Dell'importanza della Rivoluzione d'Ottobre: Massimo Zamboni racconta "I Soviet+L'elettricità" Intervista

Massimo Zamboni (foto di Riccardo Varini)Massimo Zamboni (foto di Riccardo Varini)
16/11/2017 di

Abbiamo incontrato a Napoli l’ex chitarrista di CCCP e CSI Massimo Zamboni, esattamente cento anni dopo il giorno in cui i bolscevichi si preparavano a prendere il potere in Russia, per parlare del nuovo spettacolo “I Soviet+L’elettricità”, che ha debuttato proprio il 7 novembre a Napoli, e di memoria storica, sinistra, fascismo, partigiani e punk filosovietico.

Cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, l’apoteosi del movimento comunista. Cos'è rimasto di quella lotta, di quegli ideali?
Secondo me è rimasto l’eco ed è rimasto uno spazio vuoto, nel senso che nel nostro dizionario quotidiano la parola lotta è scomparsa totalmente, ma anche le parole emancipazione, riscatto, utopia, classi sociali, proletariato, ma questo è comprensibile in un certo senso. La falce e martello, le bandiere rosse, i pugni chiusi sono iconografie e gesti della vita del ‘900, che non ci sono più. Viene difficile dire se non ci sono più per estinzione naturale o perché c’è stato un accorto, abile e consapevole lavoro di cancellamento dalle nostre coscienze, dalla nostra vita. Sembra ci sia stata un’opera di livellamento delle coscienze e del pensiero che è stata impressionante, soprattutto in Italia negli ultimi 25 anni.

E infatti anche questo anniversario sta passando sotto silenzio. Perché invece è importante ancora parlarne, celebrando l’evento ma anche problematizzandolo?
C’è un silenzio molto interessato. Se si parla di Rivoluzione d’Ottobre in questo periodo si parla per obbligo, tutti quanti un piccolo trafiletto devono dedicarlo. Ognuno mette tre o quattro dati e quando va bene scopriamo che Lenin era un criminale e Stalin era un delinquente e questo è molto comprensibile, diciamo. Io credo che la destra o la parte conservatrice, da questo punto di vista, stia facendo con molta coerenza il suo lavoro. Il grande imbarazzo è di quella che ancora ci ostiniamo a chiamare sinistra, perché naturalmente non sanno come gestire questa celebrazione, non possono celebrarla, non possono riconoscersi, è stata pian piano eliminata dalla storia della sinistra. Però allo stesso tempo una parte di militanti, non soltanto anziani o nostalgici, sono ancora legati a quel mondo come immaginario, come speranza, perché in fin dei conti a quel mondo hanno dedicato la loro vita. Quindi penso sia un grosso problema per la sinistra e non per gli altri.
A me sembra che sia necessario ricordarla come è necessario ricordare ogni cosa. Cento anni sono un cammino recentissimo e la maggior parte dei guai di oggi deriva da avvenimenti che sono successi dall’inizio del ‘900. Quindi bisogna sempre andare a pescare più indietro per capire, la storia andrebbe studiata a ritroso, per arrivare pian piano a capire l’oggi riflettendo nello ieri, nell’appena passato e anche in quello che è passato da tanto tempo. Da questo punto di vista la Rivoluzione d’Ottobre può essere di ottimo insegnamento.

In controtendenza con questo silenzio, proprio da questo anniversario hai preso spunto per un nuovo progetto che porta avanti un’altra storia, quella dei CCCP. Dopo vari tour con varie formazioni, una formazione con membri vecchi e nuovi per un non-concerto, “I Soviet+L’elettricità”, che definisci un ‘comizio musicale’. Perché questa forma particolare, e in cosa consiste?
Credo che se sei uno come me e negli ultimi 35 anni hai fondato gruppi come CCCP e CSI, solo per il fatto di aver usato questi nomi ti devi porre il problema di come passare questo centenario. Puoi anche fare finta di niente, puoi stare a casa e non c’è nessun problema. Io non ci riesco, è come se avessi sentito un richiamo a mettere alla prova le mie idee, le mie aspettative, le canzoni che abbiamo fatto, le parole che abbiamo detto; metterle alla prova con qualcosa di molto più grande di me, perché non è più un fatto individuale, ma di una collettività enorme. Metterti a confronto con questo non è semplice, mi sono pentito tante volte di averlo fatto, sia per la mole di lavoro che per la quantità di pensieri. Dovendo mettere in scena questa cosa, quello che so fare io è scrivere o suonare, quindi ho pensato a un comizio. La parola "concerto" presuppone una struttura molto più scontata, "spettacolo" invece non ci riguarda, è un termine che ormai riserverei alla televisione. "Comizio" mi piace, perché è un modo desueto di comunicare di fare politica, di essere con gli altri. Presuppone dei ruoli precisi, si prevedono un oratore e un pubblico.

La radice di comizio è la parola latina comites che vuol dire compagni. Altra parola piena di significato che oggi è decisamente desueta.
Bello, no? Comizio mi piace perché i ruoli sono chiari, abbiamo un palco molto imperativo: ci sono delle tribune, un grande podio e noi partecipiamo del podio come un comitato centrale. Sostanzialmente non siamo musicisti, abbiamo delle divise, siamo sempre protetti da queste tribune, c’è sempre qualcosa fra noi e il pubblico nella maggior parte dei casi e tante volte sembra di vedere che chi è sul podio potrebbe essere il prossimo oppressore, come ruolo. Non è più una cerimonia rock, è un gioco di potere in un certo senso. C’è un continuo riconoscersi e disconoscersi, vorrei suscitare questo con il pubblico.

Anche provocatorio, come modo di porsi.
Si appella a tutta una serie di stimolazioni che non sono immediate, a tantissime associazioni. È uno spettacolo molto complesso: c’è musica naturalmente, in gran parte, ci sono filmati, ci sono luci, c’è il palco e ci siamo noi con i costumi, ci sono delle parole. Tante volte ci sono degli accostamenti impensati, io credo che ci sia la possibilità di esercitare un atto creativo. Sono tutte scelte con molta cura, la canzone cambia improvvisamente nella tua testa perché l’immagine ti suggerisce un senso a cui magari noi avevi mai pensato. Ci sono molti momenti in cui è facile riconoscersi attorno a Pasolini, ad esempio, o attorno alla frase introduttiva. Ci sono dei momenti di grande dignità collettiva, in cui se tutti piangessimo forse sarebbe veramente liberatorio per tutti. Ci sono dei grandi momenti di rabbia, di tristezza e di cose che fanno male, perché le cose che fanno male all’interno del secolo scorso sono probabilmente molte di più di quelle che fanno bene.

Foto di Riccardo Varini

Il riferimento nel nome dello spettacolo è ad una frase di Lenin che già avevate capovolto in “Manifesto”, denunciando il fallimento del socialismo reale ma anche ribadendo che “è un dato di fatto che a Stalingrado non passano”, e che comunque “non si svende anche se non funziona”. “Manifesto”, non a caso, è forse una delle canzoni che meglio simboleggia quell’atteggiamento particolare con cui vi ponevate rispetto a certi temi e ad un certo immaginario, da un lato disillusi e provocatori, dall’altro sinceri o, semplicemente, fedeli alla linea anche quando l’imperatore è malato. Conserva questa centralità nello spettacolo e nella tua visione politica?
Per me sì, infatti lo spettacolo si apre con questa. Quella canzone si chiama “Manifesto” non per caso. Ha delle frasi bellissime all’interno, per esempio mi piace molto “Osare perdere”. Che non è l’inno del loser all’americana, col macchinone, la sigaretta sulle labbra, e sai già di essere perduto a sedici anni. È proprio un’altra cosa, è l’idea di darsi con generosità, di concedersi al mondo, di non trattenersi e di buttarsi anche via. Questo spettacolo è stato una grande fatica da mettere insieme e il rischio di perdere si può verificare in ogni attimo da tanti punti di vista, non solo quello produttivo, ma anche quello intellettuale: potresti dire delle sciocchezze, ci sono milioni di morti sotto queste parole e bisogna fare i conti anche con questo. “Non si svende, non si svende anche se non funziona” è una scelta individuale. Si può anche pensare che sia giusto cambiare un'idea se non ha funzionato, ma questo si può applicare a tante cose, anche al Cristianesimo se vogliamo.

O al capitalismo.
Perfettamente, no? In realtà si tratta anche di uscire dal pensiero unico che domina tutto quanto e adattare le frasi, pensare che al di là del fatto storico in sé: nella maggior parte delle sue realizzazioni è stata terribile, ci sono parole d’ordine dietro che non possiamo scordare e che prevedono l’uguaglianza degli uomini, prevedono il fatto che non ci sia più una classe che opprime la stragrande maggioranza della popolazione. È vero che l’uomo si è sempre manifestato in forma gerarchica, ma questo non vuol dire nulla. Sono tempi brevi, il mondo che ci sta attorno ha tempistiche infinitamente più lunghe di quelle umane, quindi il fatto che sia così da qualche decina di migliaia di anni sostanzialmente non significa nulla.

Però alla luce delle produzioni più recenti e di alcune dichiarazioni di Giovanni Lindo Ferretti,  c’è stato un forte “revisionismo” sui CCCP. Qualche tempo fa leggevo un interessante articolo in cui si sosteneva che l’adesione all’estetica e alle parole d’ordine sovietiche era da interpretare in chiave di ricerca di una stabilità premoderna, un rifiuto della contemporaneità facile da scambiare per anticapitalismo, ma privo di ogni volontà progressista e in ultima analisi reazionario. Al di là delle idee personali di Giovanni, tu come la vedi?
Si era detta la stessa cosa anche di Pasolini, facendo le debite differenze e riconoscendo il nostro posto molto inferiore rispetto a lui. Pasolini ha avuto una lungimiranza che noi abbiamo soltanto accarezzato, ma non siamo mai arrivati a quei livelli e ha pagato molto più duramente di noi, questo lo mette già su un gradino assolutamente diverso. Non lo so, può anche darsi. In realtà, se penso al termine ‘nostalgia’, di cui mi sento accusare tante volte, io la considero una parola molto positiva, perché significa “ritorno a casa”. Possiamo essere così stupidi da pensare che la casa sia altro da noi? Se è un problema adolescenziale, la fuga da casa, io come tutti gli altri, l’ho subita e praticata, ma dopo sei obbligato a rientrare a casa, nel tuo corpo, a tornare da dove sei partito. Gli uomini quando sono partiti erano una società di uguali, o per lo meno mi piace pensarlo, in cui però c’erano probabilmente delle tribù che si scannavano tra di loro, con delle regole gerarchiche ferocissime, quasi animalesche. Abbiamo intrapreso un cammino che è lunghissimo, sicuramente non ne vedremo la fine, ma in cui io credo fermamente. Non per scioccaggine o per banalità, perché non è pensabile di vivere in altro modo in questo piccolo mondo.

All’epoca comunque riuscivate a piacere anche a destra, e poi eravate troppo punk per i comunisti e troppo comunisti per i punk. C’è questa frase molto bella, “Ai punks da collezione vogliamo sbattere in faccia la possibilità del filosovietismo, alle mummie da sezione la possibilità del punk”, che simboleggia un atteggiamento scomodo anche per chi sull’essere scomodo ci aveva costruito un’identità.
C’è sempre questo tifo calcistico sulle cose in Italia. In particolare, se tu sei un punkettone devi aderire a un cliché che qualcuno ha confezionato per te e non te ne accorgi neanche. Lo avevo scritto qualche anno dopo questa frase, comprare le divise dell’inquietudine è facilissimo. Ci sono in libreria, i negozi sono pieni di vestiti esistenziali. A me piacciono le persone che non si mostrano molto, perché spesso vuol dire che covano internamente un fuoco che rimane chiuso ma è molto più salutare e creativo dell’esibizione punkettona. Allo stesso tempo, le mummie di sezione sono quelle che poi alla fine fanno sì che ci si distacchi dal mondo che loro pensano di rappresentare, perché è un modo di cristallo, mummificato, che non può più avere vita. È inaccettabile il non cambiamento, da questo punto di vista.

In fondo voi smascheravate, attraversandola, la contraddizione fra gli ideali di uguaglianza e liberazione e l’autorità strisciante dell’ortodossia politica e del pensiero unico. Questo forse è un messaggio che arriva meglio oggi che all’epoca. Eravate troppo avanti?
Forse sì. Forse su tante cose che noi avevamo buttato fuori in maniera molto spontaneista, non pensata e filtrata dall’istinto. Perché poi viaggiando tanto, frequentando tante situazioni, con un po’ di fortuna ti crei queste antenne ricettive che a noi hanno permesso di mettere insieme una cosa abbastanza unica, credo, che è la somma delle nostre individualità. Nessuno di noi da solo sarebbe riuscito a fare questo, messi insieme è scattato qualcosa. Riconosco in tante frasi di Giovanni una capacità di visione lontana che mi impressiona forse più adesso che allora, quando per noi era il nostro quotidiano casalingo.

Dalla prospettiva di uno come me, che non ha vissuto quegli anni, è facile pensare che certe cose della vostra produzione arrivino in maniera più chiara ascoltandole adesso che all’epoca, immersi in un contesto particolare.
Probabilmente è così.

E alla fine è un dato di fatto che, anche se non avete mai voluto essere megafoni o portavoci, buona parte della gente con un una cultura di sinistra negli ultimi trent’anni sia cresciuta con le vostre canzoni più che con il partito. Riconosci questo impatto culturale al vostro lavoro?
Sì, proprio non l’avremmo mai pensata allora questa cosa, ma mi rendo conto che è un po’ successo. A me piace questo espormi a nome collettivo per quello che posso fare, perché non ho un’intelligenza così grande da poter mandar fuori dei pensieri che sappiano comprendere tutto, avere una lungimiranza di un certo tipo. Quello che posso fare è non risparmiarmi, se c’è da fare un pensiero sul centenario e gli altri non vogliono farlo, io lo faccio volentieri e dedico sei-sette mesi della mia vita tutto il giorno, tutti i giorni. Non perché è un lavoro, ma perché lo devo fare. Diciamo che è quasi come una specie di servizio civile, scherzando. Ho letto una recensione del mio ultimo libro in cui il giornalista diceva che sembra che io sia sempre in servizio civile. Ma a me piace molto questa cosa, perché no? Che tu faccia il barista, il giornalista o lo scrittore.

Pur nella situazione di sfacelo che vive oggi la sinistra, quei ragazzi che dicevamo prima oggi animano spesso movimenti interessanti, mossi da uno spirito molto meno dogmatico di quelli con cui vi confrontavate voi. Per rimanere in Italia penso a centri sociali come Labàs a Bologna, Cavallerizza a Torino o l’Ex-OPG e lo Scugnizzo Liberato a Napoli, posti aperti alla cittadinanza e trasversali, all’estero ci sono ancora altre esperienze innovative. Pensi che, messi da parte dogmi e liturgie, in un momento di crisi politica ed economica come questo, sia possibile la nascita di una nuova idea di sinistra?
Questa è una bella scommessa. Perché un po’ fatico a comprendere l’estensione del termine sinistra, poi perché sembra che la politica per come la intendiamo non abbia nessuna capacità, ora, di rapportarsi alle vite delle persone. Magari sono io che sono molto staccato, ma non sono convinto che sia così. Amo molto di più le piccole imprese disperate, gruppi che si mettono insieme per cambiare il loro quotidiano da sé. Magari questo non cambia le cose e il numero delle persone che fanno il contrario è infinitamente superiore. Però è importante che qualcuno cerchi di salvare la propria vita in maniera collettiva. E sappiamo già in partenza che fallirà, questo lo abbiamo imparato nel corso di tanti anni. Però, sempre, “non si svende, non si svende anche se non funziona”. Perché bisogna rinunciare a questo? Mi sembra l’unica forma positiva e sensata che trovo, potrebbero essere anche cose banali, che vanno dall’unione consumatori al non accettare di sporcare dove è già sporco, anche sciocchezze del genere, però credo che la salvezza, intanto individuale, sia da perseguire con tutte le nostre forze. Non arrendersi allo sfacelo generale, perlomeno nel proprio personale. Partendo dal proprio appartamento e lì in avanti.

Foto di Riccardo Varini

Una delle frasi simbolo dello spettacolo recita “Degli antichi padroni non rimane che il trono”. Ma quali padroni rimangono seduti e soprattutto quali sono i nuovi?
Diciamo che di tutti gli antichi padroni, gli zar, i kaiser, i generali, i papi, non è rimasto granché. È rimasta la loro vita terrena che loro hanno deciso di impiegare più o meno a lungo per fare il loro affare, sostanzialmente. Aderire a un concetto di godimento terreno che potrebbe sembrare anche abbastanza poco, diciamo, se uno dovesse tirar le somme della sua vita. Vedo la disperazione con cui i tiranni abbandonano malvolentieri il loro trono. Quante volte abbiamo visto immagini di terrore negli occhi di un destituito. Può essere un piccolo politico come quello che era al tavolo di fianco a noi (fino a pochi minuti prima ci arrivavano brandelli di discussioni su Forza Italia e consigli di municipalità, n.d.R.), come un qualsiasi grande dirigente. Nel momento in cui scopre di non avere più nulla da dirigere e deve fare i conti con la sua vita, io credo che il suo trono possa diventare molto caldo per lui. Questo non significa che non arrivi subito un nuovo maschio alfa che lo vuole occupare e proseguire, se possibile, ancora peggio di lui.

Più che altro oggi sembra che parecchi padroni siano immateriali. Un’altra vostra frase profetica, il mantra consumista “produci consuma crepa”, ne dà perfettamente l’idea.
Questo era già un problema agli inizi del secolo scorso. Mi ricordo un romanzo di Steinbeck, “Furore”, in cui lui rappresentava i lavoratori stagionali in California e uno di loro, da buon americano western, diceva “Ma io non posso più sparare in faccia a nessuno, non posso più sparare in faccia al mio padrone se lo odio. Perché non c’è, non è qua, potrebbe essere a New York, ma anche se vado a New York e gli sparo, lui non è quello dietro la scrivania, è una società. Come faccio a sparare a una società?”. Noi oggi siamo oppressi da mille compagnie, perché è veramente una forma di oppressione continua quella che esercitano, di piccola truffa continuata. Non riusciamo ad affrontarla, non ci sono colpevoli in questo. Colpevole è lo Stato, che non è in grado di difendere i proprio cittadini dai soprusi, che sia di destra o di sinistra. La funzione dello Stato e della politica, dal mio punto di vista, è di aiutare chi non ce la può fare da solo. Direi che a questa possibilità la politica ha abdicato da tanto tempo.

Un’altra cosa in cui sembra che siate stati in avanti sui tempi è l’attenzione per il Medio Oriente, in un periodo in cui forse non si immaginava l’impatto che la situazione geopolitica di quella zona avrebbe avuto sugli equilibri mondiali e anche sul quotidiano di noi europei privilegiati. Da dove nasceva questa attenzione e sarà presente nello spettacolo?
Guarda, diciamo che 35 anni fa il mondo arabo era quando andava bene i primi kebab che si trovavano in giro per l’Europa, non certo in Emilia. Oppure era il piccolo numero di abitanti, del Marocco in particolare, che venivano a vendere nelle nostre città ed erano chiamati vucumprà, che è una parola bruttissima. Questo era tutto quello che noi sapevamo del mondo arabo. Berlino ci ha aiutato a capire che non era tutto lì, gli altri viaggi ci hanno aiutato ancora di più. Adesso la visione è molto diversa, ma noi non pensiamo mai, sempre pensando alla storia costruita a ritroso, che la maggior parte dei problemi del Medio Oriente li abbiamo inventati noi, costringendo per esempio un intero popolo a trovare patria dove non era casa e costringendo il Medio Oriente a vivere in quella situazione. Senza rimedio, perché due popoli in quello stesso posto non ci stanno fisicamente, non è risolvibile. C’è una canzone che usiamo nello spettacolo, che è “Radio Kabul”: quando l’abbiamo scritta cantavamo la possibilità che il mondo fosse nostro, sostanzialmente. Che la strada dall’Adriatico al Mar Giallo fosse la strada possibile e praticabile. Adesso ho dovuto ribaltare completamente il significato della canzone mettendolo in negativo: la strada è impossibile adesso dall’Adriatico al Mar Giallo. Abbiamo un mondo che è sempre più collegato, sempre più facile da raggiungere, ma in realtà nella maggior parte delle destinazioni non possiamo andarci. C’è un buco nero enorme.

Torniamo all’Unione Sovietica, con cui al di là di tutto la vostra storia artistica ha un legame fortissimo: dalla nascita dei CCCP nell’Emilia così idealmente vicina alla Russia di Breznev, fino alla caduta del Muro, passando per un momento di apoteosi particolare come l’esibizione a Mosca del 1989, con i Litifba.
Sai, innanzitutto era quasi impossibile andare a suonare a Mosca se non eri un gruppo di musica classica o uno molto riconosciuto. Per dei gruppi sostanzialmente sconosciuti come eravamo noi da quelle parti e molto poco raccomandabili per l’etica ufficiale, è stata una bella sorpresa. Per noi sì, ha segnato un grande salto, lì abbiamo maturato la chiusura dei CCCP. Ci sembrava che fosse giusto decadere insieme al mondo che avevamo cantato e però, allo stesso tempo, come nelle novelle migliori, si è aperta la possibilità di inventare qualcosa di nuovo che si sarebbe poi chiamato CSI. Con l’URSS muoiono i CCCP e, insieme alla Comunità degli Stati Indipendenti, nascono i CSI.

Nei CSI il filosovietismo provinciale lascia il posto ad altre cose, per esempio all’epopea partigiana italiana, che cantate soprattutto in “Linea Gotica”. Pensi che l’antifascismo in senso lato potrebbe essere un baluardo di certezza, qualcosa che ti aiuta comunque a sceglierti la parte anche nei momenti di crisi d’identità collettiva?
Io mi sono iscritto all’ANPI da qualche anno perché avevo voglia di avere quella tessera in tasca. Non sono stato un partigiano, ovviamente, mio nonno è stato ucciso dai partigiani e quindi c’è anche una storia familiare molto complessa dentro. Però mi sembra un buon punto di riferimento. Noi sappiamo che l’Italia non è stata liberata dai partigiani, nella maggior parte dei casi, sono quelli che abbiamo chiamato Alleati, che prima hanno bombardato le nostre città e poi noi li abbiamo chiamati liberatori.

A Napoli, per esempio, meno di un mese fra l’ultima bomba e l’ingresso degli americani in città.
E ce lo ricordiamo bene l’ingresso degli americani a Napoli, come iconografia. In Emilia è successa la stessa cosa, non si può dire ma sostanzialmente i nostri liberatori sono stati molto pericolosi, almeno prima. Al di là di questo, il fatto che una grande parte o anche una piccola parte del popolo italiano abbia deciso di prendere le armi o di resistere al fascismo e al nazismo per me è un dato fondamentale. Lì nasce la nostra Repubblica, ma ancora di più nasce l’idea che noi siamo cittadini di questa Repubblica, che la Repubblica siamo noi e non può essere un’istituzione che ha delle insegne, delle sedi, che ha dei rappresentanti che non hanno nulla a che fare con i cittadini che li hanno messi lì per essere rappresentati. Questo processo è andato decadendo sempre di più, siamo sempre meno cittadini e più sudditi in questo Paese, ed è una vergogna. Bisognerebbe almeno idealmente ritornare a quella Resistenza, con la possibilità che ognuno di noi, almeno potenzialmente, aveva di parlare. Perché in quel momento si sarebbero potute fare delle scelte molto diverse, l’Italia non è stata capace di applicare una severità necessaria con il ventennio precedente. C’è stato un grande cambio di camicie e di casacche, quelli che non erano morti nei mesi subito dopo la guerra hanno continuato a regnare imperturbati ed arrivano fino ad ora con i loro discendenti. È stata un’occasione perduta che non ritroveremo più.

L’amnistia Togliatti, il disarmo…
Ma sì, a me piace molto anche l’idea della conciliazione, però perché ci sia conciliazione ci vuole un colpevole, chiaro e definito, e ci vuole un’ammissione di colpa. Se non c’è questo non ci può essere conciliazione, ci deve essere il coraggio di guardare negli occhi la tua vittima, di pronunciare quello che hai fatto. In mancanza di questo, un Paese vivrà sempre in maniera sotterraneamente inconciliata, quindi molto pericolosa. Ci sono delle forze che lavorano costantemente per i loro interessi e per la nostra non conciliazione. Per esempio, noi andremo a suonare a Udine il 15 e un futuro candidato sindaco di estrema destra ha già fatto sapere a tutti quanti che sarà davanti al teatro a volantinare contro gli orrori dell’Unione Sovietica, a favore dei 20 milioni di morti, dimenticando gran parte della storia del ‘900 per puro tornaconto personale. Eppure noi dobbiamo far ancora oggi i conti con questo.

Forse dovreste invitarlo allo spettacolo.
Forse sì, ma forse sarebbe un po’ troppo per lui pensare che ci sono delle persone intelligenti che non si accontentano di cavalcare la banalità, sarebbe un ribaltamento culturale molto forte. Se lui pensa che noi siamo lì coperti di bandiere rosse a cantare inni sovietici, forse pensa che tutto il genere umano assomigli a lui, ma non è così. Questo glielo posso assicurare.

Si è parlato parecchio di recente di fascismo/antifascismo e libertà di opinione, c’è stata anche l’approvazione di una legge molto contestata. Tu come la vedi?
Io la vedo in maniera molto serena e molto precisa: non può esistere apologia di fascismo in Italia, non può essere tollerata, consentita e neanche sottovalutata, in nessun modo. Al di là del faccione di Mussolini, che non si può vedere, è così. Al di là di questo, non vanno tollerate le forme piccole, striscianti, espressione di quel potere violento, dispotico, gerarchico, dittatoriale, che ha portato all’Italia un disastro infinito e non è tollerabile.

Foto di Giulia Pesarin

Come dicevi prima, alla Resistenza è legata una storia particolare della tua famiglia, che hai scoperto relativamente di recente e da cui hai tratto il libro “L’eco di uno sparo”.
Sono stato educato in una buona famiglia di una destra abbastanza rilassata, di quelle che lavorano, che non hanno tempo per la politica, hanno un sospetto riguardo ai libri, alla cultura, al cambiamento. Colpita duramente durante la guerra dall’uccisione del padre di famiglia da parte dei partigiani e indaffarata come tutte le famiglie negli anni ‘50-’60 a ricostruirsi, a ricostruire le case, la propria vita, il lavoro, i figli eccetera, eccetera. Io ho vissuto in questo fino a 13-14, massimo 16 anni, poi la scuola, la cultura, le conoscenze e il periodo storico mi hanno portato ad aprire il mio ventaglio di pensieri e pian piano ad avvicinarmi alle ragioni di quelli che in fin dei conti avevano ucciso mio nonno. C’era qualcosa che mi attirava, che mi faceva sentire molto più identificato con l’altra parte che non con i miei stessi familiari. Probabilmente è una delle prima volte nella storia che ci si può permettere di non abbracciare la vendetta. In tutte le epoche precedenti io, come chiunque altro, avrei continuato a covare questo desiderio che non ho mai provato in vita mia, o con le armi o con il semplice odio. Perché mi rendo conto, al di là dell’atto personale, dell’ingiustizia delle scelte di mio nonno, obbligate per lui. Lui ha fatto quello che magari avrei fatto io, semplicemente aveva deciso di difendere i suoi interessi in nome di quegli interessi ma anche in nome di un Paese e di un capo in cui credeva e di tutto un complesso culturale in cui lui si identificava pienamente. In fin dei conti ha speso la sua vita molto generosamente, non l’ha mai fatto per un tornaconto economico, ha sempre coperto delle piccole cariche molto pericolose, ma lui non poteva capirlo allora, ma con gli occhi di oggi è evidentissimo. Questo non lo giustifica, ognuno di noi è responsabile delle scelte che fa. Però diciamo che questo libro mi ha permesso di rendermi conto della complessità degli intrecci delle storie degli uomini.

Le storie dietro gli avvenimenti e le etichette.
Tu applichi l’etichetta, “fascista”, “partigiano”, “gappista”, poi alla fine c’è molto altro.

Quest’anno sei tornato alla scrittura con “Nessuna voce dentro”, che parla proprio del tuo distacco dal nido familiare.
Sì, “Nessuna voce dentro” è un po’ un romanzo di formazione, in cui il protagonista parte in maniera abbastanza ingenua dalla provincia emiliana per finire in una grande città come Berlino. Che non era la prima grande città in cui ero andato ad abitare, però la prima grande città così complessa. Perché Londra, New York, San Francisco, sono città decifrabili e che comunque qualcuno aveva già decifrato prima di me e me le aveva servite su un piatto, o su un libro, un film, una canzone. Berlino era veramente difficile da capire: cosa significasse il Muro, cosa significasse la Germania Est tutto attorno, cosa significassero questi grandi spazi vuoti ancora bombardati, il buio che c’era fra le due parti era difficile da capire, era difficile comprendere la tolleranza verso tutte le voglie giovanili che circolavano, impensabile nelle nostre città dove invece, negli anni ‘80, eravamo al culmine della repressione. Non tanto fisica e violenta, anche se è stata anche questo, era proprio come essere dentro un torchio dove vedevi i tuoi amici morire per l’eroina, per le botte in situazioni politiche di strada, o per l’AIDS che non sapevamo come si chiamava. Berlino è stata la fuga da tutto questo.

A proposito di DDR, l’altra cosa che emergeva splendidamente dai CSI era una sorta di riflessione a posteriori sugli strascichi dell’Unione Sovietica e della sua idea di mondo sulla periferia del suo impero, soprattutto a Tabula Rasa Elettrificata, di cui quest’anno ricorre il ventennale. Ci sarà spazio per questa riflessione nello spettacolo?
Questo meno, nel senso che non sono riuscito a riferirmi ai grandi spazi, che amo molto, perché devi rendere uno spettacolo nei termini di tempo che ha uno spettacolo, quindi sarebbe stato veramente un aprirsi troppo. Ci sono molte scene di terra e cose del genere, ma sono sempre rapportate a un immaginario politico, quello del nostro comizio.

Per il resto che canzoni dobbiamo aspettarci? Giovanni porta da qualche anno in tour le vostre canzoni più intimiste e meno politicizzate, immagino che dovremo aspettarci il contrario.
Sì, proprio quelle più filosovietiche, dai grandi inni dei CCCP come “Manifesto”, “A ja ljublju SSSR”, “Spara Jurij” , a qualcosa dei CSI, alcune canzoni mie, “Palazzo Masdoni” degli Offlaga Disco Pax, insomma il nostro repertorio più adatto ad esprimere certi concetti. Ho tolto alcune che mi piacciono molto, tipo “Mi ami”, “Curami”, “Io sto bene”, perché sono espressioni molto personali, molto più legate al tema dell’individuo e non mi sembrava il caso.

Il tour è cominciato il 7 novembre a Napoli. È abbastanza inusuale che un tour nazionale cominci a Napoli, che anzi spesso rimane fuori dalle rotte di molti artisti. C’è una ragione particolare?
Innanzitutto, ci sono moltissime proteste da Roma e Milano, “perché non venite a Roma e Milano?”, e il motivo è che non siamo riusciti a trovare teatri liberi in questo periodo, nessun altra ragione. Però a me piace iniziare da Napoli, è una città che amo molto. Ci è passato anche Lenin, nel 1910, a Capri c’è ancora una stele che lo ricorda, poi è una città che nell’immaginario comune si lega molto ai moti, alle insurrezioni anche violente di popolo che non diventano mai rivoluzioni vere e proprie. Però diciamo che le parole d’ordine di molte rivoluzioni si potrebbero adattare bene anche a Napoli, anche se ad altre latitudini e con altre storie. L’idea di cominciare da Napoli proprio il 7 novembre, (anniversario della presa del Palazzo d’Inverno, n.d.R.) mi pare molto fascinosa.

Foto di Giulia Pesarin

Sicuramente in una sala d’epoca e prestigiosa come quella del Teatro Augusteo, abituato a spettacoli molto differenti. Continua la tradizione dell’essere sempre e comunque fuori luogo, da Discoring al Leoncavallo?
Noi siamo sempre stati fuori luogo, non c’è niente da fare. Sono venuto a vedere il Teatro Augusteo venti giorni fa circa per rimanerne impressionato, veramente. È molto grande, molto prestigioso, non posso pensare che lo riempiremo perché veramente è grande, però questa è musica che è molto bene rappresentare in luoghi teatrali, perché ti puoi concentrare sull’ascolto, puoi ascoltare bene il peso delle parole. Non è musica che vorrei affrontare fisicamente, tanto è vero che anche noi siamo nascosti dietro a queste tribune, per una volta vorrei che il corpo fosse abbastanza negato.

A proposito, “I soviet+L’elettricità” è finanziato da un crowdfunding, iniziato a date già annunciate e pubblicizzate, proprio nell’ottobre della rivoluzione. Si trattava solo di finanziare lo spettacolo o era più una chiamata alle armi?
Più una chiamata, perché lo spettacolo ha un impegno produttivo infinitamente superiore che non potevi pensare di affrontare col crowdfunding. Qualunque tipo di economia entri è una meraviglia comunque, però è l’idea della partecipazione che è importante. Questo progetto non può rimanere un’idea mia, deve avere una partecipazione collettiva, altrimenti in un certo senso è già fallito in partenza. Vorrei che chi viene a vederlo se ne senta parte, perché comunque stiamo parlando di un mondo che non è mio.

Tu hai vissuto anche la storia delle etichette indipendenti italiane, soprattutto nel periodo del Consorzio Produttori Indipendenti. Oggi molti gruppi che in passato si sarebbero potuti rivolgere a un’etichetta indipendente, finanziano i dischi tramite crowdfunding, pensi sia un buon modello?
Può esserlo come non esserlo, le etichette possono esserlo come non esserlo. Credo che avere il controllo sul proprio lavoro sia importante, in fin dei conti l’alienazione storicamente nasce dal distacco che c’è fra te e il tuo lavoro, l’oggetto che produci. Produrre per un altro mi è sempre sembrato strano. Ci sono stati periodi in cui, come quando abbiamo lavorato per grandi multinazionali come Universal, è stato molto comodo e molto importante per noi, però non è una formula che può valere sempre.

Della vecchia guardia c’è Fatur, che nei vostri concerti metteva l’elemento teatrale e della performance. Adesso fate uno spettacolo in teatro con i musicisti in secondo piano, potrebbe essere la cornice perfetta, forse più dei vostri vecchi spettacoli, per la sua arte?
Sì, in un certo senso sì. Lui nello spettacolo è il contrario di quello che siamo noi sul palco. È l’unico non in divisa, è molto libero e non so esattamente che cosa farà sera dopo sera, ho un’idea, più o meno. Così come noi siamo apparato e comitato centrale, siamo più una funzione che entità artistiche e umane, lui rappresenta proprio il lato umano, il cui unico problema è campare fino a domani.

Foto di Giulia Pesarin

Possiamo dire che rappresenta il popolo.
Secondo me sì, vorrei che rappresentasse questo. E per la corporatura, che è molto capiente, e anche perché sostanzialmente delle nostre parole, dei nostri suoni, delle nostre immagini, del palco, a lui non interessa granché. Lui ha una sua vita autonoma che è, appunto, vita.

Quindi il popolo e il suo distacco dalle sorti politiche, rappresentati in maniera spontanea e improvvisata.
Sì, la possibilità di essere staccato da tutto questo. Secondo me è un’istanza liberatoria molto forte, quella di Fatur. Lui in realtà sa anche cosa fare, però poi in realtà non si controlla, quindi… Ieri sera sull’inno russo gli ho visto fare delle cose sul palco che non avevo mai visto. Ma è proprio l’idea che la vita non la riesci a fermare in nessun modo, né con i comitati centrali, né con le divise.

Alle voci Angela Baraldi e Max Collini. Con lei hai già ripercorso il repertorio dei CCCP e dei CSI in varie forme ed occasioni. Cos’è che per te la rende una scelta giusta per questo ruolo delicatissimo?
Sì, molto delicato e lei ha dimostrato di cavarsela in maniera eccellente. A parte il tipo di voce o di impeto sul palco per portare in scena queste parole, ha anche l’intelligenza, perché al di là di tutto bisogna anche capire come rapportarsi al mondo che noi rappresentiamo. Max anche, una grande sorpresa. È un po’ di anni che lavoriamo insieme quando possiamo permettercelo e adesso riveste un ruolo perfetto sul palco, mi ha colpito molto.

“Delle antiche canzoni non rimane che il suono”. Cosa pensi che rimanga dei CCCP, a quasi trent’anni dal vostro scioglimento?
A me piace che rimanga il suono, la loro capacità di andare in giro senza di noi. Di essere diventate corpo e di non avere bisogno di mezzi di trasporto, come siamo noi, perché si trasportano da sé come i figli quando crescono. Secondo me questo è il destino migliore che può avere una canzone, non morire da giovane, trovare un suo posto nel mondo, radicarsi. Io sono molto fiero di questo, è un bellissimo patrimonio.

Molti vi considerano uno dei gruppi seminali per tutta la musica italiana cosiddetta alternativa dagli anni ‘90 in poi. Tu la vedi questa influenza nella musica degli ultimi decenni?
La percepisco perché mi rendo conto con quanta passione, a volte anche con quanta soggezione le persone si rivolgano a me. Ma non perché io sia una persona che incute soggezione, è un po’ per l’età, c’è anche questo, ma anche perché dietro c’è una storia grande, pesante, molto più di quello che noi avremmo pensato.

E un futuro per questa formazione e questo repertorio? Troppo presto per parlarne?
No. È sempre “osare perdere”. Potrei aver fatto tre anni di pensieri e sei mesi di lavoro continuo per esaurire tutto in sei concerti, oppure magari durerà qualche anno. Non lo so, fa parte della scommessa, quella di continuare ad andare un po’ alla deriva. Certamente non ho più un compagno di viaggio come Giovanni Ferretti, con cui sapevamo che anche se si cambiava progetto io c’ero e lui c’era, quindi si poteva passare con indifferenza da una cosa all’altra. Adesso avverto molto, questa solitudine, diciamo. Non so veramente come continuerà. A volte penso che dopo questo potrei smettere di suonare, oppure trovo un altro colpo di pinna per fare altro. Per esempio mi piacerebbe dedicarmi alla mia voce, mi sembra un territorio inesplorato.

Tag: intervista

Commenti (2)

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  • Toni Meola 3 mesi fa @toni.meola1

    Una delle migliori interviste del 2017, lucida e disincantata.

  • Sergio Sciambra 3 mesi fa @DishonestJohn

    Grazie mille Toni!

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