Bugo non lascerà mai più il palco

È uscito l'ultimo album di Cristian Bugatti che si chiama proprio come lui, ed è un buon momento per conoscerlo, dopo la performance straordinaria (nel bene e nel male) con Morgan a Sanremo
11/02/2020 15:49

Siamo appena a febbraio, ma il momento clou della cultura pop italiana del 2020 potrebbe essere già andato in onda in diretta, di fronte a quell'incredibile 50% di italiani che stavano guardando Sanremo in tv. Sappiamo cos'è successo fra Bugo e Morgan, non c'interessa parlarne di nuovo né approfondire il momento mediatico più (paradossalmente) sincero dei nostri giorni, ma siamo sicuri che di questi tempi Bugo sia uno dei cantanti più cliccati e chiacchierati. Ci fa un po' ridere pensarlo, dal momento che per noi è una certezza da 20 anni, da quando Acty recensiva La prima gratta, il suo debutto indipendente del 2000, con queste parole: "Ammetto che questo tizio di nome Bugo e' uno degli artisti che piu' mi ha messo in difficolta', non sono ancora riuscito a capire se e' un pazzo a piede libero oppure un genio incompreso, ma propendo per il fatto che sia entrambe le cose...".

In effetti Cristian Bugatti, classe 1973, è un animale davvero strano. Provinciale trasferito a Milano, è un figlio del grunge e del cantautorato come della psichedelia, specie nei testi che stanno sempre un po' a cavallo fra l'ironia e la cosa vera. Per anni è stato definito "il Beck italiano", per via delle sperimentazioni nelle sue canzoni, per la registrazione a bassa fedeltà fatta in casa, per i tanti stili musicali che ha macinato tutti insieme, per registrare album come Sentimento westernato (2001) o la sua prima incursione nel mainstream da indie puro, quel Dal lofai al cisei del 2002, che lo fa diventare il padre putativo di tutti quelli che vogliono fare musica alternativa in Italia dopo i mostri sacri degli anni '90.

La prima volta che entro in contatto con questo personaggio è guardando il video di Casalingo, in heavy rotation su MTV, che me lo fa sembrare il genio di cui avevo bisogno: tutto il contrario di una persona inquadrata, suoni sporchissimi, un retrogusto di Vasco quando era matto e cantava di aver sgozzato suo figlio o di far fumare le canne ai bambini dell'asilo per farli dormire, l'elettronica usata nel modo più marcio possibile e legata al blues paludoso. Questo album ha reso Bugo una celebrità underground, grazie a composizioni immortali come Io mi rompo i coglioni o Piede sulla merda, in cui qundo entra in ballo la vecchia che gli dice "Ragazzo mio è tutta natura", mi piego oggi come allora.

L'evoluzione di Bugo è una strada mai dritta, piena di album geniali tipo il doppio Golia e Melchiorre del 2004, con il primo disco elettronico e sparato a duemila, mentre il secondo intimo, acustico e del tutto diverso nella produzione, un percorso misto che continua nell'album Sguardo contemporaneo del 2006, quello che contiene la canzone Amore mio infinito, che canterà con Violante Placido in un video di nuovo in heavy rotation, oppure quel pezzone tutto matto che è Ggeell. Erano quegli anni lì, ve lo ricordate? La musica nuova la si conosceva anche grazie ai clip in tv. Con Contatti del 2008 le cose si fanno più serie, perché Bugo piazza degli inni generazionali tipo C'è crisi e Nel giro giusto, rendendo la produzione più accessibile e avvicinandosi piano piano al pop vero e proprio.

Quando nel 2011 esce Nuovi rimedi per la miopia, Bugo è cambiato da quello degli esordi; canzoni più quadrate, che somigliano addirittura a quelle che fanno i cantanti veri: arrangiamenti meno sorprendenti, i primi pezzi d'amore di successo, I miei occhi vedono e Comunque io voglio te, che fanno un po' strano nella discografia di chi cantava Con il cuore nel culo. Tutti pezzi di un puzzle che lo porta nel 2016, dopo qualche anno lontano dalla musica, a registrare Nessuna scala da salire, che è il suo primo vero album di pop totale, che strizza l'occhio agli anni '80 e ha almeno due pezzi che girano un sacco: Cosa ne pensi Sergio e Me la godo. Ci manca il Bugo degli esordi? Certo, ma neanche lui ha più 20 anni ed è cambiato, senza mai cavalcare le mode, anzi, spesso creandole troppo presto perché attecchissero nel mainstream.

 

Negli anni dei Thegiornalisti e di Calcutta, che fa Bugo? Diventa un cantante venato di itpop e in pochi sanno che è anche grazie a lui se esistono quei fenomeni da classifica. Nessuna scala da salire è un bell'album, ma ci vuole qualcosa in più per riuscire a farsi notare in un momento in cui tutti i (neanche) 30enni stanno rivoluzionando il business. Dopo la raccolta in versione rock dal titolo didascalico RockBugo del 2018, in cui sembra aver di nuovo cambiato attitudine per tornare a delle origini che, tra l'altro, non ha neanche mai avuto, e una copertina buona manco per un bootleg, torna in questi giorni con l'album Cristian Bugatti e cambia di nuovo il mazzo di carte.

Ecco il disco di pop perfetto di Bugo, sia per chi lo segue da sempre, sia per chi non l'aveva mai sentito dire prima di Sanremo. Sincero, il pezzo ormai famigerato cantato insieme a Morgan è uno dei nostri preferiti del Festival; lasciare il palco dopo le offese del collega (che però, a differenza sua, non pubblica un inedito da un bel po'), lo fa volare tra i trending topic mondiali, tra le ospitate nei salotti tv che contano, tipo da Mara Venier, dove lo chiamano "ragazzo" a quasi 50 anni e gli augurano un brillante futuro come fosse un esordiente, e fa conoscere il suo nome anche a personaggi insospettabili tipo mia madre.

Come sono le altre canzoni? Stanno belle in piedi, partendo da Quando impazzirò, che già sembra un singolo e sembra rivolgersi all'ex amico quando dice "Io ti voglio bene, tanto bene, troppo bene, ma tu non vali niente, come la birra analcolica". Bello il funky bianchissimo, molto french touch di Come mi pare, commovente il ritratto della provincia italiana ne Al paese. Non vi aspettate le asprezze della musica con cui Bugo ha iniziato, qui è tutto pulitino, ma funziona comunque. In Che ci vuole canta: "Che ci vuole a tirarsela un po'; basta dire che Sanremo fa cagare… Ci vuole poco a diventare famosi, basta un vaffanculo in TV", ed è di nuovo profeta. Fuori dal mondo pende verso il brit pop, in quella successiva accade un miracolo: non avrei mai detto che potesse piacermi un pezzo fatto insieme ad Ermal Meta, e invece Mi manca è un singolone di quelli tanto facili e nostalgici quanto incisivi sul cuore. Un lentone che pensi: se avesse portato questo a Sanremo, come sarebbe andata? Peggio, ecco come, perché non ci sarebbe stata l'uscita epocale, ma in ogni caso, che bella canzone. "Che noia essere grandi, andare ai compleanni, parlare dei soldi e dei figli degli altri". Parole sante, questo è il pezzo che Grignani non ha mai scritto, ma che sarebbe diventato uno dei suoi più famosi. Un alieno rimette tutto in prospettiva, con una musichetta che sembra un jingle di MondialCasa di Mastrota, mentre la finale Stupido eh? ha un che del Battisti tardi '70, e una nuova ondata di romanticismo che non ti aspetti.

Questa è la volta buona per Bugo, ché quella disgraziata esibizione a Sanremo è già diventata un trampolino, l'album è assolutamente comprensibile a tutti e il suo nome non è più un oggetto misterioso. Che buffo che in una carriera lunga 20 anni, la notorietà te la dia il tuo compagno di duetto che in mondovisione ti dice che fai schifo, mentre canta la tua canzone. A pensarci bene, è tutta magia. Questo scriveva Acty di lui in una recensione, ed è sempre attuale: "Bugo è ormai diventato per Rockit come uno di quei cugini che magari non frequenti spesso, ma con cui senti un forte legame di sangue. Difficile mantenersi distaccati con lui, perché in fondo Cristian rappresenta molti dei valori (o controvalori) che il mondo indipendente ha sognato, ripudiato, adorato, disprezzato". 

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L'articolo Bugo non lascerà mai più il palco di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 11/02/2020 15:49

Tag: album

Pagine: Bugo

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