Come approcciarsi allo studio del pianoforte: i consigli di Dardust

14/03/2018 di Dario Faini (Dardust)

Qualche tempo fa abbiamo chiesto a vari musicisti alcuni consigli su come approcciarsi al meglio allo studio di uno strumento. Il Maestro Giuliano Vozella ha scelto una serie di brani facili per approcciarsi allo studio della chitarra, mentre il Maestro Malagrinò ci ha raccontato come non abbattersi alla prima difficoltà col basso e Teo Marchese ci ha fornito una serie di consigli utilissimi per chi vuole cimentarsi con la batteria. Oggi è la volta di un altro strumento importantissimo, ovvero il pianoforte, quello strumento capace sia di vivere di vita propria ma anche di essere un meraviglioso accompagnamento. Abbiamo chiesto quindi a Dario Faini, ovvero Dardust, di raccontarci i suoi inizi, insieme a una serie di consigli pratici su come iniziare a suonare questo affascinante strumento. 

A casa mia c'era un pianoforte e quando avevo cinque anni, mia sorella studiava all'Istituto Musicale Gaspare Spontini di Ascoli Piceno. Mi ricordo che la mia prima passione era il disegno, detta così, può suonare strano, ma in verità sembrava davvero avessi del talento. In ogni caso nella mia visione non c'era la musica. Poi avendo questo pianoforte, a 9 anni, i miei genitori mi hanno iscritto alla stessa scuola di mia sorella e la mia insegnate era Anna Maria Bucci, la stessa insegnante di Giovanni Allevi, con cui ho iniziato gli studi. Ho cominciato in maniera molto passiva, senza grandi entusiasmi.
Non so come sia oggi il primissimo approccio ad uno strumento. Io ho fatto svariati mesi di studi di impostazione, le cosiddette cadute, diteggiatura, arpeggi etc.. in verità sembrerebbe tutto molto noioso per un ragazzino di 9 anni. Mi ricordo che i primi mesi mi annoiavo molto e quando arrivai al primo esercizio del libro di Beyer, lo studiai a mani separate, leggendo il pentagramma. Quando, un giorno, imparai a coordinare mano sinistra e mano destra, su quell'esercizio ci fu una sorta di illuminazione e mi entusiasmai molto: stavo capendo cosa significasse suonare il pianoforte e a mani unite.

Bisogna essere pazienti agli inizi, studiando bene la posizione della mano, il peso da distribuire, le dita, l'impostazione delle spalle; più ci si sente leggeri sul pianoforte e più si ha la forza. Si inizia a capire davvero quello che puoi fare e il tuo potere nel suonare uno strumento: poi unendo la tecnica all'emotività comprendi per intero cosa significhi fare musica. Ma è un processo molto personale.
Tornando a me, inizi a studiare Bach,  Mozart, e vari studi, non capendo la bellezza di queste opere, proprio perché ero piccolo, anche se mi innamorai follemente di un Improvviso di Schubert che in verità è un brano molto “pop”.
Durante la prima adolescenza però, cercavo una visione mia più libera e totalitaria rispetto ad un approccio classico. Mi innamorai dell’elettronica, di Bowie, dei Kraftwerk, Depeche Mode, Chemical Brothers e tanti altri. Ero andato in una sorta di paranoia perché lo studio al conservatorio mi sembrava fosse molto restrittivo, come se ti togliesse una spinta creatività: quando mi trovavo di fronte all’impeto di scrivere qualcosa, rimanevo dentro a tutte quelle regole e non sapevo uscirne fuori. "Togli lo spartito e poi non sai più cosa fare", così mi sentivo. Retorico ma vero. Ho così deciso di investire sulla mia creatività libera, iniziando a usare software, virtual instrument, sintetizzatori e campionatori. Oggi a quarant'anni, mi sono rimesso in discussione e ho ripreso quel tipo di studi, proprio per perfezionarmi e migliorarmi. È ovvio che oggi la mia visione di Liszt, Debussy, Beethoven e Bach, quando studio, è totalmente diversa da quando avevo 12 anni. Ora non voglio dire che il mio percorso sia stato quello giusto, ma col senno di poi, sono sicuro che sia importante avere delle basi solide, studiando. Oggi mi impongo una disciplina ferrea sullo strumento, cosa che non facevo a 15 anni. Meglio tardi che mai.

Tre brani per approcciarsi allo studio del pianoforte consigliati da Dario Faini (Dardust)

Consiglierei tre brani legati alla “nuova” scena neo-classica, alla quale mi sento di appartenere, perché avvicina il piano a una dimensione spesso più contemporanea, in alcuni casi più popular, minimalista e immediata nella fruizione, una scena che io trovo molto bella, anche perché legata a un certo mondo elettronico. Poi se dalla parte accademica e conservatrice, non viene considerata “Classica” ma solo “pop” va bene cosi. Io dico che possono convivere Philip Glass e Steve Reich insieme a Nils Frahm e Olafur Arnalds


"Near Light" di Olafur Arnaldsun

Brano molto semplice, di un'essenzialità e potenza a livello emozionale pazzesche. Un pezzo che ti fa subito incontrare la dimensione dell'uso dello strumento con un certo tipo di emotività. Intimismo, bellezza e semplicità in 3 minuti.

"Ambre" di Nils Frahmanche

Questo è un brano semplice, forse leggermente più complesso soprattutto a una prima lettura. Lo segnalo perché qui c'è un primo incontro con le modulazioni, ma il tutto in maniera quasi impercettibile e nella semplicità. Si passa da una tonalità all’altra con immediatezza e grande eleganza, costruendo un’architettura magica.


"Merry Christmas Mr. Lawrence" di Ryuichi Sakamoto

Brano che ho scoperto nel 1983, colonna sonora del film “Merry Christmas Mr Lawrence” (in italiano "Furyo") con protagonisti David Bowie e il maestro Sakamoto. Preso nella tonalità originale (Si bemolle minore) può essere complesso come primo approccio, però ci sono partiture in La minore che è più avvicinabile. Credo sia la mia colonna sonora preferita di sempre, ha la forza di avere l’esotismo giapponese dentro e di portarlo nell'immaginario mondiale. Lo consiglio anche per approcciarsi ad una modalità compositiva diversa da quella occidentale.

Tag: tutorial

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