Gringo Goes To Hollywood Prigioni e altri rimedi 2026 - Rock, Indie, Rock d'autore

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Un disco vivo e artigianale, fatto di chitarre e pelli tese su cui vengono tessute confessioni e tentativi di salvezza.

In un momento storico in cui la produzione musicale punta a una resa sonora quasi chirurgica, schiava di pesanti manipolazioni e continue sovraincisioni, ascoltare un disco che suona vivo, umano, artigianale come una registrazione in presa diretta, può essere un vero tonico per chi cerca autenticità nella musica.

È proprio questo il caso di Prigioni e altri rimedi, album d'esordio dei Gringo Goes To Hollywood. Anticipata dai singoli Cercherò e Prigioni - quest'ultimo impreziosito dalla voce di Pierpaolo Capovilla - la prima prova sulla lunga distanza del progetto nato nel 2017 a Sestri Levante dall'incontro tra Andrea Guidobono e Davide Chioggia sembra infatti provenire da un'epoca ormai lontana, in cui i dischi nascevano "dal vivo", catturando la performance di un artista o di una band così com’era, senza montaggi né correzioni.

Quaranta minuti di ascolto che sembrano essere stati cristallizzati in medias res: ogni strumento appare materico, tridimensionale, avvolto da un leggero riverbero che dona al tutto un carattere da rehearsal room, come un'esibizione in studio lucidata appena. Questo sound meno "a fuoco" e più ambientale viene guidato dal continuo intreccio tra chitarre elettriche e acustiche, che modellano i cambi di atmosfera presenti nei vari brani. Una presenza tangibile, in cui le dita e le plettrate sulle corde si sentono anche nei loro piccoli difetti, vibrando all'unisono con pattern di batteria asciutti su cui il gruppo innesta qualche vezzo ben dosato — flauto traverso, synth, drum machine — che spezza la linearità di Prigioni e altri rimedi senza alterarne la forte impronta analogica.

Un tandem strumentale che riflette l’origine stessa dei Gringo Goes To Hollywood, nati come duo in stile The Black Keys e ancora oggi guidati da una visione profondamente guitar-oriented. Da un lato c'è la claustrofobia alternative rock dei Radiohead di metà anni ’90 (Prigioni e Monete), dall’altro miscele più morbide, quasi da Grateful Dead, dove country e psichedelia si incontrano con grande naturalezza (L’ultima volta e L’altra sera). Nel mezzo, ambiziose aperture al prog rock (Cercherò e Se ci sei) e sbirciatine al britpop elegante e retrò dei Pulp (Oggi).

Su questo caleidoscopico mosaico sonoro si staglia la voce di Andrea "Gringo" Guidobono, che - proprio come gli strumenti - esce dal mix con un tono autentico, poco filtrato, intonando strofe che, tra pessimismo, tenerezza, ironia e speranza raccontano del nostro instabile equilibrio tra le "prigioni interiori" che danno il titolo all’album e il desiderio di liberarsene, aggrappandosi, oltre alla musica, a valori come amore, amicizia e memoria.

A conti fatti, Prigioni e altri rimedi è un album tangibile, artigianale nel senso migliore del termine: non semplice e approssimativo, ma costruito con quella perizia istintiva che appartiene a chi scrive dischi e canzoni dando alla musica del "tu". Un lavoro che, grazie alla sua natura quasi da live in studio, fa venire una voglia precisa: sentirlo davvero dal vivo, per vedere quanto sia in grado di vibrare senza alcun filtro tra palco e orecchie.

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La recensione Prigioni e altri rimedi di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-17 12:49:41

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