02/12/2011

Sperimentazione dettata dal cantato sbilenco e arrancante, accusatorio per certi versi, e arrangiamenti che si ispirano al noir, al confine di una jam session tra odio e lungimiranza. 

La musica è aggressiva: quel rock italiano che ha studiato certamente la lezione dei Marlene Kuntz, ma con il gusto per certe linee vocali più rotonde ed eleganti. "Proiettili", ad esempio, è una serie di massi che cadono di colpo, alternati a partiture quasi swingate. 

Tutto il disco procede compatto, ma ricco di sfumature. Con la voce sempre in primo piano ma senza perdere di vista strutture musicali piuttosto intricate, tutte giocate sul creare tensioni e poi rilasciarle. I testi, a volte colorati da digressioni dal sapore dadaista, non fanno che completare il quadro schizofrenico comunicato dalle melodie. Questa band, che prende il nome da uno degli intellettuali europei più eclettici della prima metà del '900, trasmette in maniera magistrale il senso fuorviante di caducità e decadenza.

Entrare in questo disco è come farsi un giro nel labirinto del fragile subconscio di una mente malata.

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