05/03/2006

Avrò ascoltato questo disco una quarantina di volte. Non esagero. È che non stanca proprio, ed è un gran bel cd, che segna il ritorno atteso di una delle più importanti band italiane di oggi. Che, come saprete benissimo, in un concorso salentino di qualche anno fa, si presero il lusso di finire primi davanti ai Negramaro. E ci credo: tanto popolano e sguaiato il gruppo della Sugar, quanto aristocratico e compassato quello della Record Kicks. E loro ci giocano pure sopra, fin dal titolo: “Decibel per i tonti”, lasciando pure il dubbio se si riferiscano a chi spara migliaia di watt o a chi si diletta di quiete atmosfere lounge. Sarcasmo o autoironia? Mah!

Chi non conoscesse ancora gli Studiodavoli s’immagini un bel frullato di Stereolab e St. Etienne (“All The Things”, “City Dweller”), modelli a cui in questa nuova prova si aggiungono massicciamente Air (“Shorts And Shirts”, “It Could Last Forever”) e Zero7 (“Sticker”, “Sexsuite”), Kings Of convenience mischiati alla lezione di Astrud e Joao Gilberto (“Stay On”, “I Prefer”). Qua e là, una chitarra alla John Barry, un fischiettino alla Ennio Morricone, un vago sentore di Valvola, una melodia che sa di Veruca Salt ma totalmente decontestualizzata (“Optical Love”).

Gli Studiodavoli in questa kermesse sonora evocano pigre atmosfere da jet set life, panorami di costiere abbacinanti, indifferentemente Côte d’Azur o Versilia, magari sulle tracce di Gassman e Trintignant, voli imprevedibili sulle spiagge di Rio, veloce e avventurosa way of life, grattacieli, grandi vetrate, design danese. Vivono di uno strano contrasto, i pezzi dei leccesi: quello tra la band che pesta e accelera e la voce di Matilde (e di Gianluca in misura minore) che smorza e rallenta, come esprimesse un’amara consapevolezza della vita, una aristocratica e indolente noia esistenziale, data dalla coscienza che tutto passa e muore. E per questo è insieme bello e doloroso. Un dualismo che nei casi migliori produce dei piccoli capolavori, nei peggiori frena le potenzialità del gruppo. Magari bisognerebbe lasciarsi andare, ogni tanto, senza applicare rigidamente una ricetta. “City Dweller”, “Optical Love” (delizioso beat lounge psichedelico da Summer of love 67), “Crystal Camp” sono però autentiche piccole delizie speziate. Una caduta di tono mi pare invece il singolo “Kiss”, un quasi Bublé, a voler essere cattivi; a voler essere buoni, una riuscita emulazione del Fred Bongusto gangster style di “Spaghetti a Detroit”, ma che non c’entra nulla col resto dell’album.

Che è un gran bel disco: ma non perfetto. E non solo per l’episodio di “Kiss”. Ma per la sensazione che gli StudioDavoli, pur bravissimi, vadano ancora al traino dei modelli esteri. Lo stesso uso dell’inglese testimonia di ambizioni internazionali, che però prevedo frustrate finché si rimane appiattiti sugli esempi, pur scrivendo pezzi ottimi. Sarà un caso, ma la bonus track, “Senza Fine”, pur essendo una cover del buon Gino Paoli, è forse il momento maggiormente personale del disco, con la voce di Matilde – a tratti eroticamente franta - che emoziona. Per cui, questo è un ottimo disco. Ma che sia l’ultima prova generale degli Studiodavoli. Dal prossimo mi aspetto sfracelli. Intanto, me lo ascolto per la 41° volta.

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La recensione StudioDavoli - Recensione - Decibels For Dummies di Renzo Stefanel è apparsa su Rockit.it il 18/08/2019

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