Francesco De Gregori

Francesco De Gregori for dummies: quattro dischi da ascoltare assolutamente

via iltitanic.comvia iltitanic.com
14/02/2017

"Non mi piace quando dicono che sono poesie. La poesia è ben altro e se leggi “La donna cannone” senza pensare alla musica, è una boiata pazzesca, non sta in piedi. Nemmeno degli autori più famosi si può leggere il testo come una cosa autonoma, nemmeno Bob Dylan".

Francesco De Gregori in un'intervista a Repubblica (prima del Nobel a Dylan)

Quando nel 2015 esce Amore e furto – De Gregori canta Bob Dylan” è come un cerchio che si chiude, come una festa di nozze d'oro, il suggello a una storia d'amore mai negata, anzi esibita anche con orgoglio. Dai tempi in cui i ragazzi del Folkstudio sognavano il Village, agli omaggi disseminati nelle canzoni, alle dichiarazioni dirette nelle interviste. L'etichetta di “Dylan italiano” non ha mai imbarazzato il cantautore romano. Ciò non toglie che la definizione, per quanto giusta e gradita anche all'interessato, sia anche limitata e limitante.

De Gregori non è un imitatore, e al di là dell'onesta e umile devozione al suo modello, non avrebbe fatto molta strada se non avesse saputo anche creare la sua personale via al cantautorato, tra folk americano e tradizione italiana, ermetismo e narratività.
Via che tracceremo attraverso il racconto di quattro (più tre) dischi fondamentali, provando a scrivere meno volte possibile la parola “Dylan”.


1. ALICE NON LO SA (1973)

 

Sulla copertina del secondo album (ma il primo tutto suo: il precedente “Theorius campus” era quello che oggi si direbbe uno split con Antonello Venditti) campeggia un ritratto del giovane artista in atteggiamento barbuto e pensoso che fa molto contestazione, come volevano al tempo le regole del cantautorato, che doveva essere militante.

In realtà, il contenuto non era così barricadero (cosa che, come vedremo, in quegli anni non veniva perdonata da certo pubblico): politica e storia vengono trattati nella loro dimensione privata, in particolare con le storie di donne e guerra (“1940” e “Saigon”), usando gli stessi strumenti e parole dei brani più intimisti. Immagini criptiche, citazioni letterarie più o meno nascoste, bozzetti di giovinezza, e un sogno americano con le sembianze di Dylan certo, ma anche, in questo disco forse ancora di più, di Leonard Cohen. Il  cantautore canadese si intravede nell'andamento melodico di “Le strade di lei” e presta i nomi delle donne a “Marianna al bivio” (Marianna, Suzanne). Senza perdere troppo di vista la tradizione romanza: c'è del De André in “Suonatori di flauto”, e un forte tono popolare in “Sono tuo”.

Ma il capolavoro è piazzato all'inizio, con un'“Alice” che è già una summa della poetica degregoriana: folk-pop sognante e testo ricercato ed evocativo, fatto di scene e personaggi (apparentemente) scollegati e molto citazionismo, dalla protagonista carrolliana a Lilì Marlene a Cesare Pavese.

“Il "Cesare perduto nella pioggia", è Cesare Pavese. Avevo letto tutto di lui, e nella biografia c'è questo episodio di quando una sera aspettò per una notte Costance Dowling, donna bellissima, ballerina che lo illuse e poi lo lasciò. Alice per me è una specie di sfinge che guarda il mondo senza nessi consequenziali. Non è nemmeno chiaro se è lei la narratrice o io che scrivo. Mentre il personaggio dello sposo ha qualcosa di sicuramente autobiografico. No, non perché volessi sposarmi, ma fuggire. Una fuga che era probabilmente dalla vita cui ero predestinato da studente universitario, fare l'insegnante come mia madre o il bibliotecario come mio padre. Ma forse fuggire anche dal mondo della musica per cui ero uno strano”. (via)

Talmente strano che quell'anno la canzone si classifica ultima al Disco per l'estate, mentre sia 45 giri che album vendono così poco da non entrare nemmeno in classifica. Quando si dice la lungimiranza.


2. RIMMEL (1975)

La vita si sa, è fatta di alti e bassi. Quella di un artista forse ancora di più. Capita allora, nella vita di un cantautore, di avere un momento creativamente poco brillante, e capita che a un periodo così segua uno stato di grazia, e magari un capolavoro. Nel 1973 De Gregori pubblica quello che lui considera il più brutto, “De Gregori”, meglio conosciuto come “l'album della pecora”, per via della copertina. E un anno dopo quell'episodio così poco ispirato, arriva il disco che cambierà tutto, quello della consacrazione sia artistica che commerciale.

Anche in questo caso, la canzone più rappresentativa è in apertura e dà il nome all'album: tratta la fine di una storia, in modo per niente banale e molto poetico. A seguire, anche qui, un sontuoso folk di stampo americano è il tappeto su cui distendere frammenti di vite private, impegno sociale e grande storia. Questi ultimi due mai troppo esibiti, cosa che, nonostante pezzi contro il fascismo come “Le storie di ieri” o la dedica a Pannella di “Il signor Hood”, gli attirerà l'inimicizia degli ambienti della sinistra radicale, con contestazioni anche violente durante i concerti, addirittura inviti a “suicidarsi subito, seguendo l'esempio di Majakovski”, e critiche poco gentili.



Mai dimenticata a questo proposito la recensione di Giaime Pintor su Muzak, che scriveva fra l'altro: “il manifesto della poetica anni '60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi e barocchetti con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese (Elton John e fratelli) e qualcosa d'altro (folklorismo da banane in testa, Dylan e Cohen guardati con occhio miope quasi cieco, De Andrè incoerente, Gian Pieretti, Gianni Meccia e persino Nico fidenco…), e su questo tessuto povero-povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch. La pseudo-cultura liceale ha un peso specifico e assoluto enorme nelle canzoni di De Gregori, vorrei dire che egli la riassume sprofondandola dei suoi contenuti per offrirla come pura metodologia dell'approssimazione e della cialtronaggine. […] Questo è nelle canzoni di De Gregori (che poi potrebbe essere la persona più colta del mondo, ma questa è l'operazione delle sue canzoni), questo egli trasmette, questo sono abituati da anni a considerare poesia gli studenti: poche evocazioni senza né capo né coda, qualche ammiccamento qua e là a un riferimento universale”.

Tanto snobismo non impedisce a “Rimmel” di essere il secondo disco più venduto dell'anno dietro i Goblin di “Profondo rosso”. E giustamente, perché di fronte a un disco con dentro “Pezzi di vetro”, “Le storie di ieri”, “Pablo”, anche “Buonanotte fiorellino”, seppur con tutto quel miele (ma è sempre miele dylaniato, rubato a “Winterlude”), le sole polemiche che al limite sarebbero degne di nota sono quelle, presunte, con il Venditti cantante di “Pianobar” o con la Patty Pravo che in “Quattro cani” “quasi sempre si nega qualche volta si dà”.


3. BUFALO BILL (1976)

Uno ci prova sempre a non dare peso a certe critiche, ma loro inevitabilmente un tarlo te lo scavano dentro, a maggior ragione se vengono da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte, che hanno le tue stesse idee, anche se le esprimono in modo diverso da te. Quelle accuse: venduto, commerciale, hai troppo successo, non sei abbastanza impegnato, non sei abbastanza di sinistra, sono assurde ma ti risuonano dentro al punto che inizi a sentirti davvero in colpa perché non sei più uno sfigato che suona la sua chitarrina in un tugurio davanti a quattro gatti.
Allora decidi che il disco che seguirà il tuo grande successo sarà diverso, non ci saranno gli “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo” e i “buonanotte, questa notte è per te”, niente arrangiamenti barocchi che fanno così musica leggera italiana, niente che sappia di hit parade, sarà serio e rigoroso e ti restituirà tutta la credibilità che ti meriti.



“Bufalo Bill è questa mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto "Rimmel" che aveva venduto troppo... roba da matti!”. (via)
Comunque, anche se il motivo per cui l'album suona più alternativo di “Rimmel” è quasi comico, il risultato della sinistroide paranoia merita di essere ascoltato, per la qualità sempre alta e colta delle canzoni, per l'intatta capacità di raccontare con luci impressioniste il presente e il passato (notevoli ad esempio l'omaggio a Tenco di “Festival” e la profetica “Disastro aereo sul canale di Sicilia”) e soprattutto perché è il lavoro che più di tutti rappresenta una dichiarazione d'amore all'America, alle sue contraddizioni e al suo potere incantatorio.

 

4. TITANIC (1982)

Se l'America di Bufalo Bill era un'America mitologica, non priva di lati oscuri ma sempre vista con lo sguardo un po' incantato dai residui di ottimismo del dopoguerra e da un'iconografia affascinante, l'America di “Titanic” è una terra promessa e non mantenuta. L'iceberg contro cui si infrangono le illusioni è una modernità che inizia a mostrare tutte le sue crepe, dietro la facciata scintillante.

Siamo all'inizio degli '80, momento di transizione al pari dei primi del novecento, quando il vero Titanic portava a fondo con sé centinaia di sogni americani. Il Titanic di De Gregori è un concept sulla fine di un'idea di mondo, dove la consueta carrellata di personaggi affolla una nave lanciata a barra dritta incontro allo sfacelo.
Sotto il comando di capitani tragicamente ottimisti, a perdere – tutto, anche la vita – sono sempre i deboli, i poveri, quelli ammassati nel buio delle classi inferiori, quelli che cercano in un calcio di rigore o in una nuova musica da ballare la speranza di non sentir arrivare lo schianto. Se tutto questo vi suona terribilmente attuale, be' lo è.

 

Bonus: THEORIUS CAMPUS (1972) – BANANA REPUBLIC (1979) - IL FISCHIO DEL VAPORE (2002)

Siccome ci piace pensare che l'arte sia più bella e più ricca quando è fatta anche di scambi e collaborazioni, essendo la forma d'arte più sociale, e siccome il cantautore è una figura solitaria ma le solitudini sono fatte anche per unirsi e non esserlo più, aggiungiamo alla rosa di album da ascoltare, per motivi diversi:

“Theorius campus”, con Antonello Venditti. Il doppio esordio degli amici/nemici, direttamente dal club del Folk Studio, realizzato in coppia più per motivi pratico-economici che per spirito di condivisione, è comunque la testimonianza giovane e ingenua di un fermento, di qualcosa di grande che era sul punto di succedere.

“Banana Republic”, con Lucio Dalla (feat. Ron). Il disco live che suggella un tour fortunatissimo, storico anche perché vede il ritorno dei concerti negli stadi, dopo il terrore degli anni '70.

“Il fischio del vapore”, con Giovanna Marini. Dopo decenni di amicizia e intesa artistico-intellettuale, una raccolta di canzoni pescate sia dal repertorio dei due che da quello della tradizione popolare, tutte sotto il segno del folk più consapevole e battagliero.

Tag: liste Retroterra discografia

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Commenti (3)

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  • Paolo Ciaravino 4 giorni fa @paolo.ciaravino.3

    Solo un osservazione: per me l'album della pecora non è affatto brutto né un'episodio minore checché ne dica il suo autore. Un disco che contiene "Niente da capire", "Cercando un altro Egitto", "Dolce amore del Bahia", "Souvenir" e la stupenda "Bene" (che purtroppo si rifiuta di farmi dal vivo, accidenti a lui!) non può essere considerato un brutto album.

  • ManìnBlù 4 giorni fa @maninblu1

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  • ManìnBlù 4 giorni fa @maninblu1

    Aggiungerei "Canzoni d'amore" del 1992... un album di una bellezza graffiante e strepitosa... basta ascoltare la "sinfonia" finale di "Rumore di niente"

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