In punta di piedi sul filo del tempo, dal 97 a oggi, da "In equilibrio su una sbarra" a "Che poi (non è vero)", dai suoni grezzi e torrenziali degli inizi a quelli frammentati e tormentati di oggi, è proprio impossibile pensare di poter riassumere tutto quanto.
eppure è successo. e quando ascolti l'ultimo disco si sprigiona tutta la sofferenza di un disequilibrio in una traballante presa di coscienza e si riaprono tutte le cicatrici di un suono che è stato trascinato avanti per tutto questo tempo, se ne sentono tutte le ammaccature e le scorticazioni, riecheggiano tutti gli schiaffi e il senso di sconfitta, si percepisce la polvere di una vita sbattuta al chiuso di una sala prove mefitica. quante ore intorno a un giro di note poi accantonato, quante parole dietro una metafora incompiuta poi trasformata in sintesi. sono i brividi a tenerci a galla, i nervi scoperti ad alimentare quel senso di rabbia atavica, che punta a un non ritorno, a risputarci alla vita stessa. dal vivo poi tutto si fa più magmatico e sembra compiersi un senso, un lampo in uno sguardo di un astante, quello che tiene in piedi tutto. così tutta questa inesausta tensione può ancora far vibrare l'energia che credevi persa e lo puoi vedere dai corpi contorti che si agitano sui suoni tribali, hardcore e buto, speranza (e)sangue, respiro e affanno, al riparo da ogni retorica ed ipocrisia.