Nicolò Carnesi - Lo scherzo infinito Intervista

14/10/2016 di

“Bellissima noia” di Nicolò Carnesi è un album di canzoni che “partono male e finiscono bene”, un’ode alla malinconia nata da una riflessione solitaria ma sviluppatasi grazie ad un lavoro di gruppo. Ce lo siamo fatti raccontare a Roma, nel cuore del Pigneto, e precisamente al bar Necci, le cui strade furono teatro delle riprese di “Accattone” di Pierpaolo Pasolini. Il risultato è una lunga conversazione sul presente, con tutte le contraddizioni del caso: quasi “una seduta di psicanalisi”.

Mi hai giustamente ricordato che ci troviamo in un posto importante, il Bar Necci a Roma.  Mi è subito venuta in mente una frase di Pasolini: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Solitudine e (in)dipendenza sono due tra i temi più ricorrenti nel tuo nuovo disco.
Sì, è vero. Però l’accezione di solitudine non è sempre del tutto negativa, molto spesso mi trovo bene a stare da solo. Anzi, è una condizione che a volte ricerco, ne ho bisogno. Ho razionalizzato questa solitudine in noia, in maniera però anche ironica, e quindi ho coniato questo neologismo, bellissima noia, che tra l’altro è un’espressione che non esiste, non ho mai visto accostate queste parole. Ho cercato su Google, sui libri. E visto che è una condizione che talvolta cerco io stesso, ha preso questa connotazione positiva, anche perché mi ha permesso di dedicarmi molto alla musica, alla scrittura, ma anche all’approfondimento di un certo cinema e di certi libri, soprattutto quando stavo a Milano.
Per quanto riguarda la dipendenza, è vero, nel disco c’è molto della dipendenza del nostro millennio, quella da social network: “Comunichiamo male” è il manifesto di questo punto di vista. Sento disagio rispetto all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione che poi molto spesso finicono paradossalmente per fare il contrario, cioè non comunicare più, per lo meno non come si vorrebbe, e si finisce per fraintendere.



Hai già fatto accenno all’ironia, e una delle cose che dici all’inizio dell'album è proprio “farò dell’ironia”: oltre ad essere, mi pare di capire, un proposito per il futuro, può essere considerata anche una dichiarazione d’intenti?
C’è un doppio senso in quella frase. Molto spesso utilizzo l’ironia come arma, è un’autodifesa, anche una filosofia di vita. Se si parla di qualcosa di non dico drammatico, ma che magari non ti sta bene in quel momento, qualcosa che ti è andata male, scherzarci su permette di sdrammatizzare. Ed è anche una forte maschera che nella società contemporanea viene utilizzata spessissimo. Anzi, è diventato quasi obbligatorio: per mascherare una sorta di arroganza, il modo più innocuo per mostrare agli altri la tua saccenza, il tuo punto di vista, è utilizzare il sarcasmo, l’ironia. Quindi quello che dico all’inizio di “Bellissima noia” è un paradosso, una presa in giro ironica rivolta a chi utilizza il sarcasmo: prendo in giro quel modo di comunicare usando lo stesso mezzo.

A proposito di “Ho una galassia nell’armadio” avevi detto che l’opposizione nel titolo tra qualcosa di gigantesco e qualcosa di piccolo rientrava nella logica dualistica propria della fisica quantistica. Anche “Bellissima noia” è una chiara contraddizione, almeno in apparenza.
Ma anche no in realtà. Sì, appunto, al primo approccio potrebbe apparire come una contraddizione, un paradosso, un ossimoro, ma allo stesso tempo non lo è: si può vivere anche un momento di bellissima noia, dipende da come lo vivi.

In quel disco “c’è una malinconia di fondo perché non dà risposte”. Anche queste sono parole tue. Nel nuovo album invece la malinconia è salita in superfice, tant’è che la citi più volte, invitando addirittura a spararle contro in “Lo spazio infinito”. Hai trovato le risposte? 
Hai citato “Lo scherzo infinito”, forse però quella canzone non è in prima persona. L’idea generale è che viviamo continuamente di contraddizioni: nel brano successivo, ad esempio, dico “Con la malinconia ci vivo da anni / spesso è un’ottima amica”. L'ho scritta in un altro momento e anche lì ci sono diversi significati possibili. Quella a cui mi riferisco io ne “Lo scherzo infinito” è più una sorta di malinconia sociale “in cui ci hanno depositato”. Vivere in un contesto che non ti si addice più, in cui non ti trovi a tuo agio, ti porta appunto a rattristarti, a vivere magari con l’idea che il passato sia migliore e quindi potrebbe essere positivo uscirne, reagire; mentre a volte la malinconia può essere una sensazione, come la noia, che ti aiuta in un momento particolare, ti fa pensare a qualcosa come un bel ricordo, che è comunque un ricordo e dunque è malinconico. Molto spesso mi capita di pensare all'immagine dell’autostrada, visto che ho passato molto tempo della mia vita recente a viaggiare per concerti, che per me è l'immagine positiva della malinconia (“mi parla in giardino / sul ciglio del mare / in autostrada / durante un temporale”, ndr). Spesso è un’ottima amica perché il ricordo può accompagnarti e aiutarti.



Negli anni sembra tu abbia voluto progressivamente estendere il campo d’azione delle canzoni: prima raccontavi ciò che vedevi e basta; poi hai iniziato a mischiare la tua vita con i principi della scienza, utilizzandoli come chiave di lettura delle cose; il nuovo disco, invece, fornisce una riflessione che, seppur velata, è molto tua e non si limita alla sola vita privata
Non saprei. È comunque sempre un miscuglio di tutte queste cose. È chiaro che nelle canzoni si finisce anche tanto a parlare di se stessi, ma molto spesso la verità è nel mezzo: quello che sei è pure quello che ti circonda, finisci per mischiare le carte e finisco anche io per non capire fino a che punto quella è una mia storia o è qualcosa che ho visto o semplicemente fantasticato. In ogni disco c’è tanto di me ma anche tanto di quello che osservo, sempre filtrato ovviamente dalla mia persona. Io mai potrò vedere il mondo come lo vedi tu. Però ci possono essere delle assonanze, delle linee che accomunano i modi di vedere, e magari è lì che ci si riesce a capire. 

Hai lavorato sulla musica ancora una volta in solitaria, lavorando per lo più di notte?
No, lui (indica Donato Di Trapani, seduto insieme a noi, ndr) per esempio è uno dei produttori artistici, nonché musicista che ha suonato attivamente nel disco. A differenza di “Galassia”, in “Bellissima noia” abbiamo lavorato in maniera molto corale, abbiamo fatto suonare tanti musicisti, abbiamo avuto coriste, un sassofonista. È stato un lavoro più da band, non so… Come si dice?
Donato: D’equipe.

Il sentimento di inquietudine di “Ho una galassia nell’armadio” in questo disco viene quasi del tutto superato, soppiantato dal disincanto ma anche da un po’ di speranza, a tratti.
Dico spesso che queste canzoni partono male e finiscono bene: hanno un lieto fine. È vero, a differenza dei miei scorsi lavori credo ci sia una sorta di filo di speranza che si può cogliere. In apparenza puoi accorgerti di una sorta di disagio, di malessere. Però se vai a scavare un po’ nei testi, nelle canzoni, ti rendi conto che in realtà il sentimento che vince alla fine è una sorta di ottimismo, probabilmente anche di augurio verso me stesso. Visto che nella vita sono molto pessimista e ansioso, magari anche un po’ inconsciamente ho messo dentro questo filo di speranza che non mi è nuovo, se penso ad una canzone come “La rotazione”, in cui “c’è da qualche parte un amore”.

La “rivoluzione” di cui parli è solo personale?
In primis deve essere una rivoluzione personale. Non puoi sperare minimimamente che qualcosa cambi intorno a te se non sei tu il primo a cambiare. È un discorso molto basilare, ma è così.



“Quindi cambierò io” canti infatti in “Lo spazio vuoto”, in reazione al mondo che “resta sempre uguale”.
Esatto, devi essere tu il primo a cambiare se non ti sta bene una cosa. Non puoi pretendere che lo facciano prima gli altri. E ci sono tante persone che ci riescono, io invidio coloro che riescono ad essere attivi in questa cosa qui. Stavo pensando, ad esempio, ai ragazzi che ci ospitano qui a Roma: ci sono persone al mondo che si impegnano veramente, non stanno lì a lamentarsi. Io mi lamento tantissimo e a volte mi lamento del fatto che mi lamento, quando invece dovrei semplicemente fare. Ed è un atteggiamento credo comune a tutti, quando in realtà sarebbe così semplice fare una cosa alla volta, un passo alla volta, e dire “inizio con me stesso” così che poi sicuramente un’onda d’urto, anche un piccolo singolo cambiamento ci sarà, e magari ne arriverà un pezzettino anche a te, a Donato, e così via. Però se parti col disincanto assoluto non succederà mai niente.
D: Sta per diventare una seduta di psicanalisi (ridono, ndr).

Ad un certo punto in “Ricalcolo” canti “questo buonismo ha un po’ rotto le palle” 
Non si può fare più niente, devi essere sempre buono con tutti, dire che tutto è bello... Mi viene in mente chi su Facebook, con un nome finto, si diverte a dire quello che pensa nella maniera in cui lo pensa, quindi “sei un coglione”, “mi hai rotto il cazzo”… Mentre quando stiamo rappresentando noi stessi tendiamo ad un certo buonismo, a non dire mai le cose esattamente come le pensiamo. La canzone quindi è uno sfogo. Per una volta, diciamo le cose come stanno: “non ti sopporto”, “questa cosa non mi piace”. Poi credo anche che quella frase sia stata influenzata dall’ambiente musicale in cui mi ritrovo io, in cui sembriamo tutti fratelli, tutti “bravissimo”, “sei il numero uno”. Non è vero: ci sono delle cose che fanno cagare, che a me fanno cagare, io faccio cagare ad altri e quindi, per una volta, non prendiamoci per il culo. Ecco, il senso di quella frase è molto semplice.

Che poi, essere diretto mi sembra una di quelle cose che non hai difficoltà a fare nelle tue canzoni.
Non cerco di parafrasare, quello che mi viene in mente dico. Anche la scrittura di questo album non è mai stata influenzata da certe dinamiche o pensieri del tipo “questo è meglio farlo in questo modo perché in radio passa”, “questo così perché piace al mio pubblico”, non me ne frega niente. Ora a maggior ragione, ancor più di prima. Forse in “Galassia” qualcosa di questo tipo è avvenuta perché venivo fuori da un periodo inatteso: il piccolo successo di “Gli eroi non escono il sabato”, i concerti, l’aver creato un pubblico che di fatto non esisteva prima di quel disco, l’aver conosciuto i vari ambienti musicali, il trasferimento a Milano. Sono cose che mi hanno portato ad essere un po' influenzato in quella maniera. Per questo disco invece mi sono detto che avrei fatto l’esatto opposto, cercando di essere il più sincero possibile, fregandomene di fare qualcosa per piacere di più ad un determinato settore. Per far questo me ne sono anche andato da Milano, perché quella città finisce per certi versi per influenzarti in questo senso. Quindi sono tornato a casa, a Villa Frati. Immaginati due luoghi che non hanno nulla in comune: Milano e Villa Frati, il diavolo e l’acqua santa.



“Ricalcolo” e “Comunichiamo male” parlano della stessa cosa su piani diversi? Penso all’incomunicabilità.
“Ricalcolo” è un più uno sfogo, vuole dire prendiamoci un attimo del tempo, “fermiamoci un po’”, per autocitarmi. Diamoci del tu ma non pigliamoci per il culo. E soprattutto stiamo un attimo fermi, cerchiamo di capire quello che sta succedendo. “Comunichiamo male” invece è proprio dedicata all’incomunicabilità.

Nella vita di coppia.
Sì, c’è tanto anche di quel lato lì. In realtà l’idea del pezzo è venuta fuori quando mi capitava di avere discussioni di vario tipo attraverso i messaggi. Avevo l’impressione che qualcosa non andasse e interpretavo il messaggio dell’altra persona secondo il mio stato d’animo, quando in realtà magari era “ciao”. Ma quel “ciao” mi suonava cattivo perché in quel momento avevo quella sensazione lì. E viceversa: magari io scrivevo “va tutto bene” e veniva interpretato come sarcastico, anche se non lo era. Questo non succederebbe mai parlando di persona, se ti chiedessi “va tutto bene?” non crederesti mai che io ti stia prendendo in giro. Invece con i messaggi succede continuamente, continuamente si litiga e ci si fraintende, non ci si capisce e a volte diventa veramente frustrante perché poi devi rimediare e non è sempre facile. 

Che rapporto hai con i social network? 
Ho un rapporto molto conflittuale. Ci sono alcuni aspetti che mi piacciono, mi piace rispondere ad una persona che ha fatto un ragionamento sul disco, semplici complimenti, o che chiede qualcosa di me. Mi piace utilizzarli, anzi più che altro è utile per fare conoscere quello che fai. Ci sono però molti modi in cui vengono utilizzati che invece non mi piacciono. Ti dico una cosa: se non facessi il musicista, non li userei, ecco. Questa forse è la cosa più sincera che ti posso dire.


Tornando alla musica: “Il lato migliore”, oltre ad essere l’unica canzone inequivocabilmente d’amore, divide in due parti il disco, che sembra avere diverse anime, sia per quanto riguarda i suoni che per i temi trattati.
È vero, è un po’ uno spartiacque. Ed è indubbiamente l’unica canzone d’amore del disco, un amore che si rapporta anche con me stesso perché affronta da vicino una mia evoluzione personale. Oltre ad essere l’unico pezzo d’amore, è probabilmente anche quello più autobiografico, soprattutto in alcune parti, è quello che sento più mio. E poi sì, come dicevamo, è una sorta di spartiacque… forse soprattutto a livello musicale. Il tema poi continua verso la sua conclusione un po’ assurda e paradossale con “M.I.A.”.



“M.I.A.” parla di una umana memoria collettiva che non ha le facoltà per interagire con gli altri umani?
Una cosa del genere. Quando ho scritto quella canzone ho immaginato una sorta di apocalisse in cui l’essere umano venisse eliminato. E mandavo messaggi, come tra l’altro abbiamo già fatto con la sonda Voyager 2 mandata nello spazio dalla NASA, che contiene al suo interno dialoghi, saluti in tutte le lingue, dischi e così via. Tra l’altro l’incipit della canzone è anche piena di questi messaggi che in questo momento sono nello spazio e sono disponibili sui siti della NASA. Questa sorta di macchina sviluppa una coscienza e comincia a interagire con sé stessa e con tutto quello che ha all’interno: tutte le invenzioni, le equazioni, le canzoni, la letteratura, la storia, i paesaggi, i profumi, le droghe... Tutto. E comincia a rendersi conto che nonostante veda così tante cose, è destinata a una sofferenza continua. Allora cerca di crearsi la sua storia e lo fa nel finale della canzone, in cui distrugge parte di sé stessa, un po’ come il protagonista di “Fight Club” che elimina una parte di sé sparandosi. Mi piaceva insomma l’idea di un mega lieto fine, con addirittura la creazione del bene assoluto, anche se solo nei ricordi, solo in quello che è rimasto.

“Le particelle elementari” di Houellebecq, con cui hai presentato il video, è una delle letture che l’ha ispirata? 
Sì, è stato uno dei libri che ha contribuito alla nascita di quella idea. Sicuramente uno dei libri più importanti che ho letto e che mi ha influenzato molto è stato “Infinite Jest” di David Foster Wallace. Tra l’altro, “Lo scherzo infinito” è anche una sorta di omaggio a quel libro: “Infinite Jest”, tradotto in maniera maccheronica, significa quello.

È vero che “i cantautori sono i depuratori della società”, come canta Leo Pari?
Non potrei mai sentirmi un depuratore della società. Al massimo posso raccontare la realtà. Non credo che le canzoni possano depurare nulla. Puoi solo raccontare delle cose, dare il tuo punto di vista, dire che qualcosa non ti piace, che qualcos’altro ti piace molto, ma cosa depuri?

Possono cambiare le cose?
Assolutamente, pensa alla storia assurda di Sugar Man (Sixto Rodriguez, ndr) in Sudafrica. Le canzoni, i film, i libri possono cambiare le cose, e molto spesso lo hanno fatto. Smuovere un minimo le coscienze è uno dei ruoli principali dell’arte, non credo che ci siano altri mezzi per farlo. E comunque la cosa fondamentale dell’arte in generale credo sia che deve far sì che tu ti ponga delle domande nuove. Se ci riesci, se riesci a creare questa dinamica in un ascoltatore, nel mio caso è una bella vittoria. 

 

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