Tra anima analogica e zuccheri pop, un disco rap che cerca la propria identità.
È con una formula di congedo, capace di essere tanto affettuosa quanto ostile, che Matteo Ponti sceglie, quasi paradossalmente, di inaugurare il proprio percorso nel mondo della musica, intitolando il suo primo disco Stammi Bene.
Realizzato in completa autonomia insieme ai producer Raimondo e Desanudo, l'esordio sulla lunga distanza del rapper comasco classe 2001 porta strofe, incastri e hook tipici del rap dentro diverse nuance sonore, tutte unite da un’anima rigorosamente analogica. Un disco hip-hop "imbastardito" che, nella mezz'ora scarsa in cui si snoda, ribalta il solito paradigma: beat e sample "sintetici" diventano infatti un semplice ornamento, mentre a prendersi la scena ci pensano strumenti "veri" registrati in studio.
Lo si sente nel groove di batteria old school di Solo per piacerti e Interrogarsi, nel pianoforte lo-fi che spinge Grandi Passi verso l'indie rap à la Frah Quintale e nei fraseggi di violino capaci di dare la giusta dose di pathos a Ventuno. Una scelta senza dubbio interessante, che porta Stammi Bene a toccare momenti di grande efficacia ma anche qualche passaggio meno convincente, fotografati rispettivamente da Lato Debole e Uno come me.
La prima - a mani basse il pezzo più riuscito del disco - dosa alla perfezione linee di basso che strizzano l'occhio al funk e note eteree di piano elettrico, più vicine alle atmosfere di un R&B tinto di psichedelia. Il risultato è un comodo tappeto per la voce di Anita Cane Violins, che irrompe con garbo nei ritornelli, creando un riuscitissimo gioco di contrasti con le metriche di Ponti, impegnato a raccontare la fatica di mostrarsi reali in un mondo in cui, pur di elemosinare l'attenzione altrui, si è disposti a recitare la parte di un personaggio lontano dal proprio io più autentico.
L'altra, prodotta e interpretata insieme al già citato Raimondo, procede tra refrain dal pedigree nazionalpopolare e rime da Baci Perugina ("Mi sono fatto le braccia più forti / Quindi va bene se crolli") sull'infido terreno che collega il rap alla canzone d'amore spudoratamente "poppettara". Quella, per intenderci, con cui Fedez - e non solo - ci ha sfracassato per anni i cabasisi, prima di lanciarsi nell'imprenditoria e in podcast di dubbio gusto. Oggi come oggi, non si sa cosa sia peggio.
Al netto di qualche scivolone melenso, Stammi Bene offre un ascolto tutto sommato piacevole, valorizzato dalla sua natura analogica, con strumentali che nascono dal lavoro di musicisti "in carne e ossa" piuttosto che da beat assemblati da un producer davanti al proprio PC. Il ragazzo sa scrivere, e in Lato Debole e Ventuno si sente. La direzione è quella giusta. Basta solo scrollarsi di dosso gli ultimi rimasugli di mainstream un po' troppo mieloso e il gioco è fatto.
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La recensione Stammi Bene di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-23 00:00:00

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