Arya, la musica non è una gara

La corista di Ghemon e Venerus al debutto da solista. “Peace Of Mind”, suo EP, è il frutto nu soul, hip hop e r'n'b di una presa di coscienza che le ha cambiato la vita

Arya - foto di Yuri Yudin
Arya - foto di Yuri Yudin

La sua voce energica ha accompagnato i cori degli ultimi tour di Ghemon e Venerus; si muove dolcissima tra nu soul, hip hop e r'n'b con uno stile caldo e morbido, che un po' ricorda le icone Lauryn Hill, Ella Fitzgerald, Erykah Badu; quando la ascolti pensi: "Se non merita lei, chi?". 

Arya, 26 anni, è  stata cresciuta cullata dalla musica: la mamma italiana ha suonato il piano per anni e il padre venezuelano è un cantante di salsa: "Uno dei primi ricordi musicali che ho è quello di mio padre che, in uno dei nostri innumerevoli viaggi in macchina, mi insegna a sentire la clave, la base della musica salsa. Non a contare, ma a sentire. In quel momento qualcosa è scattato in me", racconta.

Arya - foto di Giuseppe Molinari
Arya - foto di Giuseppe Molinari

Peace Of Mind è il suo EP di debutto per la neonata label Atelier71, fondata da Idriss e Paziest (quei pazzi di cui avevamo già parlato qui). Più una famiglia che un’etichetta, la definisce l’artista: "Sono due anni che lavoriamo a queste tracce. Grazie alla loro spinta e alla fiducia che mi hanno regalato, ho finalmente creduto in me stessa e recuperato la voglia di continuare con la musica. Loro sono l’alchimia che cercavo, dopo esperienze con produttori con cui non mi sono trovata e che mi hanno involontariamente demoralizzata".

L’EP è il segno che rimane di questi anni e ricostruisce il percorso di Arya, dalla paura di non essere all’altezza alla realizzazione delle proprie capacità, dopo aver definito e fatto luce sulla propria identità: "Due anni fa mi sentivo molto indietro rispetto agli altri. Sia per la questione che ho iniziato a scrivere tardi (a 18 anni), sia perché ero circondata da amici e amiche che fanno musica", spiega la ragazza, e continua: "Ho sempre visto altri raggiungere obiettivi e continuare con il loro percorso artistico, mentre io mi sentivo ferma e sempre nello stesso punto".

Un'immagine da film, come quando l’attrice corre dietro a un treno e cerca di afferrarlo in corsa, ma non ci riesce: "Ora, invece, sto camminando con calma, perché sento che il mio treno sta arrivando", dice la cantante. Che se potesse parlare all’Arya in preda al panico e al confronto con gli altri di due anni fa, le direbbe di stare tranquilla, perché tutto andrà come deve andare, senza dover impazzire a inseguire qualcosa che non sta passando per lei.

Arya - foto di Yuri Yudin
Arya - foto di Yuri Yudin

Negli anni ha radicalmente cambiato il modo di vedere le cose: "Ognuno ha il suo percorso, e sono sempre più convinta che se le cose ti passano di fianco, è perché non erano tue. Arriva, sta arrivando e mi arriverà quello che deve arrivare", dice Arya come un mantra.

Peace Of Mind è l’espressione in musica di questa visione, frutto dell maturazione e della trasformazione delle sue idee nel tempo. Esplicitate nell’Intro, nello speech dell’Interlude alla traccia numero sei, e in altri punti disseminati nell’album, come fosse un’intervista in cui si chiede all’artista di descrivere i suoi pensieri su determinate questioni, e come sono cambiati nel corso di questi anni: "Sempre rispetto al passato, oggi ho smesso di vedere la musica come una competizione", afferma.

E continua: "Se prima potevo provare invidia nei confronti di amiche o amici musicisti poichè non faccio gli stessi numeri o non ho lo stesso seguito, ora sono semplicemente felice per lei o per lui, e per i risultati che stanno ottenendo. Non ha senso mettere in relazione me con gli altri, non ha senso mettere in relazione nessuno con nessun altro. Io faccio il mio e ho e avrò il mio".

Arya - foto di Giuseppe Molinari
Arya - foto di Giuseppe Molinari

Arya, che nella vita – fuor dalla musica – amministra un centro di yoga e pilates a Milano, oltre al progetto solista fa parte dei Flower Tide. Un trio che io avevo visto in tutto il loro splendore sul palco del Serraglio, al festival per band e artisti emergenti Fuori dal Garage, il Festival dello Sbaraglio: "Siamo nati nel 2017: i Flower esistono prima che cominciassi a scrivere solo per me", racconta la songwriter.

Non è un side project, ma si tratta di un progetto parallelo che disegna un mondo e un immaginario molto diversi l’uno dall’altro. Se Arya, infatti, si muove sull’onda del nu soul, dell’hip hop e dell’rnb, i Flower fanno qualcosa di più alternativo, poco radiofonico, ma molto ritmico, con tanti elementi etnici e un po’ di elettronica.

Per esprimere e ragionare sul legame e il rapporto uomo-natura: "Con i Flower è molto più esplicito il senso "spirituale" dei testi e della musica in generale. Poi, i FT sono un gruppo e anche i testi inevitabilmente ne risentono. Con Arya parlo di esperienze personali, di amore, di mio padre, di rapporti problematici (e non) con conoscenti (e non), di quello che penso del mondo musicale, come del music business" come di altro, tutto visto dai suoi occhi.

Peace Of Mind, il suo primo disco, è proprio questo: il punto di vista di Arya sul mondo e sulle cose. Scopriamolo track by track insieme a lei:

1. Intro

Per i suoni che ci sono in sottofondo, se riascolto questo speech iniziale mi viene in mente "Le Park", uno spazio di coworking a Milano abbastanza minimalista: tutto bianco, con molte piante e tante persone che lavorano insieme. Nonostante si abbiamo le cuffie nelle orecchie, si sentono i tasti del computer e un vocìo in background. È lì che ho registrato i miei primi due singoli.

Arya - foto di Giuseppe Molinari
Arya - foto di Giuseppe Molinari

2. Blossoms

Se penso a questa traccia vedo una tavolozza di colori e mi immagino un Pollock. Lo associo direttamente all’immagine di copertina dell'EP, che è molto colorata e in linea con l'idea di "lanciare colori con le dita". È il primo brano che ho scritto in collaborazione ad Atelier 71. Il brano con cui mi sono smossa. Idriss (uno dei fondatori della label) un giorno mi ha detto: "Ma tu, cosa stai facendo esattamente?". Il giorno dopo mi sono messa a scrivere un pezzo, che poi è diventato questo.

3. Mad

Mi viene in mente un club in cui si balla hip hop. È una delle cose che più mi manca fare: poter andare a ballare e fregarsene del pudore, della vicinanza, del contatto, del sudore. Come fosse un rituale. Una traccia che si avvicina all’hip-hop da club, le strofe sono bouncy mentre il ritornello si apre su melodie più r&b. È un brano diverso da quello che faccio di solito: ha un’atmosfera un po’ più aggressiva anche a livello di beat, ma ero in un momento in cui sentivo di esprimere questa rabbia. 

4. Miles

Nei primi secondi del pezzo si sente dell’acqua che scroscia. È un ruscello che scorre, che va da monte a valle. È Il pezzo d’amore dell’album. La sua storia è abbastanza divertente perché non si chiamava Miles e fino a tre mesi fa il pezzo nel disco non esisteva: si chiamava Stay e l'avevo portato live tante volte sotto questa forma. Quando abbiamo iniziato a organizzare il disco, sempre Idriss (l'uomo degli schiaffetti correttivi) mi fa: "Secondo me non è mai stato tutto 'sto gran pezzo. Scriviamolo da capo, se vuoi mantieni la melodia e le parole, ma sotto cambiamo tutto". Due anni fa non avrei mai accettaro una cosa del genere: sono sempre stata avversa alle improvvisazioni e in questi anni sono evoluta anche da questo punto di vista. Mi sento molto più leggera e ora sono pronta a prendere le cose "come vengono". Stay si è, allora, trasformata in Miles. O meglio, si è evoluta. Così come la relazione con la persona di cui parlo nel brano.

Arya - foto di Yuri Yudin
Arya - foto di Yuri Yudin

5. The Art of Letting Go

Se riascolto questo brano penso alle stelle. Uno dei ragazzi con cui collaboro, Alessio Bongiorno, adora costruire la strumentale su delle stelline, con degli effetti che regalano al brano una texture un po' sognante. E in questo pezzo c’è molto questa trama. È un beat fatto da diverse persone, nato da un nucleo abbastanza scarno: un loop di batterie scritto da Giuseppe Molinari (batterista dei Beetamax, amici con cui ho suonato varie volte), cui si è aggiunto Edoardo Maggioni (un tastierista-pianista conosciuto la sera prima di un nostro concerto all'Alcazar di Roma, nel marzo del 2019). Una frase di Willow smith (poi ripresa da Jhené Aiko) mi ha ispirato a scrivere questo pezzo: "It's really out of my control / How you feel is not my problem / I do not want you to go / But I don't know how to stop you". 

6. Peace Of Mind, Interlude

Qui rifletto su una cosa: la musica non è una gara. Un'espressione così intima, così profonda e personale di noi stessi, non può essere oggetto di una competizione o di una classificazione. I miei brani sono qualcosa di talmente mio, questo album è talmente mio che non può essere messo in paragone con il lavoro di un altro. Questo è uno dei motivi per cui non andrei mai a un talent: dove mettere contro e in relazione la musica è una cosa che non concepisco. 

7. A Distant Night

Così, d'impulso, questo brano mi ricorda la scena iniziale di Aladdin, quando c’è la tigre che apre la bocca! Si tratta di un pezzo molto nostalgico a livello testuale e molto "fumoso" a livello di sound. Mi viene in mente la sabbia, le dune, un deserto offuscato. Sono particolarmente legata a questo brano, perché è il primo singolo uscito. È una storia d'amore, ma triste rispetto a Miles. L'ho scritta pensando a mio padre e al nostro periodo di lontanaza sia fisica sia mentale. In una qualsiasi relazione, capita spesso che ci sia un momento in cui si è su due piani diversi, senza possibilità di trovare un punto di collegamento. Aspetti solo che qualcosa cambi dal nulla. Con la nostalgia del passsato, di quando si era assieme davvero, e la voglia di riprovare ad essere come si era un tempo, senza riuscirci.

Arya - foto di Yuri Yudin
Arya - foto di Yuri Yudin

8. Feelings in Disguise

Nonostante il brano fosse già pronto, con Idriss sentivamo che mancava qualcosa. Un’atmosfera più deep, un arricchimento. Finchè la tromba di Tiziano Teodoro ha svoltato il brano e gli ha regalato qualcosa che mi ricorda Stay di Mac Miller. È probabilmente il mio pezzo preferito dell’album: uno degli ultimi che ho scritto, all'apice del mio periodo di "transizione". Nella seconda strofa parlo dei social e della frenesia di seguire e ad essere seguiti su Instagram. Che, ormai, ha coinvolto anche noi artisti: anche per noi si sente il peso dei follower, e il loro numero è diventato tristemente un metro per giudicare la nostra musica. Io me ne tengo alla larga.

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L'articolo Arya, la musica non è una gara di Claudia Mazziotta è apparso su Rockit.it il 2021-02-04 10:30:00

COMMENTI (3)

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  • gabvollaro 4 mesi Rispondi

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  • tipisan 4 mesi Rispondi

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  • tipisan 4 mesi Rispondi

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