11/11/1999

Cosa scrivere su questi 3 ragazzi che non sia già stato detto? Boh. Giovanissimi. Hanno 17, 19 e 20 anni. Hanno bruciato le tappe. Dal primo demo autoprodotto che ci avevano spedito, al contratto lampo con una Major. E da lì ai palchi dei più importanti festival della penisola. Tutto nel giro di un anno. Sempre con quell'innocenza (perduta?) sputata in faccia a tutti quelli che si chiedevano: ma cos'avranno mai di speciale questi Verdena? Già. Cos'hanno poi di speciale? C'è chi li ha definiti (abile campagna promozionale?) i Nirvana italiani. Chi il classico gruppetto di mocciosi costruito a tavolino, per regalare illusioni di giovinezza in confezione speciale alle vetuste orecchie degli ascoltatori. Chi dei fenomeni da baraccone, chi dei fenomeni e basta. Loro come hanno reagito? Loro che se vai a ben vedere capisci essere dei ragazzi normali, venuti su dalle cantine di un paesello delle valli bergamasche, “il buco del culo del mondo”…Non vogliono assolutamente essere paragonati ai Nirvana. Per nessuna ragione. Sarà perché è da quando hanno iniziato a suonare che sognavano di dire nelle interviste una cosa del genere? Oppure è un modo sfacciato per rivendicare la propria assoluta originalità? Poco importa. Si sono trovati in mezzo a questo morboso fuoco incrociato di media e attenzioni varie e hanno risposto nell'unico modo esatto: suonando. Suonando. Suonando. Che alla fine di tutte le chiacchiere che si possono fare intorno a un disco, quello che resta sono solo le immagini e le emozioni che questo disco riesce a regalare. Già, e questo lavoro d'esordio dei Verdena è il luna park delle emozioni. Dall'inizio. Prime 3 canzoni e prime 3 pallottole al cuore (e altrettante al cervello): Ovunque , Valvonauta e Pixel . La voce di Alberto è grattuggiata al punto giusto, piacevolmente acerba, di sicuro partecipe. Vibrante. Come non sentirsi coinvolti quando canta “ è buio ormai, non mi frega se piangi o no“ , “sto bene se non torni mai” o “ io vorrei di più, un po' di lei” ? Chiaro che se ci si lascia prendere, poi non si avrà più scampo. E infatti. Finisce che il cd gira nel lettore in autoreverse continuo. Mentre la batteria (grandiosa) e il basso si intrecciano rendendo il suono corposo e sanguigno come un piatto di polenta taragna (piatto tipico bergamasco, non a caso), le canzoni scivolano via una dopo l'altra senza cedimenti. O tregue. Via allora, a lasciarsi rubare l'anima dalle disgressioni psichedeliche di Caramel pop . Dal ritmo a mille all'ora di Viba. Dalle note dolciastre di Ultranova e Bambina in nero , di gusto vedderiano, per restare da quelle parti là… Ma i Verdena non fanno più (solo) grunge. Si capisce. La stessa produzione di Giorgio Canali è emblematica: ha compattato il suono, lo ha se vogliamo “pulito” di quell'irruenza claustrofobica e caotica degli inizi, incanalandolo verso inedite e acide soluzioni. Senza intaccare l'impatto originario (sentitevi Dentro Sharon o Zoe, dalle parti dei Motorpshyco ?). E' una giostra dai mille colori quella dei Verdena. Parecchio umbratile, certo. Vagamente decadente sotto tutte le lucette colorate dello show-biz. Una giostra con la G maiuscola. Che si può prendere come Giovinezza o Grinta, o tutte e due le cose insieme. Cioè qualcosa che dentro abbiamo (avuto?) tutti. Chi più chi meno. Anche se poi c'è chi se lo è dimenticato e chi invece no. Resiste. Anche sapendo ammettere il talento di qualcuno più giovane di lui. Già.

Chiude il cd Eyeliner . E chi non piange è sordo. O invidioso.

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