12/02/2015

Quando qualcuno (qualcuna) si guarda intorno e fa notare che le cantautrici in Italia sono davvero poche, pochissime, di solito parte la tiritera sul "Non è vero, sarai mica femminista? - Mah, anche sì - Ah, ma allora perché ti metti i tacchi?"
Carmen Consoli è un corallo che ci teniamo strette al collo. Primo perché le cantautrici, come i coralli, sono in via d'estinzione, due perché, ormai rari, sono quasi un ricordo di quando i coralli si trovavano ai mercatini al mare. Oggi a Carmen Consoli si possono fare le stesse rimostranze di venti anni fa: la voce un po' svenevole, le mille parole in una strofa, una certa attenzione al punto di vista femminile, lo sguardo spesso rivolto alle sue origini, anche quando la vita l'aveva portata a Roma o a Parigi. Delle prime due possiamo ormai farcene una ragione: Carmen Consoli ha la voce un po' svenevole, mette mille parole in una strofa e vent'anni sono sufficienti per renderlo un trauma superabile (i primi anni non ce la facevo nemmeno io). La terza è sempre stata un plus, soprattutto se si pensa che quando si sceglie di fare - anche - i musicisti "territoriali" si finisce sempre per farsi ingabbiare dagli scacciapensieri o dalla taranta.
Carmen Consoli è la cantantessa - come la definiscono i suoi fan - e lo dimostra anche con questo ultimo album: "L'abitudine di tornare". Le tematiche sono quelle care alla Consoli, ma hanno un'attualizzazione non soltanto sociale (il femminicidio ne "La Signora del quinto piano"; "La Notte più lunga" per gli sbarchi di immigrati in Sicilia; "Esercito silente" per la questione mafiosa; "E Forse un giorno" per la crisi) ma anche amorosa e relazionale, del passaggio da "ragazza" a donna (la title track; "Sintonia Imperfetta"; "Oceani deserti"; "San Valentino").
Sei anni dopo l'ultimo disco di inediti ("Elettra") Carmen Consoli conferma che è lei la sola che ci è rimasta. Davanti alla pigrizia emotiva e non solo del maschio, davanti all'omertà  sociale e affettiva, al silenzio delle relazioni umane tra compagni di pianerottolo. La ricercatezza negli arrangiamenti, poi, è sempre stata cara all'artista catanese e anche in questo caso lo si nota, tra classic Consoli ("L'abitudine di tornare"; "Ottobre" e "San Valentino" su tutte), elettronica ("Sintonia Imperfetta", "La Signora del quinto piano") e sonorità  più "tradizionali" (la mediterranea "La Notte più lunga" e la quasi bossanova di "Questa piccola magia").

Come dicevo, i detrattori di Carmen Consoli anche per questo nuovo disco potranno utilizzare le solite frecce che in questi anni avranno avuto tempo di appuntare. "L'abitudine di tornare" non è una rivoluzione nella poetica e nelle sonorità consoliane, ne prendiamo atto. Si tratta però di una valida conferma, cosa per nulla scontata. Si tratta di un'imposizione forte, di una testimonianza lucida di un esserci mai banale, fatta di frasi che riassumono molte situazioni che nel 2015 noi, donne italiane, dobbiamo ancora prendere in prestito da altre lingue, da altre portavoce, da altri mondi. E non siamo mai - o non più - "dolcemente complicate sempre più emozionate, delicate. Portaci delle rose, nuove cose e ti diremo ancora un altro sì", piuttosto più simili al quadretto di "Sintonie imperfette": "Quel pomeriggio si passava da un divano all'altro mentre studiavo come dirti che ti avrei lasciato. Tu già dormivi al quarantesimo di Roma Lazio, pensavo io a tua madre e al cane da portare a spasso / Tra di noi regnava un'ostinata consuetudine una sintonia imperfetta. Tra di noi regnava una profonda solitudine una forza d'inerzia".
Di questo in Italia ne parla con parole sue e senza struggimenti esagerati soltanto Carmen Consoli. E poi porta dei tacchi a spillo che levatevi. Scusate se è poco.

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La recensione Carmen Consoli - Recensione - L'abitudine di tornare di Teresa Bellemo è apparsa su Rockit.it il 19/07/2019

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