23/11/2018

Come si fa ad essere contemporanei al tempo delle Instagram stories e delle playlist di Spotify che si rinnovano ogni venerdì? Una risposta convincente ce la regala il nuovo album di Maiole, “Cose Pese”, la svolta cantata del giovane producer di “Music For Europe”.

Grafiche minimal e a prova di social racchiudono piccoli grandi amori consumati su “Tinder” e celebrati da sonorità fresche e danzerecce, capace di sporgersi al di là delle Alpi senza lasciare casa. È così che l’artista annulla le distanze tra un Mura Masa e un Masamasa, puntando sull’elettronica internazionale e le chitarre funky, senza rinunciare a Neffa e al Ghemon più leggero. È la leggerezza, di fatto, il leitmotiv di un album che demonizza la pesantezza e la noia (le cose pese citate nel titolo) e che, per dirla alla Luigi Manconi, è una deliziosa collezione di “canzonette”: musica leggera, per l’appunto, nella migliore accezione del termine e musica sincera, soprattutto, dato che al di là delle soluzioni acchiappalike, “Cose Pese” suona tutto fuorché costruito.

“Crescendo”, l’hit strappa-ascolti insieme alla già citata “Tinder”, racchiude in questo senso la poetica del disco. C’è il riff giusto, c’è la produzione curata, la vena nostalgica, i riferimenti generazionali e il pizzico d’ironia: l’unica cosa che manca davvero è un motivo valido per decidere di non chiudere gli occhi e svuotare la testa per un attimo. Anche dove l’anima più groovy si stempera nella chill, l’eleganza rimane una costante, così come la cura maniacale per il beat: “Blue Ray” piacerà tanto a chi ha apprezzato anche “Frigobar” di Franco126, laddove “Olivia” porta una scrittura post-calcuttiana a farsi un giro dalle parti del lunedì di festa di Cosmo.

Se poi si aggiunge che Maiole è classe 1995 e “Cose Pese” è appena il suo secondo album, non si esagera a pensare che il futuro (il presente?) della musica italiana potrebbe passare anche dalle mani del giovane producer campano e dalle sue canzoni così figlie del nostro tempo, che mi meraviglio nessuno abbia ancora definito millennial pop. Tutto bellissimo, a patto che l’eccessiva leggerezza non si trasformi in superficialità. C’è ancora tanto da poter migliorare, soprattutto dal punto di vista della scrittura, ma – citando le parole di un altro “giovanissimo” – sono convinto che “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette”.

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