05/05/2019

Fra le proposte che capita raramente di trovarsi davanti, poche sono coraggiose e particolari come questa dei pantomima.band: il loro è infatti non solo un EP di impostazione jazz, ma un di impro jazz, un lavoro, insomma, i cui brani sono figli di jam improvvisate più che di un tradizionale processo di composizione. Diciamo jazz, ma pensare alla classica idea un po’ stereotipata che abbiamo del genere vorrebbe dire essere parecchio fuori strada. I pantomima.band hanno un approccio piuttosto cinematico, debitore tanto del jazz quanto di un certo tipo di elettronica e della stagione d’oro delle colonne sonore “di genere” anni ‘70. A dettare la linea sono la batteria di Andrea Sciacca e il contrabbasso di Antonio Aiello, scandendo ritmi sincopati, pattern sommessi pronti a frantumarsi in singulti spezzati e forme free jazz; la peculiare tavolozza sonora del disco è però definita dai synth e dalle chitarre di Giuseppe Schillaci, artefice di melodie crepuscolari e arpeggi inquietanti. Il mood è quello di un thriller, o addirittura di un horror argentiano (impossibile non pensare in certi momenti ai Goblin di Profondo Rosso), e crea una tensione che difficilmente si scioglie nel corso dei quattro brani, quasi tutti corposi, che compongono l’album. In un’epoca di grande considerazione nei confronti della lezione delle colonne sonore di genere, impartita peraltro da una scuola in buona misura italiana, un disco che ne esplora i territori più tendenti verso il jazz, rispetto a quelli più fruibili vicini al funk/blues, merita sicuramente un ascolto.

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