17/04/2015

Per parafrasare quel film lì ci vuole un minimo di coerenza. Oltre a una spiccata ironia, a un forte senso di appartenenza, alla necessità quasi vitale di schierarsi dalla parte del più debole. Gli Etruschi from Lakota usano sarcasmo in quantità industriale, amano la terra d’origine (la Toscana) e pensano che i nativi americani avrebbero meritato tutt’altra sorte. E il loro tentativo di evocare Roberto Benigni e Massimo Troisi non è solo un omaggio consapevole a una pellicola che definire divertente è sin troppo limitativo, ma anche una dichiarazione di libertà. Narrativa e stilistica.

La band di Montecastelli Pisano affronta il suo terzo album con la dovuta energia. Rock-blues a manetta, influenze cantautorali (dalle parti di Rino Gaetano), gospel, un pizzico di country, tracce zappiane (quasi spontaneo il raffronto con gli Ossi Duri) sparse qua e là. Un suono non certo innovativo, a fronte di canzoni comunque ben composte, arrangiate e suonate in modo impeccabile, sorrette dalla voce stridula di Dario Canal, sorta di Freak Antoni intonato.

Ironia, si diceva poco sopra: forse l’arma più potente a disposizione degli Etruschi from Lakota. Che poi è anche veleno, derisione, scherno. “Corn flakes”, “Abramo”, “San Pietro” sono i pezzi che meglio mettono in luce la carica dissacratoria di una band oggettivamente ricca di talento. E che confida nei numeri di “Non ci resta che ridere” per spiccare il volo una volta per tutte.

 

 

 

 

 

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La recensione EtruschiFromLakota - Recensione - Non ci resta che ridere di Giuseppe Catani è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

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