19/03/2007

Partita chiusa e disco dell'anno già assegnato. Forse no, ma quasi. Da questo momento in poi, chiunque nell'anno duemilasette voglia fare un grande disco dovrà prima confrontarsi con "Technicolor Dreams", il personale capolavoro con cui gli A Toys Orchestra diventano definitivamente una grande band italiana e non solo. Che avessero talento era ovvio. Che ne avessero così tanto, forse nessuno lo sospettava. "Cuckoo Boohoo" era un disco di belle canzoni spesso diluite dalla luce riflessa di invadenti modelli stranieri. Lasciati ora alle spalle i Blonde Readhead e sfoltite certe noiose cantilene, gli A Toys Orchestra esplodono definitivamente. E pur continuando ampiamente a rubare suggestioni all'estero, inventano un'opera magistrale. Alla produzione di questo gioiello quel Dustin O'Halloran che aveva scritto le prime canzoni dei suoi Devics proprio in Italia e che ora probabilmente deve nuovamente ringraziare il nostro Paese per avergli permesso di partecipare alla nascita di un album magnifico. Pop e rock nella loro accezione più pura e semplice, interpretati con attitudine tradizionale, ma con ispirazione straripante. Niente alambicchi d’avanguardia, ma una ristrutturazione mediterranea degli ultimi quaranta anni di english music popolare. L’insegnamento dei Beatles diventa un codice comportamentale su cui i musicisti campani intrecciano una modernità creativa che da un lato ripercorre la strada melodica dei Coldplay, dall’altro ne espande gli orizzonti con una commistione di surrealismo teatrale vicino a certi Flaming Lips ed una freschezza comunicativa che punta alla radiofonia di massa con uno stile quasi Middle of the Road ed un’enfasi ammiccante che non dispiacerebbe ai Queen. Evidenti anche i numerosi spunti che riconducono a quel gusto sopraffino e giocoso con cui Mark Everett ha costruito il lato più accattivante degli Eels. Ma la ricchezza di riferimenti è strabiliante, così come la personalità con cui vengono rimodellati. Il disco è denso di idee cristalline, sostenute da una produzione lussureggiante. Tredici tracce senza neanche una pausa. Mai un istante di cedimento. E tanta varietà stilistica, con brani spesso in più parti. Midtempo trasognati, che esplodono in uptempo scanzonati. Ballate drammatiche sospinte da carillon di pianoforte ed arrangiamenti orchestrali, con un’alternanza tra morbidi rintocchi acustici e grande irruenza strumentale. Filastrocche pop irresistibili e chitarre indierock. Eclettismo e compattezza. Romanticismo ed ironia. E poi quell’interpretazione vocale entusiasmante che dimostra la totale maturazione di un Enzo Moretto in stato di grazia e pronto per palcoscenici internazionali. Senza alcuna pretesa di rivoluzione, “Technicolor Dreams” rappresenta un esempio italiano di creatività che travalica i confini e può conquistare un vasto pubblico anche all’estero. Con questo lavoro gli A Toys Orchestra diventano termine di paragone italiano per un certo tipo di approccio alla musica poprock. Insomma, non so come altro dirvelo che questo è un disco bellissimo.

Commenti (37)

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  • santaclouse 01/08/2007 ore 12:04 @santaclouse

    però, non pensavo vi offendeste tanto.
    difendete addirittura le loro vacanze dai tour!.



    (Messaggio editato da santaclouse il 01/08/2007 12:07:06)

  • greenplastic 11/01/2008 ore 13:19 @greenplastic

    uno dei dischi più belli del 2007.
    poetico, geniale, sono davvero bravi, se la tirano un po' troppo, ma sono davvero bravi!!

  • Faustiko Murizzi 11/01/2008 ore 16:31 @faustiko

    uhm, sicuro? non é che siano timidi?

  • ammale 12/01/2008 ore 15:34 @ammale

    A toys orchestra...
    una delle migliori band che abbia mai sentito...

  • gennaro bottone 04/11/2008 ore 14:40 @shantaram

    Pink Floyd, Beatles, Blur, Pavement, Smashing Pumpkins. Citazioni scomode e illustre, ma che danno spessore. Loro sono una giovane band. Miei conterranei. Sono gli ‘A Toys Orchestra’. Figli della sperimentazione. Giocattoli elettronici. Stelle filanti. Coriandoli di plastica. Si parla del loro ultimo lavoro ‘Technicolor Dreams’. Album che tinteggia emozioni forti. Avevo sentito parlare della celebre collaborazione con Dustin O’Hallaran dei Devics. Pensavo a come fossero entrati in contatto, e a perché un musicista affermato voglia cimentarsi alla produzione di un album di un gruppo così giovane. Sarà per il loro talento? Così mi ritrovo il compact tra le mani...con uno spirito che è di certo quello giusto. Il lettore impasta le prime note. I timpani e la curiosità sono tesi come lacci di gomma. Le tastiere rompono il silenzio. Scorre la prima traccia ‘Invisible’. La mia espressione si veste subito di stupore. Melodie inattese. Dimensioni informe. Atmosfere vellutate e morbide carezze. Resto di stucco. E’ solo il primo pezzo! Ci attendono tessiture musicali delle più varie. Sceneggiature rock. Segni marcatamente indie. Polvere teatrale. Fluidi pop. Sensazioni disfatte e urla liberatorie. I suoni sembrano costruiti da meccanismi di un ingegneria semplice e perfetta. Fiumi elettrici che evocano narrazioni torpide e surreali. Come nei suoni sintetici di ‘Mrs Macabrette’ uno dei brani migliori. Traccia numero 3. Le lacrime scivolano lungo i salici. Si plana nel vuoto. Le ali si dischiudono lentamente. Le voci cominciano a rincorrersi cercando spazi fuori dal tempo. Le sonorità si intrecciano fino a fondersi. Cori impalpabili. Cieli blu. Orizzonti sfumati. Atmosfere vagamente western. I Toys sembrano alieni con occhi enormi. Morbidi atomi che volteggiano insieme. Bianchi fiocchi di neve che smuovono l’aria ferma. Il cristallo del pianoforte si mischia al rosso porpora del sangue. I suoni li senti camminare giù lungo la schiena. Il disco scorre da solo. Le ballate si susseguono. I ritmi sussultanti si alternano alle visioni ultraterrene. Sensibilità inquiete e sognanti: ‘Letter To Myself’, ‘Power On The Words’, ‘Bug Embrace’. Si ascolta un po’ di tutto. Le chitarre decorative, il basso sussultante, il tono a tratti duro e a tratti carezzevole della batteria, l’elettronica sempre inquadrata, gli intermezzi lirici intersecati tra versi e malinconia e infine il piano che avvolge per impacchettare tutto. Siamo tutti come rinchiusi in una enorme bolla di sapone che sale verso il cielo. Sogno o veglia? Le sagome finora indefinite prendono forma. Forse stiamo vivendo il loro mondo! Il giallo diventa arancio, poi rosso bruno, poi nero come il cioccolato. Ci vorrebbero gocce distillate ad accompagnare i suoni diluiti d’istinto e passione. Scorrono le ultime tracce. ‘Be 4 I Walk Away’, ‘Panic Attack #3’. Il pop ora si veste di profumi inquietanti e motivetti ossessivi come i rintocchi di un orologio che sfida il silenzio. Il disco è finito. Ci resta allora il ricordo degli odori, dei sapori, di una favola dai tratti limpidi e oscuri, densi e rarefatti, vivi e pallidi….. Insomma un sogno dai mille e più colori.

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