Auroro Borealo pubblica il suo disco più politico, con una manciata di canzoni danzerecce e all'apparenza giocose che nascondono tutti gli orrori del nostro tempo
Se è vero che il diavolo sta nei dettagli, questo vale anche per la lotta armata. O almeno per un generico dissenso, che però ammicca amorevolmente a una certa maniera più diretta di appianare le divergenze rispetto alla vaga indignazione con cui ha finito per ammantarsi il centro-sinistra. Per cui sì, anche se il nuovo disco di Auroro Borealo è uscito a San Valentino, vale la pena soffermarsi prima sull'orario di pubblicazione, 13:12, e sull'acronimo nascosto in questo titolo da pop impomatato anni '60, Adesso Canta Auroro Borealo.
Pubblicato su tutte le piattaforme - "tranne una", come ci tiene a sottolineare lo stesso Borealo, in riferimento alla scelta che lo aveva portato a togliere tutto il suo catalogo da Spotify - Adesso Canta Auroro Borealo è, nell'ordine, il disco 1) decisamente più politico, 2) probabilmente peggio cantato e 3) potenzialmente migliore della sua discografia. Il vero jackpot è l'aver centrato in pieno il tema del disco rispetto al momento storico: perché sì, ok l'amore, di certo presente e volutamente ostentato in tutto ciò che riguarda la comunicazione dell'album, ma è più il filtro di critica più o meno esplicito che viene fuori, in un contesto di polarizzazione totale tra gli estremi dello spettro politico nel dibattito pubblico.
L'aver colto questo Zeitgeist si palesa già dalla prima traccia, Cuccami, dove un mix di chitarrone e animo dance accompagnano il racconto di una relazione tossica attraverso rimandi alla violenza politica e agli abusi di potere ("Manganellami, cuccami, aldomorami" è quello che Al Green si sarebbe sognato di infilare dentro a Take Me to the River al posto di un più banale "Hold me, love me, please me, tease me").
Il concetto si sviscera man mano che si procede con l'ascolto: anche Brava ragazza gioca sull'acronimo del titolo, con questa innocente melodia romantica a nascondere il sogno proibito di far esplodere il capitalismo alle sue fondamenta - "Amo è l'anagramma di Mao" il verso che vale il disco -, il singolo Scenderò è un desolante specchio della miseria umana mascherato da hit funky da lidi caraibici, mentre @Antonio72 ha una nota di amarezza nel cantare di quella fetta di Gen X rimasta accartocciata nella nostalgia della Mediaset degli anni '90.
E poi ancora, Max Collini in formissima nel cantare la collezione mastodontica di quadri di Berlusconi in Croste, l'omosessualità repressa che viene lasciata a briglia sciolta in Pacco, fino a chiudere come si aveva iniziato con Forse dell'ordine ("Porta una mano alla cintura, O il poliziotto prima spara e poi ti accusa"). Menzione a parte per La pizza di Gino, l'unica canzone che è davvero una dichiarazione d'amore.
Adesso canta Auroro Borealo può sembrare un disco leggero, e in effetti lo è, finché non ci si sofferma quel tanto che basta in più sui testi per farsi prendere da un inaspettato sconforto. Ascoltare questo disco a fronte degli scontri a Torino, delle porcherie dell'ICE oltreoceano, di un governo che ha come priorità quella di prendere le difese di un Pucci facendolo passare per un intellettuale dissidente perseguitato, ha come effetto dissonante quello di farci intravedere degli spicchi di tragica realtà anche quando ci concediamo del sano fancazzismo. Ok che il concetto de "la sinistra riparta da" è davvero tritato, ma la tentazione di lasciare le redini del partito al compagno Borealo un po' c'è.
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La recensione Adesso Canta Auroro Borealo di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-20 00:00:00

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