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album Dell’Impero delle Tenebre - Il Teatro Degli OrroriPrimascelta
RECENSIONE
17/04/2007

Allora, come iniziamo? Vi chiedo di sedervi o preferite rimanere in piedi? Brusio in sottofondo. Vociare indistinto e lucidamente consapevole. A cosa stiamo assistendo? Che cosa sta accadendo? Le luci in sala si alzano basse mirano su un palco dove ci sono quattro musicisti. Dietro i tamburi lo sguardo luciferino di Francesco Valente (il post-Dario Perissuti negli One Dimensional Man), alla chitarra le occhiate ammiccanti di Gionata Mirai (voce e chitarra dei Super Elastic Bubble Plastic), al basso dietro i suoi occhiali c'è Giulio Favero (già ODM e ora Putiferio, produttore rock ricercatissimo). Alla voce, infine, Pierpaolo Capovilla (basso e voce dei ODM); che vi guarda.

Partiamo?

Vita mia: a noi due.
Tutto nasce dalla fascinazione del Teatro della Crudeltà di artaudiana memoria e si trasforma in una parodia del teatrino del vivere d'oggi. Una parodia violenta. Che a livello musicale prosegue ciò che sono stati gli One Dimensional Man fino a poco fa (sentite "Compagna Teresa" a tal riguardo), portando però avanti la faccenda. Perchè questa volta il discorso verte in maniera equivocabile sui contenuti, e la scelta dell'italiano come lingua sottolinea questo spirito. C'è moltissimo di Capovilla dentro questo disco, ben più di quanto - tanto - ci fosse in tutti gli altri dischi in cui ha cantato. E c'è molto anche di Giulio Favero: ricordo ancora quando, in un'estate del 2003, mi raccontava di quanto ci fosse bisogno di "dire qualcosa". Ma c'è anche Mirai con il suo tocco pop. Insomma, non parliamo soltanto di un supergruppo creato per una manciata di date live remunerative. C'è un'unità di fondo che fin dalle prime, nervosissime note, cerca una sua dimensione. Basti superare il primo manifesto "Vita Mia" per arrivare a "E lei venne", capolavoro quasi horror dove Capovilla tocca le corde di Carmelo Bene (dello stesso autore è citato l'Amleto in apertura di disco) nell'allitterazione della f, la stessa di Follia, e dove viene fuori esattamente cos'è il TDO oggi: non solo un gruppo bluescore-noise di matrice americana che si ispira a Shellac, Melvins, Birthday Party e Jesus Lizard; bensì un esperimento riuscitissimo al confine fra letteratura, teatralità popolare e bordate rock di zona anni ‘90. Molto italiano, anche, e non è un caso che ci siano citazioni degli Area (c'è anche del prog, in questo disco; oltre che una chiara attitudine politica) e una ricerca alla De Andrè.
La sensazione predominante è quella della sconfitta. Quella di una caduta senza paracadute. Tu non sei un santo non sei un eroe, sei piuttosto un vinto, canta Capovilla. Me ne frego di Dio, me ne frego del Demonio, me ne frego dei Sacramenti, me ne frego di te. Ma non solo. Entrare dentro questo disco significa accettare le brutalità del vivere sbattuta in faccia senza alcuna giustizia attraverso la più bella delle arme letali: la poesia. Trasfigurata, liricizzata. Un carrarmato di rock per te (che mi faccia morire di musica e non di paura). Sono come notti passate ad ascoltare l'ubriaco che urla contro il mondo sull'autobus della circolare sinistra (poco prima venti minuti d'attesa a smadonnare contro il freddo, era la creatura che ha svoltato una serata). (?)Racconta storie vere(?) Come se un organismo mutante si deformasse verso un lucido delirio. La solitudine è cosa umana e la socialità è un teatro di posa incarnato da attori in cerca di amicizie strumentali. L'inferno sono gli altri. Sartreiano forse? Certamente c’è anche Baudelaire. Ma non ci sono professorini. "Dell'impero delle tenebre" significa sperimentare il senso del limite e non riuscire ad allearsi con la gente e rimanerne schiacciati dalla potenza dell’indifferenza. Fuori dai coglioni Teresa, lasciami bere in pace; dice. L'inferno sono io. Comunque sia, abbiamo perso. Vita mia, io e te faremo la rivoluzione. Ogni nome chiamato in causa è un appello. Uno sberleffo. Una imprecazione. Alle armi voi stronzi là fuori (ed è per questo che è politico, come quando dichiara la perdita della memoria del 20° secolo). Le parole sgorgano come fossero una colata lavica e si insinuano nei rigagnoli della terra arsi dall'acqua. Riempiono il vuoto d'amore. Perchè d'opposto d'amore si muore. E anche d'amore si muore (ma mai del tutto). Come quando nel “Turbamento della gelosia” stillano lacrime di tristezza dopo attimi di follia incontrollabile, il tutto per quel sentimento incontrollabile e totalizzante. Questo è un viaggio dentro le tenebre dell'esistenza. Profondo come una gola che sputa sangue e vomita uno dietro l'altro l'ultime pezzettino di merda raccolto dalla sporcizia che si coltiva quotidianamente in casa ogni giorno. Dio mio, lo sapevi che andava a finire così. Nessuno è escluso. Nessuno ne è fuori. Quella risata truce vi sepellirà. Tutta la violenza del vivere male. Tutto ok, c'è la guerra ma è tutto ok. Ma, soprattutto, ancora un cuore dentro.

Tracklist

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Commenti (64)
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  • dreamlady 22/04/2007 ore 09:58

    visti ieri sera, spaccano spaccano...sono uno dei gruppi più originali e interessanti in giro...grande capovilla!

    > rispondi a @dreamlady
  • lant 16/07/2007 ore 15:24

    Finalmente ce l'ho! Nel senso che ce l'ho proprio, nella testa, nelle vene, nella pancia! porcozzio che disco. ci sono delle cose che avrei voluto diverse, in effetti, ma sono così e va bene. che discoooooh!

    > rispondi a @lant
  • andrpp 21/11/2007 ore 16:22

    Carlo ha recensito molto bene questo disco, con un lessico voluttuoso, anche se spesso non facile da cogliere e da capire nei suoi dettagli. Da capire nei dettagli proprio come l’album, certamente bello, intrigante, intensamente pessimista e illuminante, ma nonostante le virtuosità che contiene, con profondo dispiacere probabilmente resterà trasparente al grande pubblico come del resto gran parte dei buoni lavori fatti dai creativi del nostro paese. Nell’Italia attuale non interessano le cose che implicano una riflessione, come dire, il nostro è un ambiente vincente se d’impatto guidato, le canzoni ti devono dire già all’ascolto cosa pensare, sennò diventa faticoso e non dilettevole farlo self-service, sviandoti dall’omogeneizzato ormai affermato.
    Chiunque abbia qualcosa di onesto da dire, talvolta ossessivo, dolorante che scelga di farlo in modo velato e d’altronde non con il sorriso stampato sulle labbra è destinato ad un numero estremamente ristretto di ascoltatori. Oggigiorno il solo ad affermarsi è colui che crea l’interesse, nel senso negativo del termine, quello altrui.
    Mi auguro di sbagliarmi di essere un ventenne inesperto che si illude di sapere, ma infondo solo un’po’ pessimista per dovere, è solo un invito, niente più, cerchiamo cambiamenti con ogni strofa che cantiamo così che non resti tutto uguale fino alla fine della storia, forse un giorno il mondo ci renderà finalmente giustizia e gloria.

    Signori e Signore buona visione.


    (Messaggio editato da andrpp il 21/11/2007 16:24:15)

    > rispondi a @andrpp
  • Minerva Lab 06/08/2009 ore 17:28

    Capolavoro rock italico!

    > rispondi a @minervalab
  • Marco Biasio 06/06/2011 ore 18:23

    Devastante. Un disco che trafora l'anima, bevendoci sopra.

    > rispondi a @bisius
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