04/04/2015

Aprendosi nervosamente "nel labirinto dei pentagoni", i suoni sporchi e cupi de La Febbre del Venerdì 13 si allacciano alle invenzioni strumentali di chitarre e organetti sixties della canzone “Messico” grazie ad un tono costante di effetti adottati acid rock.
Purtroppo le premesse iniziali dell’album non vengono mantenute, a favore di logiche estetiche più commerciali intraprese dal progetto solista di Andrea Zucaro. Inevitabile è il riferimento al pop italiano anni '90, ancorato ai tentativi di replica di un britpop ormai logoro di un qualsiasi Daniele Groff di quel tempo o sulla scia delle stesse esperienze on the road degli 883. Canzoni fin troppo facili e rassicuranti, si sviluppano attorno ai ritornelli di “Sfidi mai” su tutte, e sul pezzo beatlesiano più degno di nota “Il rosso”.

Il tradimento nei confronti delle canzoni accolte in apertura si è ormai compiuto. La giusta sintesi dell'album arriva con “L.S.D.C. (La sorte dei cantanti)”, il pezzo migliore di questo filone, basato su accordi semplici e ritmiche efficaci, arricchito in particolare dall'uso dei fiati.

Se da una parte nell’album omonimo "La Febbre del Venerdì 13" viene meno la ricerca musicale, dall'altra con un apprezzabile entusiasmo interpretativo, l'arista ex-Brucalifs non rischia di certo di annoiare negli ascolti, ma piuttosto và a distogliere l'attenzione sul significato stesso di pezzi ben scritti, ma fin troppo vaghi e mai così incisivi nei contenuti, dove la voce ne dà sfogo migliore nelle tracce più effettate.

Finalmente La febbre del venerdì 13 si prende i propri rischi solo nel finale, con l'audacia degli arrangiamenti reboanti di “Nevada”. Un pezzo western forse relegato a traccia di chiusura per la sua unicità nell'album, dove se non altro, La Febbre del Venerdì 13 dimostra un potenziale che poteva trovare sicuramente sviluppi più interessanti.

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La recensione La Febbre del Venerdì 13 - Recensione - La Febbre del Venerdì 13 di Davide Violante è apparsa su Rockit.it il 22/07/2019

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