31/03/2014

Il libro dei Delawater è una raccolta di racconti che, a qualunque pagina la si apra, ti fa entrare in un mondo di storie minime e vivide. Come certe short stories americane da catalogo Minimum Fax, le canzoni del gruppo teramano tratteggiano personaggi, paesaggi e situazioni fra pop, surrealtà e desolazione.

Colonna sonora di questi bozzetti con cani parlanti, angeli, soldati e videogiochi è un indie-rock vaporoso, dai contorni sfuggenti che vanno a catturare e mischiare colori fluo e riflessi acquerellati, ombre e flash, per metterci davanti a qualcosa che non è nuovo ma è abbastanza inafferrabile da incuriosire e infine sedurre. La voce “lo-fi” di Paolo Marini veste alla perfezione le trame, che scorrono fra post-rock, folk, psichedelia, dream-pop e indie anni 90, dell'adolescenziale “Playing Wipeout”, della liquida “Is running fast this car”, della solenne “This Place doesn't build opinions”, delle ariose “Now I can see no more” e “Bluebirds sing in the wind”, della sofferta “Lo-fi soldier”, se non il pezzo migliore sicuramente il più forte e quello in cui si accoppiano con maggior personalità onirismo post-rock e vigore noise.

Come suggerisce anche la quasi troppo didascalica copertina, “Open book at page eleven” è un disco fatto di toni diversi, sfumature e sovrapposizioni, a cui bisogna prestare un po' di attenzione per capire se è a fuoco. Lo è.

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La recensione Delawater - Recensione - Open book at page eleven di Letizia Bognanni è apparsa su Rockit.it il 17/07/2019

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