trashando. In questo il Nucleo offre meno mitologia de Le Vibrazioni al proprio pubblico, rispecchiandone più fedelmente la realtà quotidiana: per le leggi dello star system pare condannato però per questo a un successo inferiore, per quanto buono.

Musicalmente, il Nucleo mostra però di voler e poter andare oltre gli stilemi su esposti: tutta la parte finale dell’album da “La quiete dopo la tempesta” in poi, in cui spicca “Gioiello” con quel suo pennato battuto di chitarra memore di tante cose brit dai Kinks ai migliori Clash, mostra una band che può scrivere pagine di pop rock mainstream di una certa originalità (nei limiti ristrettissimi in cui se può parlare per il genere), di certo molto meglio di robaccia stile Renga.

In definitiva, il giudizio è problematico e insieme semplice: un buon album mainstream, del migliore mainstream, di quello che si può far ascoltare distrattamente anche dalle nostre orecchiette delicate. Potremo anche sorprenderci a battere il tempo volentieri e ad avere qualche melodia in testa. Ma per noi, strano incrocio fra Des Esseintes e Chuck Berry, non credo sarà mai abbastanza.

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