02/11/2005

Paola Turci "diventa" cantautrice con un disco che è per intero sua creatura. Sebbene ci sia dentro il lavoro di Carlo U. Rossi (Folkabbestia, Subsonica, Caparezza, Baustelle). Chi non ha avuto il coraggio di marchiarla in questo modo dovrà ricredersi: il lato "oscuro" ed affascinante del pop al femminile italiota ha messo una dietro l'altra dieci canzoni "pesanti". Che meritano - anche per chi storce puntualmente il naso al solo sentirla nominare - un ascolto maturo. Perché sono pezzi che cercano melodie di fuga rispetto al nauseabondo impacchettamento, soprattutto dalle parti del pop femmineo. E spesso - a trovare snodi non proprio immediati - ci riescono.

Sbarcata alla On the road già un disco fa ("Stato di calma apparente") dopo peregrinazioni varie fra major e no ed arrivata al dodicesimo disco, la cantautrice romana bada poco al politically correct e si mette a nudo. Fregandosene di preparare il singolo da radio (lo cercherete invano: non c'è) o di dare, come faceva in passato, veste dolce ed easy - i pezzi non lo sono per nulla - al lavoro. Niente di tutto ciò. Questo disco è un graffio al petto, anche quando non urla. Soprattutto quando non urla.

Dentro, la Turci si racconta, si interroga, tira fuori qualche scossa elettrica che dal vivo è da sempre una sua cifra marcata, più che su disco. E tocca tutte le tematiche che ha voglia di trattare. Alcune di scottante attualità quali l'incesto ("Fiore di giardino"), la violenza domestica e quella etnica ("Rwanda"); sfiora l'Islam (la minimalista e gazzeiana, e infatti c'è Gazzè al basso, "Troppo occidentale"), raccoglie ritagli, spunti e ci riflette su. Altre decisamente più intimiste, ristrette: come se la Turci si fosse seduta in un cantuccio, avesse raccolto le ginocchia al petto e avesse cominciato a sussurrare quel che le passava per la testa riguardo la sua vita, il suo percorso, i suoi amori, i suoi abbandoni, i suoi drammi. Trovando nella splendida riduzione ed interpretazione di "Tu non dici mai niente" di Leo Ferrè una conclusione da lacrime per quanto ti sconquassa testa e cuore.

E musicalmente si sente, quest'impasto tematico in tono grigio-rosa. Si sente negli arrangiamenti più secchi ed essenziali, senza troppi fronzoli, chiari e puliti. Si sente nel sound, e scusate la tautologia: energico e possente anche nei tratti più soffusi grazie al lavoro del polistrumentista di fiducia Ale "Diesis" Canini. E che tuttavia relega lievemente in disparte l'approccio rock-song per stabilirsi sul canone di originali pop-ballad. Ma quando riesce a farla riemergere - quella venatura elettrica e vagamente maudite - la sua musica esplode davvero ("Fiore di giardino"), restituendoci appunto quel dark-side che poi è la cifra della Turci da sempre.

In questo "Tra i fuochi in mezzo al cielo" Paola tenta di lavorare ancora più che in precedenza su quel tono nasale e prorompente, raffinato e marcato della sua voce: che deve piacerti, altrimenti non la sopporti. Prova a misurarsi in tiepidi esperimenti. A volte smonta il pezzo - tipo in "L'inverno senza neve" - preferendo starsene da sola con piano e violini, e però convince. Anche se sfiora una certa ridondanza nell'intonazione e nella cadenza, così tipiche che sentirle per un disco intero può stroncare i non volenterosi.

E' un lavoro - su di sé e sulla propria idea di far musica - che probabilmente è costato molto anche alla Turci: in termini di equilibri e di scelte estetiche (e non solo). Ma anche di sentimenti, di engagement socio-politico. Non ha aperto, come si dice di solito, un altro capitolo nella sua carriera. Ha solo messo in luce l'aspetto meno appariscente ma più immediato della sua musica e della sua vita.

Tracklist

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