Deriansky, il mio rap è una sostanza appiccicosa

Il primo disco dell'artista parmigiano di Asian Fake si chiama "Qholla", quella che si usa per attaccare e tenere assieme. Nei 12 brani mette assieme rime e dubstep come faceva 10 anni fa Salmo (che lo apprezza), tra i suoi mentori assieme all'idolo MF DOOM, scomparso di recente
10/01/2021 08:21

Deriansky è il progetto di Dario Donatelli, Mc e producer cresciuto tra Parma e Varese, che muove i suoi primi passi nel mondo del rap all’età di quattordici anni insieme alla sua crew NTR e al collettivo Cypha Varano.

Frequentando l'ambiente underground parmense, l’artista ha maturato il proprio stile avvicinandosi al mondo della produzione da autodidatta sino a sviluppare un personalissimo linguaggio, in grado di coniugare l’elettronica al rap, con cui ha ricevuto l’endorsement di molti interpreti della scena tra i quali spicca il nome di Salmo.

Lo scorso giugno, in piena quarantena, Dario ha risposto alla call di Asian Fake per il progetto collettivo Hanami entrando a tutti gli effetti nel team dell’etichetta milanese, con la quale ha da poco pubblicato il suo primo album. Un progetto che ha subito mostrato di essere in grado di germogliare bene e, tra Deriansky e Memento, pare in grado di crescere in maniera impetuosa come i bitcoin o un'altra cripto-valuta.net.

Qholla è un lavoro che ha l’ambizione di esplorare il concetto di ansia che ha mosso l’intera produzione del giovane rapper emiliano, un concept elaborato a livello sonoro e visivo, in grado di mescolare gli stilemi dell’hip-hop tradizionale con le sonorità dubstep in una chiave grafica che ricorda vagamente gli Incubus.

Dodici tracce che ruotano attorno all’approfondimento di questa disfunzione emotiva, descritta, metabolizzata e rappresentata attraverso le liriche crude e le inedite produzioni di Deriansky, sporcate da sonorità acute e metalliche che non rientrano nei canoni predefiniti del genere. Voci pitchate, strofe rappata e drop che ricordano il sound dell’elettronica più cruda. 

TRACKLIST

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Raccontaci la tua storia. Sei di Varese o di Parma?

Sinceramente non riesco a definire la mia provenienza. Sono nato a Correggio, un paesino di provincia vicino a Reggio Emilia, per poi trasferirmi a Bologna e successivamente stabilizzarmi con mia madre a Gavirate (VA). A Parma ci sono arrivato tra il 2006 e il 2007 e da allora vivo qua. Sicuramente la città in cui vivo ora è il posto che definirei casa, ma non mi sento completamente un “parmigiano”: ho troppi ricordi legati ad altri posti. Cambiare molte residenze durante l’infanzia mi ha sicuramente permesso di maturare una visione più ampia, tenendo conto che ho sempre avuto un misto di culture in casa, tutti i miei parenti sono nati in posti completamente diversi nel mondo.

Cosa facevi prima di iniziare col rap?

Mi sono diplomato nel 2017 e, da quel giorno, ho fatto diversi lavori, lo studio non era il mio forte... Ho fatto il commesso, il porta pizze, il magazziniere, il corriere per poter finanziare i miei progetti musicali. In realtà ho provato a studiare tra i venti e ventuno anni, ma ho dovuto abbandonare per il cambiamento di certe condizioni di vita. Anche prima di iniziare il percorso da musicista facevo rap, con il sogno di un giorno di poterne fare “la mia carriera”.

Come ti sei avvicinato alla musica?

Tenendo conto del fatto che in casa non ci sono musicisti e gran cultori, ringrazio me stesso per aver insistito quando avevo sei anni per farmi iscrivere a un corso di chitarra classica. Da lì in poi ho sempre vissuto il momento dell’ascolto come una piccola cuccia in cui pensare e riflettere per i fatti miei. Sicuramente sono rimasto affascinato anche dai sound effect presenti nei film, dai rumori dei videogiochi e tutti i suoni che ci circondo nella vita quotidiana. Il rap è arrivato dopo, quando avevo circa quattordici anni ho iniziato a frequentare eventi di freestyle e jam a Parma, un percorso fondamentale per mia formazione musicale, ma, soprattutto, per quel che concerne il piano umano. A quegli eventi ho conosciuto le persone che mi hanno insegnato cosa vuol dire avere una passione.

Perché hai scelto questo nome?

Il mio nome inizialmente era Derio o Mastiff Derio. Con inizialmente intendo quando ancora non producevo. Una volta capite le basi decisi che volevo creare due personaggi: Derio per le liriche e Deriansky per le produzioni. Dopo diversi lavori, mi trovai con l’autostima sotto i piedi e non riuscivo più a essere fiero della mia musica se non per le produzioni di alcuni pezzi, a quel punto Deriansky fu come un amico che mi porse la mano per lasciarmi alle spalle Mastiff Derio. Da lì in poi il nome fu quello che conoscete oggi.

Quindi hai iniziato con i testi e non con i beat?

I miei primi passi li ho mossi come rapper, ma mi cimentavo solamente nel freestyle. In quel periodo in realtà già producevo delle basi, cercavo di emulare Skrillex con risultati pessimi. Era più un passatempo, non mi consideravo un producer, ma, una volta scritte le prime tracce, mi sono reso conto che avevo un’opportunità molto rara: potermi produrre le basi da solo senza dover scaricare type beat come facevano tanti miei compagni. Da quel momento iniziai a dedicare tantissimo tempo alla produzione.

Ti sei autoprodotto il disco?

Qholla è totalmente prodotto da me. Devo dire che l’approccio con produttori diversi è qualcosa che devo ancora affinare: il confronto e la collaborazione sono passaggi necessari per crescere a livello musicale. I miei brani nascono senza troppi piani, il ritmo, la melodia sono tutti aspetti che maturo mentre compongo una canzone. Chiaro, a volte ho già un’idea ben precisa per quanto concerne un suono, un aspetto tecnico, ma spesso mi rendo conto di avere un lavoro bello o brutto solo alla fine della sessione.

Perché hai scelto proprio questo titolo per l’album?

Mi piaceva l’idea della colla, ma volevo renderla un po' mio quindi decisi di usare la Q. Volevo far capire all’ascoltatore che il disco sarebbe stato molto vario e allo stesso tempo coeso, come se i pezzi fossero uniti tra loro tramite un misto di sensazioni, ansia e consapevolezza, che nel disco sono per l’appunto riassunte con un termine che indica una sostanza appiccicosa.

Vivere in provincia ti ha aiutato a maturare uno stile più personale?

Vivere il rap in una realtà così piccola è sicuramente più difficile che a Roma o a Milano, ma credo comunque sia stato vantaggioso, non ho avuto nessun esempio artistico, un punto di riferimento locale con cui confrontarmi e non esisteva una wave nostrana con uno stile preciso che potesse influenzarmi. A Parma c’è ancora molto da costruire, mi sono sentito un architetto cui è stata data carta bianca. Ho dovuto riempire questo vuoto cercando di esprimere al meglio me stesso, ed è così che sono pervenuto al mio stile che mischia rap e dubstep, i generi che preferisco. Aggiungerei inoltre che una città che non offre molto possibilità, inevitabilmente incrementa la curiosità dei suoi interpreti. Per non parlare della fotta.

Quali sono state le tue ispirazioni principali?

Ora sono in super hype per il nuovo disco di Jimmy Edgar. Spero in un nuovo ep di Moody Good e sto ascoltando molto il disco dei Brockhampton, Iridescence. Ma se dovessi citarti un unico nome direi MF DOOM (scomparso poche settimane fa, ndr) che per me fu una fonte d’ispirazione enorme, uno dei primi rapper che ho ascoltato quando conobbi il genere. Uno dei primi pezzi che scrissi intorno ai sedici anni lo registrai proprio su un suo beat, cercando di emularlo.

Come hai preso parte a Hanami?

Grazie ad Amanda Lean che mi scoprì ad aprile. Dopo esserci sentiti per un paio di giorni lui mi spinse consigliandomi a Viktor Kwality che apprezzò alcuni miei brani. Mentre stavo comprando le sigarette, Viktor mi chiamò per propormi di entrare a far parte di questo progetto che mi sembrò sin da subito interessante.

A Salmo invece come sei arrivato? Pensi che il tuo stile “hardcore” sia una conseguenza anche dei suoi ascolti?

Sinceramente non lo so. Sicuramente abbiamo delle conoscenze in comune. Qualcuno di Asian gli avrà girato la roba ed evidentemente l’ha gasato. È stato abbastanza surreale scoprire di piacergli, per me è un maestro. Ho passato anni ad affrontare eventi della mia vita con la sua musica, mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza, lo reputo una fonte d’ispirazione infinita. Sicuramente uno degli artisti italiani che ho ascoltato di più. Il mio obiettivo però non è ricordarlo per la sua attitudine hardcore quanto cercare di emularlo sul piano della ricerca e dell’originalità. Per la capacità di sperimentare cose nuove, che siano queste super hardcore o mega pop.

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L'articolo Deriansky, il mio rap è una sostanza appiccicosa di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 10/01/2021 08:21

Tag: rap italiano - album

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